“Sono stanco morto!”.
Dico sempre queste parole quando entro in casa: “Sono stanco morto!”.
E il più delle volte – caso strano – non è vero. Lo dico così, per abitudine, perché sono portato, sempre e comunque, all’autocommiserazione e al piagnisteo, anche quando non dovrei neppure avvertirne la necessità.
“Sono stanco morto!”, borbotto con voce lamentosa appena metto piede a Palazzo La Zucca, di ritorno dalle Mie tante passeggiate senza meta. Tra un rituale “Ahiahi!” ed uno strascicato “Ohiohi!” pronunciati sempre per abitudine e – in tutta sincerità – con poca convinzione, tra un “ Povero Me! Che disgraziato che sono!” e uno sbuffo annojato, appoggio "Il Riformista" sulla cassapanca dell’entrata e Mi sfilo quello che porto addosso. Tempo di mettere le chiavi in tasca, di appoggiare il bastoncello in un angolo e di depositare cappello, guanti e giubbone sulla sedia (in attesa che giunga la Signora Viola, la Mia domestica, per appenderli all’attaccapanni dell'ombrelliera) e Mi dirigo verso il corridojo che porta alle camere. Mi sfilo le scarpe (ovviamente senza neppure sognarMi di slacciarMele); le lascio in un angolo del corridojo e vado a mettere le ciabattine. Quelle calde. Quelle col pelo. Quelle che Mi regalò la buon’anima del trattorista Gallo più di dieci anni fa.
Intanto accendo la stufetta elettrica che c’è nella Mia stanza: debbo cambiarMi, debbo toglierMi i vestiti da fuori e mettere i vestiti da casa; non posso farlo nella stanza fredda: debbo riscaldarla e ci vuole almeno un quarto d’ora. Adesso accendo la stufetta e tra un quarto d’ora – se ne avrò l’energia – tornerò di là a cambiarMi. Non affrettiamo i tempi. Fra un quarto d’ora se ne parlerà. Per adesso godiamoci questi pochi minuti di pace e di tranquillità.
Nell’attesa, ancora con i vestiti da fuori, imbocco la strada del salotto per stare, Mi siedo sulla poltrona e Mi riposo un po’ la testa.
Sono gli stessi gesti di una vita, quelli a cui Mi lascio abbandonare in ogni istante della Mia vita. Come se galleggiassi in mare.
Io non so nuotare, non so cosa si prova ad abbandonarsi all’acqua: sarò entrato in mare non più di dieci volte in vita Mia e mai immergendoMi più in su della pancia. Cosa significhi nuotare, in tutta onestà, lo so poco.
Eppure, spesso Mi pare di nuotare. In un mare calmo e sereno. Anzi: più che di nuotare, Mi pare di galleggiare. Galleggiare in mare. Nel mare dell’abitudine, a cui, ben volentieri e senza pensarci, M’abbandono. Nel mare dei gesti ripetuti, nel torpore mentale, nella non-azione e nella non-reazione. Nell’inerzia. Come se galleggiassi nell’acqua; più come una zattera di legno che come un essere umano.
(séguita...)




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