IL POLITOLOGO
Huntington: «Rischiamo un Paese con due lingue e due culture»
Samuel Huntington è uno dei politologi più noti al mondo: già direttore del National Security Council con la presidenza Carter, presidente dell’Academy for International and Area Studies di Harvard, è soprattutto sostenitore della controversa teoria del «conflitto tra civiltà», a cui dedicò nel 1996 un notissimo saggio dallo stesso titolo. In maggio, il 77enne professore newyorchese farà uscire un nuovo libro, «Who Are We?» (chi siamo?), sull’identità nazionale dell’America di oggi e su un nuovo scontro di civiltà, questa volta interno agli Usa: quello tra la comunità ispanica e l’America bianca, protestante e anglosassone. Ne riportiamo qui alcuni stralci, usciti sulla rivista Foreign Policy (fondata dallo stesso Huntington) e già oggetto di dibattiti e polemiche.
ANGLO-PROTESTANTI «Gli Usa sarebbero lo stesso Paese, se a fondarli nei secoli 17mo e 18mo non fossero arrivati protestanti britannici ma cattolici francesi, spagnoli o portoghesi? La risposta è ovviamente no: non sarebbero gli Stati Uniti ma il Quebec, il Messico o il Brasile».
LA NUOVA SFIDA «In questa nuova era, la sfida più immediata e seria nei confronti della tradizionale identità dell’America è costituita dall’immigrazione massiccia e continua proveniente dall’America latina e soprattutto dal Messico, unita agli alti tassi di fertilità di questi immigrati rispetto a quelli dei cittadini bianchi e di colore nati in Usa».
IL PASSATO «Una volta l’immigrazione in America proveniva da molti Paesi, aveva differenti lingue, entrava legalmente in America, si disperdeva nelle campagne e nelle città del Nordest e del Midwest, non aveva pretese sul territorio Usa. Oggi l’immigrazione dal Messico è del tutto diversa rendendo molto più difficile l’assimilazione dei messicani alla cultura e alla società americane. Colpisce soprattutto l’incapacità dei messicani di terza e quarta generazione nell’accostarsi ai modelli Usa in fatto di istruzione, status economico e matrimoni misti».
LA SPACCATURA «Gli Stati Uniti resteranno un Paese con una singola lingua nazionale e una cultura essenzialmente anglo-protestante? Ignorando questa domanda, gli americani danno di fatto il loro tacito assenso alla loro futura trasformazione in due popoli, con due culture (anglosassone e ispanica) e due lingue (inglese e spagnolo)».
RECONQUISTA? «Demograficamente, socialmente e culturalmente, la "reconquista" del Sud-ovest degli Stati Uniti da parte degli immigrati messicani è ormai in atto. Tentativi significativi di riunire questi territori al Messico sembrano improbabili, ma il professor Charles Truxillo dell’Università del New Mexico prevede che nel 2028 il Sud-ovest degli Usa e il Nord del Messico formeranno la "Repubblica del Nord"».
IL CASO MIAMI «Il trend in corso potrebbe consolidare le aree degli Stati Uniti dominate dai messicani in un blocco autonomo, culturalmente e linguisticamente distinto ed economicamente autosufficiente, all’interno degli Usa... Un prototipo di questa regione esiste già a Miami: la più ispanica tra le grandi città degli Usa, dove negli ultimi 30 anni gli ispanofoni - soprattutto cubani - sono arrivati a dominare ogni aspetto della vita cittadina».
DIFFERENZE FEROCI «Tra i valori culturali messicani e americani ci sono "differenze feroci", come ha osservato l’ex ministro messicano Castañeda. Diverso concetto di uguaglianza sociale ed economica, imprevedibilità degli eventi, sindrome del mañana (domani), capacità di arrivare a rapidi risultati, diverso atteggiamento verso la storia "espresso dal cliché che i messicani sono ossessionati dalla storia, gli americani dal futuro"».
SOGNO AMERICANO «La trasformazione degli Usa in un Paese con due lingue e due culture non sarebbe necessariamente la fine del mondo, ma la fine dell’America che abbiamo conosciuto per oltre tre secoli. Gli americani non dovrebbero permetterlo a meno che siano convinti che la nuova nazione sarebbe migliore di quella attuale. Questa trasformazione colpirebbe seriamente anche gli ispanici... Gli americani-messicani parteciperanno del "sogno americano" creato dalla società anglo-protestante solo se sogneranno in inglese».
In città come Miami, Los Angeles e San Antonio sono ormai la maggioranza tra gli abitanti sotto ai 18 anni. E la loro influenza è dominante
L’«invasione» degli ispanici
Gli immigrati «latinos» sono sempre di più, hanno tassi demografici altissimi
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
NEW YORK - L'incontro in Texas fra il presidente messicano Vicente Fox e George W. Bush conferma la volontà di quest'ultimo di conquistare l'elettorato ispanico. «Ai vostri compatrioti in arrivo in Usa non prenderemo più le impronte digitali», ha detto Bush che in gennaio promise di regolarizzare la posizione di 10 milioni di clandestini, perlopiù messicani, che lavorano già nel Paese.
I democratici non sono da meno. Lo scorso gennaio il governatore di origine messicana del New Messico, Bill Richardson - potenziale candidato alla vice-presidenza - ha avuto l'onore di formulare la replica democratica al discorso di Bush sullo stato dell'Unione, in diretta tv e per la prima volta nella storia in lingua spagnola.
«Benvenuti nella nazione ispanica», annuncia il settimanale finanziario Business Week , che dedica la copertina del suo ultimo numero al nuovo, inarrestabile trend: l'ondata verso gli Usa degli ispanici, provenienti soprattutto da Messico e America Latina.
Dopo aver sorpassato gli afro-americani nell’ultimo censimento, diventando la più grande minoranza del Paese, i 40 milioni di individui della cosiddetta «Latino Generation» (400 mila nuovi arrivati l'anno) sono diventati ciò che i baby boomers erano fino a ieri: il motore dell’economia, della politica e della cultura americane.
«Hanno un tasso di crescita annuo del 3%, contro la media nazionale dello 0,8%», scrive Business Week , secondo cui dei nuovi lavoratori assunti in Usa nell’ultimo decennio, «metà sono ispanici».
Nonostante il loro basso reddito - 33 mila dollari annui per famiglia contro la media nazionale di 42 mila - il loro potere d'acquisto è aumentato del 29% dal 2001 (il doppio rispetto al resto della popolazione) superando i 652 miliardi di dollari nel 2003.
Da città come Los Angeles, Miami e San Antonio (dove ormai sono la maggioranza tra gli under 18) la loro influenza culturale è dilagata anche nei sobborghi bianchi, un po' come era successo negli Anni 80 con la musica rap, emigrata dai ghetti neri. «I latinos salveranno l'America, sempre più anziana, impedendole di diventare un altro Giappone», predice Henry Cisneros, ministro di Clinton.
Ma secondo Samuel Huntington, il politologo di Harvard che nel 1993 profetizzò lo scontro di civiltà tra mondo occidentale e mondo islamico, l'impatto della crescente immigrazione ispanica in Usa sarà devastante. «L'incapacità dei latini di integrarsi con la cultura e le abitudini anglosassoni costituisce una sfida all’ideale americano di melting pot - mette in guardia nel suo nuovo libro - sfida che rischia di spaccare in due il Paese».
Gli «assimilazionisti» più convinti profetizzano un futuro, non lontano, in cui il Congresso riconoscerà lo spagnolo «seconda lingua ufficiale», come il francese in Canada. «Il modello separatista alla Quebec verrà esportato in Stati quali il Texas e la California», scrive lo storico Victor Hanson.
Ciò che preoccupa tanto gli studiosi è il fatto che, a differenza di tutti gli altri gruppi di emigranti che prima o poi hanno rinunciato alla loro lingua e cultura in nome del melting pot , gli ispanici si ostinano a vivere in una società parallela. Dove lingua, usanze e cultura sono identici a quelli della madrepatria, che a differenza dei loro precursori europei visitano spessissimo, perché a poche ore d'autostrada dalla loro seconda casa americana.
«Gli emigranti ebrei e italiani del secolo scorso non avevano centinaia di stazioni radio, giornali e tv che li incoraggiavano a non integrarsi», li giustifica Business Week , secondo cui anche la Corporate America ha molte responsabilità. «Il colosso Kroger Co ha appena inaugurato una catena di "supermercados" - nota il settimanale - dove insegne, merci e impiegati sono rigorosamente ispanici».
Ma a pagare lo scotto più alto per la mancata assimilazione sono proprio gli ispanici. Solo il 55% finisce le superiori, contro l'88% dei bianchi e l'80% degli afro-americani. E la stragrande maggioranza dei lavoratori messicani e latino americani senza qualifica e conoscenza dell'inglese è condannata ai lavori più umili e sottopagati, senza mutua e pensione.
Dopo secoli di melting pot , molti si chiedono se sarà l'America a cambiare gli ispanici o viceversa. Per correre ai ripari, diciotto Stati hanno varato leggi che vietano l'uso dello spagnolo negli uffici pubblici mentre l'ostilità anti- ispanica riaffiora puntuale a ogni elezione con iniziative inique quali la "Proposition 187", che vuole privare gli immigranti illegali da qualsiasi servizio sociale.
Alessandra Farkas




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