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  1. #1
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    Predefinito Inca: furono sconfitti dal veleno




    Lo dimostrano antichi documenti dei gesuiti. Che svelano inedite e scomode verità sulla conquista del Perù. E descrivono una civiltà basata su un sistema di scrittura segreta.


    Gran parte della storia degli inca non è raccontata nei libri di testo.
    A svelare la verità sono documenti ricomparsi dopo secoli di silenzio, con il loro racconto di eccidi e segreti. Carte scritte da un gruppo di gesuiti che nel Seicento tentarono di denunciare le atrocità della conquista spagnola in Perù e fermare così l'annientamento della cultura indigena.
    Ma le denunce rimasero inascoltate e il capo dei gesuiti «indigenisti» fu esiliato in Spagna, dove visse nascosto per svariati anni prima di tornare segretamente in Perù e cercare ancora una volta di salvare ciò che rimaneva del mondo incaico.

    Quell'utopia finì nel nulla, ma le carte dei gesuiti iniziarono un incredibile viaggio nei secoli: passarono nelle mani dell'alchimista-mago Raimondo di Sangro, principe di Sansevero, in quelle del duca Amedeo d'Aosta, per finire nella collezione privata di una professoressa napoletana, Clara Miccinelli. Qualche anno fa Miccinelli ritrovò quei documenti dimenticati e ne affrontò la decrittazione insieme a Carlo Animato. I due hanno decifrato il codice e le pagine fitte di numeri e i segreti che nascondevano.

    continua su....

    http://www.panorama.it/cultura/event...-A020001021869

  2. #2
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    Predefinito Re: Inca: furono sconfitti dal veleno

    In Origine Postato da skorpion
    Quali le rivelazioni contenute? «Almeno tre» riassume Viviano Domenici, che con il figlio Davide ha dedicato ai documenti napoletani il libro I nodi segreti degli Incas, pubblicato dalla Sperling & Kupfer. «La prima conferma che gli inca avevano una scrittura fatta di fili di lana, nodi e bandierine colorate: i testi spiegano come si scrivevano questi libri tessili (quipu) e come è possibile leggerli. Tra le carte, inoltre, era allegato un quipu sfuggito alla sistematica distruzione messa in atto dagli spagnoli».
    Si è sempre creduto che gli Inca non conoscessero la scrittura, intesa nel significato di scrittura fonetica-alfabetica. Ma se interpretiamo la scrittura in senso antropologico, come segno che riproduce graficamente il pensiero, possiamo constatare che i popoli delle Americhe, e in particolare gli Inca, alla pari di tutte le altre culture, hanno usato diversi sistemi contemporaneamente, sia pittografici che ideografici.

    Fra i sistemi numerico-ideografici degli Inca spicca il "quipu", un insieme di cordicelle annodate su cui, mediante nodi aventi posizioni e fogge diverse, si registravano contabilità molto complesse: censimenti, produzioni agricole e minerarie, ma anche numeri negativi, cioè le entrate e le uscite, i nati e i morti. Si riteneva invece che la storia venisse tramandata oralmente o attraverso disegni pittografici.

    I documenti Miccinelli, una sorta di Stele di Rosetta della scrittura Inca, hanno evidenziato che questo popolo utilizzava anche un alfabeto di sillabe costituito da minuscoli tessuti inseriti, ciascuno, in una cordicella di un "quipu" particolare. E quindi gli Inca, con questo sistema, scrivevano e leggevano testi precisi così come noi con la nostra scrittura.



    *^*^*^*^*^*^*^*^*^*^*^*^*^*^

    Nella “Lettera apologetica dell'esercitato accademico della Crusca contenente la difesa del libro intitolato Lettere d'una Peruana per rispetto alla supposizione de' quipu scritta alla Duchessa Di S****” (titolo brevissimo... ) - Napoli, 1750 -, Raimondo de Sangro disserta sul sistema di scrittura quipu, che il Principe tradusse anche in chiave alchemica, ma che la Chiesa definì "merce del demonio", rendendosi artefice della totale distruzione di immensi patrimoni culturali compresi in intere biblioteche.


    La classificazione dei quipu, secondo i colori e i diversi nodi,
    operata da Raimondo di Sangro

  3. #3
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    Predefinito

    Un italiano scopre l'enigma della matematica inca

    Svelato da un ''dilettante'' dopo 500 anni il segreto del sistema di calcolo delle antiche popolazioni del Perù


    Firenze, 21 gen. (Adnkronos) -
    L'uomo che ha scoperto l'enigma della matematica degli Inca che per mezzo millennio ha tolto il sonno a generazioni di scienziati si chiama con l'italianissimo nome di Nicolino De Pasquale. Ha 54 anni, una laurea in ingegneria aeronautica e vive a Pescara, dove insegna un po' al liceo e un po' all'universita'.

    Segni particolari nessuno, ha solo il bernoccolo dei numeri, al punto che per alcuni è un genio. Ma l'aspetto piu' bizzarro della vicenda è che De Pasquale ha messo a nudo il segreto senza saper niente né degli Inca, né del segreto stesso, né tanto meno delle angosce secolari provocate dal tentativo di decifrare le misteriose calcolatrici, chiamate Yupane, di cui parlavano già i conquistadores spagnoli nel XVI secolo e tornate alla luce con gli scavi: blocchi di pietra più o meno di 30 centimetri per 20, con tante piccole vasche scolpite sulla parte superiore e, all'interno, apparentemente a caso, vari fagioli bianchi.

    Una delle Yupane è esposta, dietro una spessa lastra di cristallo ,nella mostra sugli stupefacenti tesori artistici del Perù precolombiano in calendario a Firenze (Palazzo Strozzi) fino al 22 febbraio. Della scoperta ha dato conferma ufficiale, oggi, l'americanista Antonio Aimi, curatore dell'esposizione.

    Un incontro importante, quello di De Pasquale con Aimi, perché ha dato coscienza e possibilità di applicazione a un'intuizione matematica altrimenti sterile. E' stato il professor Aimi, in altre parole, a mettere l'ingegnere di Pescara a confronto con le Yupane e dunque a dare un senso ai calcoli. Resta il fatto che, all'oscuro di tutto e usando solo il cervello, De Pasquale ha effettivamente battuto sul tempo fior di ricercatori e antropologi sparsi ai quattro angoli dell'Occidente: francesi, americani, tedeschi, olandesi, italiani, russi, giapponesi, indiani, tutti scienziati di provata capacità ed esperienza, costretti ad arrendersi davanti a un ''dilettante''. L'incredulità è stata tale che per oltre due anni la scoperta è stata messa all'indice. Impossibile, dicevano. E sbagliavano.

    Antonio Aimi spiega che l'enigma è stato senz'altro figlio di un equivoco nato dalla convinzione, suffragata da alcune fonti, che gli Inca contassero in base dieci come noi. De Pasquale ha invece scoperto che contavano in base quaranta e lo ha dimostrato servendosi di due modellini di Yupana in legno. In quello più semplice, sono cinque o sei serie di quattro vaschette sovrapposte.

    La 'calcolatrice' degli Inca funziona da destra a sinistra, partendo dalla prima vaschetta in basso che, secondo un antico disegno, è quella dell'unità e contiene dunque una pallina di valore 1. La vaschetta successiva contiene invece due palline ciascuna di valore 2, la terza tre di valore 3, la quarta cinque di valore 5. La somma: 1 + 4 + 9 + 25 = 39. La vaschetta di destra della fila superiore vale 40, quella accanto 80 e così all'infinito.

    In altre parole, è una progressione geometrica che riproduce, curiosamente, la moltiplicazione cellulare. Le particolarità sono che non esiste lo 0 e che uno stesso numero si può scrivere in modi diversi. Il metodo funziona, qualunque sia il calcolo richiesto.
    Nicolino De Pasquale ne ha dato varie dimostrazioni.

    Come ci è arrivato? Così: ''Era l'ultimo dell'anno del 2000. - racconta - Per Natale avevo ricevuto in regalo un libro di enigmi matematici e, aspettando mezzanotte, tra una chiacchiera e l'altra, mi sono messo a sfogliarlo. A un certo punto ho trovato il disegno di una Yupana fatto da uno spagnolo del 1500. Ci ho riflettuto un po', poi ho preso carta e penna e ho fatto un po' di conti. Quanto ci ho messo? Mezz'ora, forse quaranta minuti. Prima di capodanno ne sono arrivato a capo. Mi dispiace se ho dato noia a qualcuno. Che ci posso fare se i conti tornano?''.


    E bravo il nostro ingegnere!

  4. #4
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    Un disegno del 1615 con lo schema della calcolatrice inca

  5. #5
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    Il contadino si siede su una pietra. Con un bastoncino traccia alcune linee sul terriccio bruciato dal sole. Disegna una specie di scacchiera con cinque file di quattro caselle l’una: in totale, venti caselle. Poi estrae da un sacchetto una manciata di fagioli o di grani di mais e si mette a contare. Senza i numeri. E senza lo zero. Ma come fa? Con la serie di Fibonacci, anche se non sa cosa sia. Quello schemino semplice semplice, che a prima vista sembra il gioco di un bambino, è il fondamento di una stupefacente architettura di calcolo che per secoli ha impegnato le menti più brillanti dell’Occidente “avanzato”, senza che qualcuno riuscisse ad interpretarla. Lo chiamano il mistero delle yupane. O meglio, lo chiamavano: come già detto, l’ha risolto un ingegnere italiano, Nicolino de Pasquale. Ma torniamo indietro nel tempo...



    Da Il Giornale di lunedì, 16 febbraio 2004

    Il Musée de l’homme di Parigi pubblica nel 1936 un libro basilare per la conoscenza delle culture andine, la Nueva corónica y buen gobíerno. L’autore è Guaman Poma de Alaya e l’opera, ricchissima di informazioni, risale al 1615. Ebbene, una pagina della Nueva corónica y buen gobíerno raffigura un "contador mayor y tesorero", ossia un funzionario amministrativo, che regge fra le mani un quipu, cioè un cordone cui sono legate molte cordicelle multicolori più piccole.
    Quipu significa "nodo", e infatti le cordicelle, raggruppate a intervalli regolari, presentano differenti tipi di nodi che venivano usati come memorizzatori, calendari, mezzi di contabilità e di trasmissione messaggi e per altri svariati scopi. Ma attenzione: ai piedi del contador c'è un altro disegno, proprio il disegno trovato da De Pasquale nel libro di enigmi ricevuto in regalo nel Natale 2000, proprio il disegno tracciato dal contadino inca per terra. Per noi del vecchio mondo, è la madre di tutte le yupane.

    Nelle cronache dei conquistadores i passi in cui si descrive il sistema di calcolo degli Inca sono ambigui. In uno tuttavia Acosta (da non confondersi con Pcosta...) è illuminante: "Vederli poi in un altro tipo di quipus, coi quali si usano i grani di mais, è una cosa che incanta; perché un calcolo molto difficile, che un contabile esperto dovrà fare con penna e inchiostro, togliendo di qua e aggiungendo di là, con altre cento complicazioni, questi indiani lo fanno con i loro grani, e ne mettono uno qui, tre di là e otto non so dove. […] E molto meglio sanno calcolare e dar ragione di ciò che ciascuno deve pagare di quanto sappiamo fare noi con penna e inchiostro. E se questo non è ingegno, e se questi uomini sono bestie, lo giudichi chi vuole, quello che io dico con certezza è che in quello in cui si applicano ci superano di gran lunga…"

 

 

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