Insana e debole, Costituzione
Mandato da rr.rossi Mercoledì, 10 March 2004, 19:03 uur.

Finalmente se può parlare, finalmente se parla: rendiamo grazie a Belpietro. Il direttore de IlGiornale ha aperto il “Dibattito sulla Costituzione” con un articolo impeccabile e subito altri se ne sono aggiunti, altri se ne aggiungeranno.
A favore alcuni, altri contro: ma l’importante, se vogliamo credere nella libertà come valore e come conquista, è parlare, mettere sotto critica non solo i fatti ma anche, e soprattutto, i princìpî.Forse non sembrerà del tutto chiaro a molti, ma i fatti politici ed economici che si sono succeduti in Italia hanno come sfondo, ma direi di più, come matrice, la nostra Costituzione, lo spirito e le motivazioni che l’hanno fondata. Il fatto è che la nostra glorificata Costituzione non parla di principi, vale a dire leggi generali di valenza assoluta, naturale, ma impone degli schemi, concordati in un compromesso tra le forze che concorsero alla sua scrittura.

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” – è l’art. 1.
È il primo cedimento, il primo compromesso di ispirazione classista, sotto l’incalzare della suggestione retorica dell’uomo-lavoratore propria di tutte le ideologie totalitarie.
Sarebbe stato dissacrante parlare di libertà o di dignità dell’uomo, al pari, perché no, dell’ozio o del tempo libero?
Si poteva aggiungere, ed è stato pensato: “ti guadagnerai il pane col sudore della fronte”: la Costituzione come anatema.
Perché il compromesso ci fu, e fu vincente, stante lo scarso peso della presenza liberale, tra il comunismo stalinista e l’azionismo cattolico che strinsero un solido, anche se infido, patto politico.
“Ma fu anche scusa per stabilire il primato dei partiti sulle istituzioni, delle funzioni extraparlamentari su quelli parlamentari, distorsione che trovò unanime consenso perché ammetteva più flessibilità consociativa e segreta” come dice Carlo Pelanda, indentificandone l’origine dei nostri attuali mali.

Sul piano economico, ad esempio, l’idea di un “contratto nazionale” di lavoro, stabilito dalla Carta, è evidentemente un sovietismo, come pure (sempre Pelanda) “lo strapotere dei sindacati – scritto nella Costituzione - a scapito del Parlamento [che] fornisce loro un potere negoziale enorme ed incomprimibile. Con un particolare piccante che a molti studiosi pare sfuggito. La sinistra non ha mai insistito troppo per modificare sostanzialmente il peso delle forze extra-istituzionali e corporative che caratterizzarono l’impianto fascista. Infatti lo Stato post-bellico ha una notevole continuità con quello nazional-socialista anche grazie all’interesse dei comunisti di mantenere il secondo perché già preadattato ai loro scopi. E per questo il nostro ordinamento è tuttora una “semidemocrazia” e non una “democrazia” compiuta sul piano della chiarezza della rappresentanza degli interessi e loro regolazione. Per questo da noi il libero mercato organizzato entro una rigorosa struttura di controlli è cosa mai esistita e ancora remota”.

L’unica dichiarazione di principio fu il richiamo all’antifascismo ma, come giustamente dice Francesco Perfetti “questo ne dimostra la intrinseca debolezza e la sua senescenza perché non si può costruire un edificio istituzionale duraturo, quale che sia, sulla negazione, su ciò che è “anti”, invece che sul positivo e su ciò che unisce”.
E il compromesso ha comportato il fatto che il testo costituzionale “abbia assunto un carattere del tutto particolare, quasi soltanto declaratorio, soprattutto in quegli articoli che si risolvono in enunciazioni di ‘valori’ corrispondenti a quelle tradizioni politiche.
I valori caratterizzanti della tradizione liberale sono esclusi, dalla libera iniziativa e del libero mercato, a quello della proprietà privata che trovano dei limiti nella tutela degli interessi collettivi e del sociale”.

La Costituzione era il frutto, anzi la consacrazione, di una sorta di “consociativismo” nel quale si confondeva e si esaltava l’assurdo e inconcludente pluralismo voluto dai padri costituenti ed inseguito, ancora oggi, dai falsi liberali.
Ma nella Carta era il vizio di origine: il “consociativismo” avrebbe percorso tutta la storia della Prima Repubblica conferendole il connotato di una “democrazia bloccata”, una guerra fredda giocata in casa, instaurando una prassi che ha deformato persino la concezione del vivere civile.

Distrutta la Patria, legata irrimediabilmente al ricordo del Fascismo, si è surrogato il mito patriottico della Costituzione, come allora fu fatto da Bobbio e dai difensori dell’azionismo costituente, e oggi, senza costrutto e senza prospettiva, dal Presidente della Repubblica.
Parlarne, discuterne, evidenziare i punti deboli, datati, da modificare, significa voler intervenire sugli accadimenti di oggi e su quelli futuri.
Non so se mai riusciremo o mettere seriamente mano a quella che è la madre di tutte le riforme: è già tanto che se ne parli, che si instauri la consapevolezza che il futuro non può essere indefinitamente condizionato dal passato.
Sfatare, abbattere i miti e non edificarne altri.

roberto rossi
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