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Discussione: Goyassellazzuccando...

  1. #1
    sempre soccombente
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    Arrow Goyassellazzuccando...

    Sono stanco morto!”.
    Dico sempre queste parole quando entro in casa: “Sono stanco morto!”.
    E il più delle volte – caso strano – non è vero. Lo dico così, per abitudine, perché sono portato, sempre e comunque, all’autocommiserazione e al piagnisteo, anche quando non dovrei neppure avvertirne la necessità.
    Sono stanco morto!”, borbotto con voce lamentosa appena metto piede a Palazzo La Zucca, di ritorno dalle Mie tante passeggiate senza meta. Tra un rituale “Ahiahi!” ed uno strascicato “Ohiohi!” pronunciati sempre per abitudine e – in tutta sincerità – con poca convinzione, tra un “ Povero Me! Che disgraziato che sono!” e uno sbuffo annojato, appoggio "Il Riformista" sulla cassapanca dell’entrata e Mi sfilo quello che porto addosso. Tempo di mettere le chiavi in tasca, di appoggiare il bastoncello in un angolo e di depositare cappello, guanti e giubbone sulla sedia (in attesa che giunga la Signora Viola, la Mia domestica, per appenderli all’attaccapanni dell'ombrelliera) e Mi dirigo verso il corridojo che porta alle camere. Mi sfilo le scarpe (ovviamente senza neppure sognarMi di slacciarMele); le lascio in un angolo del corridojo e vado a mettere le ciabattine. Quelle calde. Quelle col pelo. Quelle che Mi regalò la buon’anima del trattorista Gallo più di dieci anni fa.
    Intanto accendo la stufetta elettrica che c’è nella Mia stanza: debbo cambiarMi, debbo toglierMi i vestiti da fuori e mettere i vestiti da casa; non posso farlo nella stanza fredda: debbo riscaldarla e ci vuole almeno un quarto d’ora. Adesso accendo la stufetta e tra un quarto d’ora – se ne avrò l’energia – tornerò di là a cambiarMi. Non affrettiamo i tempi. Fra un quarto d’ora se ne parlerà. Per adesso godiamoci questi pochi minuti di pace e di tranquillità.
    Nell’attesa, ancora con i vestiti da fuori, imbocco la strada del salotto per stare, Mi siedo sulla poltrona e Mi riposo un po’ la testa.
    Sono gli stessi gesti di una vita, quelli a cui Mi lascio abbandonare in ogni istante della Mia vita. Come se galleggiassi in mare.
    Io non so nuotare, non so cosa si prova ad abbandonarsi all’acqua: sarò entrato in mare non più di dieci volte in vita Mia e mai immergendoMi più in su della pancia. Cosa significhi nuotare, in tutta onestà, lo so poco.
    Eppure, spesso Mi pare di nuotare. In un mare calmo e sereno. Anzi: più che di nuotare, Mi pare di galleggiare. Galleggiare in mare. Nel mare dell’abitudine, a cui, ben volentieri e senza pensarci, M’abbandono. Nel mare dei gesti ripetuti, nel torpore mentale, nella non-azione e nella non-reazione. Nell’inerzia. Come se galleggiassi nell’acqua; più come una zattera di legno che come un essere umano.

    (séguita...)

  2. #2
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    SONO STANCO MORTO: La Pittura procede per addizione di materia, l'Incisione per sottrazione"

    "Sono stanco morto" è certamente un luogo comune, ma poiché spesso ha del vero, il suo uso va considerato peccato veniale.
    Anzi, nella sua stringata sinteticità, potrebbe essere anche inscritto a mo' di epitaffio su una lapide di Cimitero, ad estremo saluto di una vita a cui si è dato davvero tutto.
    Tuttavia, a ben riflettere, "morto" si potrebbe anche omettere dall'incisione, visto che il contesto cimiteriale lo sottintende.
    E poi c'è il risparmio nei costi di incisione, che con l'euro sono raddoppiati.
    In effetti, a questo punto, anche quel "sono" è un po' stonato per uno che ormai è decisamente un "fu": si potrebbe togliere anche quello.
    Con un ulteriore risparmio nei costi di incisione.
    Ma anche di quanto resterebbe - un ermetico "stanco" - sarebbe ben possibile eliminare le prime tre lettere: "sta", che sono una ripetizione inutile di un "qui giace" anch'esso ben sottinteso dalla situazione.
    E il risparmio nei costi di incisione aumenta ancora.
    Ora è evidente che - per motivi di ordine pubblico e anche di sicurezza dei congiunti rimasti in vita - non si può lasciare la sigla della Nuova Camorra Organizzata su una lapide funeraria, sperando che chi legge risalga al motto originario.
    Incidere solo la "enne" farebbe troppo Napoleone, lasciando presumere una qualche forma di demenza del defunto e lasciare la sola "O" potrebbe essere equivocato con "zero" con conseguente negativo giudizio sull'inumato.
    Lasceremo dunque una sola "C" a campeggiare sulla lapide del caro estinto, che potrebbe sembrare allora uno zero incompiuto o significare l'assenza di fondi per pagare una incisione completa?
    No, naturalmente: faremo incidere allora solo la parte inferiore della "C", creando una ridente "faccina" funebre, delizioso contrasto con l'atmosfera del luogo.
    Con notevole risparmio nei costi di incisione.

  3. #3
    sempre soccombente
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    Arrow Ennesimo intervento di quel ciarlatano di Goyassel La Zucca

    Sempre là si va a parare... [Disegnino: ]

  4. #4
    sempre soccombente
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    Predefinito

    Gli stessi gesti di una vita, dicevo. Gesti scanditi – Mi si perdoni l’insulsaggine enzobiagesca di questa trovata – dallo sgangherato ticchettìo della pendola del corridojo, quella alta, che di notte segna mezzogiorno e che di giorno Mi fa un’ora in tre ore. Anche lei ha i suoi tempi, poverella. Anche lei è inerte. Si muove senza badare ai ritmi del tempo e della vita. Estranea. Lontana. Sola.
    Povera pendola! Anche lei ha i suoi tempi!
    E Io non la forzo di certo. Non Mi sogno neanche di farlo, non Mi passa neanche per l’anticamera
    (giacché siamo in tema di stanze e di corridoj...) del cervello. Sarebbe tanta, per Me, la fatica di star dietro a tutti i suoi bisogni, ai suoi tempi scomposti, a’ suoi ingranaggi che son più vecchi di Me, curarla, darle la carica, far togliere la polvere, che è di gran lunga un disagio minore sopportare i suoi capricci, il suo atemporale ticchettìo, i suoi malinconici don-don.
    Vuol suonare mezzogiorno in piena notte? Lo faccia pure, povera pendola. Non sarò certo Io a forzarla. Non sarò certo Io a reprimere i suoi comportamenti o a sconvolgere le sue attitudini come si fa nelle famiglie piccolo-borghesi.
    Povera pendola: faccia come le pare!

    Stessi gesti di una vita, i Miei; i gesti di un povero vecchio rimbambito, curvo e con la barba ispida e incolta: arrivare a Palazzo La Zucca, aprire a fatica il portone, farMi quattro rampe di scale fino al Mio appartamento (fermandoMi due volte a’ mezzanini per ripigliar fiato), entrare, depositare il bastoncello, il berretto, i guanti, spogliarMi, toglierMi il giubbone…
    Poi le ciabattine col pelo, poi i vestiti da casa, poi il salotto. Non quello per ricevere: quello per stare.
    In pace. In tranquillità.
    Inerte, completamente inerte.
    Inerte e inerme, a voler esser precisi...

    (... séguita...)

 

 

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