il pagano dopo la morte risorge?
Questo è il quesito che si deve essere posto il lettore che abbia letto un vecchio articolo della rivista Politica Romana (P. Fenili: Roma, Cristo e i cristiani. 3/1996). In esso infatti il suo estensore, noto per essere uno dei più accreditati estimatori della “romanologia”, scriveva testualmente: “se si inizia col negare la divinità e la resurrezione del Cristo, come si potrà poi pretendere che l’interlocutore prenda sul serio l’assunzione in cielo di Romolo durante una tempesta?”. Dal che, si è portati a dedurre: o entrambi sono risorti o entrambi non risorsero mai.
Giustamente il Prof. Gennaro D’Uva, cui non manca una solida “impronta” sacerdotale romana, ha risposto sull’ultimo numero uscito della rivista La Cittadella (12/2003). Giustamente, nel senso che egli osserva che non bisogna prendere alla lettera tutti i riferimenti che ci giungono dal mondo antico ma saperli valutare nel loro intimo significato simbolico. Uno dei metodi che l’antichità ci ha lasciato è, infatti, quello di operare una sintesi dei significati reali, sintesi che si compendia sotto forma di racconto analogico e allusivo: “l’assunzione in cielo di Romolo va correttamente intesa solo come una metafora della possibilità di indiarsi o di divinizzarsi”.
D’Uva giudica “avventato” il logiferare del Fenili, indirizzandogli un duplice invito, alla prudenza e alla rilettura di un passo di Plutarco (Vita di Romolo), “se in futuro vorrà trattare ancora simili argomenti”. Plutarco – che in vita fu anche sacerdote di Apollo – riferisce infatti dei destini dell’anima dopo la morte, destini che non vengono da lui interpretati come resurrezione della carne. Il passo plutarcheo viene citato anche perché avvalora quella che sarebbe l’autentica concezione tradizionale del post-mortem, che D’Uva riporta unendolo ad alcuni riferimenti “pratici” circa questa stessa possibilità, tratti dalla tradizione etrusca e quindi romana.
Sarebbe esistito un rito, in base al quale l’anima può rendersi divina “offrendo il sangue di taluni animali a talune divinità”. “Si tratta con certezza di alcune divinità infere e ctonie” secondo D’Uva, le quali, corrisponderebbero agli Spiriti degli Elementi (Gnomi, Ondine, Silfidi e Salamandre) delle tradizioni magiche medievali e moderne. I particolari operativi sarebbero stati contenuti nei perduti Libri Acherontici degli Etruschi. Concludendo il suo interessante e “inquietante” articolo, il Prof. D’Uva scrive che tale rito non è però andato perso, essendosi tramandato all’interno di alcuni casati nobiliari almeno fino al tempo della caduta di Roma nel IV secolo dopo Cristo.
Noi possiamo aggiungere di nostro, che sappiamo che tale rito è stato tramandato ben oltre e forse fino ai giorni nostri.
(poichè ho perso la password mi sono iscritto come picobeta ma sono sempre il dattilo ideo, V. Fincati...)




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