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Discussione: Vieni presto, o Leone!

  1. #1
    Kalki
    Ospite

    Predefinito Vieni presto, o Leone!

    Nel Maghreb i religiosi chiamavano il Führer "Hâjj Hitler", lo indicavano come "lo strumento della rivincita di Qiyûm" e cioè di Guglielmo II. Nella Cabilia circolavano canzoni celebranti "Hitler il magnanimo", "Hitler il redentore", "Hitler il vittorioso che vuole liberare dall'oppressore i popoli schiavi".

    Una di queste canzoni, raccolta nel 1941, così recitava:

    Oh, Hitler, ti sto per raccontare
    ciò che accade in questo paese:
    la Francia ci detesta,
    ci copre di ignominie,
    come fossimo noi la causa dei suoi mali;
    ci chiama ancora "bicots".
    D'orzo se ne trova solo un chilo:
    mai si era visto in questo paese,
    noi siamo nella miseria.
    Vieni presto, o Leone!
    Noi musulmani ti desideriamo!
    Accorri, o figlio della Leonessa!


    Anche in Medio Oriente, con la stessa fiducia nella prossima vittoria dell'Asse e quindi nella riscossa e nella liberazione, gli arabi cantavano:

    Balà missiû, balà mister
    kulluh barra, barra, haidi sikster
    bi-s-samâ' Allâh, 'alà l-ard Hitler.
    Non più monsieur, né mister
    tutti fuori, sgombrate il campo,
    in cielo Allâh, sulla terra Hitler.



    [Tratto da pag 103/104 di 'Il fascio, la svastica e la mezzaluna' (Mursia) di Stefano Fabei.]

  2. #2
    avdacia imperat
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    kalki, ci conosciamo?


  3. #3
    suum cuique
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    é un peccato far sprofondare questo intervento; gioco al rialzo!

  4. #4
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    ti seguo caro Otto!

  5. #5
    suum cuique
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    Bene! In marcia anche noi, cantiamo in coro!


  6. #6
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    Up!

  7. #7
    Kalki
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    “Nel novembre del 1942 gli alleati sbarcavano nel Nord Africa. Contro questa aggressione si scagliava violentemente il Gran Mufti di Gerusalemme con infuocati discorsi lanciati a tutti gli Arabi e a tutti i Musulmani del mondo da Radio Bari, da Radio Berlino, con articoli, conferenze e dichiarazioni. Il 25 novembre, all’agenzia Mondar di Roma disse: «La decisione degli Americani di distruggere il Maghreb non è stata una sorpresa; infatti l’aumento della loro attività nel Vicino Oriente e la loro vasta propaganda nel Maghreb erano un chiaro preannunzio di quale fosse la direzione della loro nuova aggressione. L’America, da quando dopo l’ultima guerra si è rafforzata l’influenza degli ebrei, è diventata un ostacolo sulla via dell’indipendenza e della libertà degli Arabi. Essa ha sempre aiutato politicamente e finanziariamente il movimento sionista ed ha favorito l’ebraicizzazione della Palestina. Quando nel 1939 la rivolta arabo-palestinese – aiutata da tutti gli Arabi e Musulmani unitisi per proteggere la Palestina dall’aggressione anglogiudaica – fu sul punto di indurre l’Inghilterra a restituire ai Palestinesi molti dei loro diritti, l’America cercò di impedire questa soluzione e fece il massimo sforzo per sventare il progetto, sottostando all’influenza degli ebrei. In questa guerra la forza dell’influenza giudaica in America è apparsa evidente. Gli ebrei e i capitalisti, bramosi di estendere la loro influenza su nuove ricche contrade, hanno spinto l’America alla guerra e all’allargamento del conflitto. Gli abitanti del Maghreb conoscono bene le disgrazie che gli ebrei hanno loro inflitte e sanno come essi siano la causa dell’aggressione ed il suo strumento, come accaparinno i beni, come esauriscano la ricchezza del paese e ne accrescano la rovina. L’aggressione dell’America ai paesi del Maghreb ha rafforzato l’influenza degli ebrei, ha raddoppiato il loro potere, ha aumentato la loro arroganza. L’America è il principale strumento degli ebrei. I Maghrebini vedranno come gli ebrei si affrettano ad aiutare gli Americani, a fare lo spionaggio per conto loro e ad accrescere il proprio monopolio della ricchezza del paese mediante la forza degli Americani, impresa degli ebrei in ogni luogo. Credo che i nostri fratelli dei Maghreb, ammaestrati dalle passate, crudeli esperienze, accoglieranno i nuovi aggressori con circospezione e diffidenza e non passerà molto tempo che si accerteranno di ciò che per noi era chiaro già prima, che cioè essi sono schiavi degli ebrei e quindi dei nemici dell’Arabismo e dell’Islam, così che dietro questa aggressione non vi è alcun bene che li aspetti, che l’aggressore non muta affatto la loro condizione, anzi farà raddoppiare per loro la calamità giudaica. Così pure io credo che i nostri fratelli maghrebini si asterranno dal cooperare con gli alleati ed aspetteranno invece fiduciosi. Allâh dopo la difficoltà ha messo la prosperità e dopo la afflizione il sollievo. Dietro la loro lunga e buia notte vi sarà un mattino di luminosa aurora». («Oriente Moderno», XXII, 1942, p. 500)"

    [Stefano Fabei, La politica maghrebina del Terzo Reich, Quaderni del Veltro XXII, pag. 63/65]

  8. #8
    Kalki
    Ospite

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    Interessante il sito di 'Storia in network', anche se buona parte degli articoli hanno un orientamento politico decisamente sinistro e nasuto (a riprova di come comunismo e capitalismo (ergo giudaismo) vadano naturalmente a braccetto). Vi ho trovato anche quest'ennesimo articolo sulle SS musulmane, presentato sul sito con l'imparzialissimo titolo de 'Hitler alleato dei palestinesi' (...). Prendetelo per quello che è senza pretendere troppo...



    Da: http://www.storiain.net/arret/num65/artic6.asp


    La quasi sconosciuta intesa che, tra il 1934 e il 1945, legò saldamente
    le sorti del Gran Muftì di Gerusalemme a quelle del nazismo e del Terzo Reich

    LA STRANA ALLENZA FRA HITLER
    E LA LEGA ARABO-PALESTINESE
    di ALBERTO ROSSELLI


    La storia degli intensi e complessi rapporti che, tra il 1934 e il 1945, intercorsero tra il Gran Muftì di Gerusalemme, Amin al Husseini, capo spirituale dei mussulmani palestinesi, e il leader nazista Adolf Hitler rappresenta una delle vicende a sfondo politico-religioso più interessanti e meno note di quegli anni.
    I motivi che spinsero la più alta e venerata personalità religiosa del Medio Oriente ad unire i propri destini a quelli del dittatore tedesco e, più in generale, alle forze dell'Asse, suscitano infatti un'indubbia curiosità, aprendo le porte ad un dibattito che, nell'attuale contesto politico internazionale, caratterizzato dalla recrudescenza dell'estremismo islamico antisionista e antioccidentale, assume una valenza ancora maggiore. La condivisione dei programmi antisemiti e la comune avversione nei confronti dei sistemi democratici furono tra gli elementi che, sessant'anni fa, cementarono le basi di un'intesa politica e militare tra il nazismo e il Movimento Arabo del Gran Muftì: un'alleanza di cui, tuttavia, per molti anni poco si è detto e scritto, almeno in Italia; fors'anche a causa di quel malinteso senso di tutela e di rispetto per la seppure giusta "causa palestinese".
    Che il Gran Muftì di Gerusalemme nutrisse molta simpatia nei confronti dell'ideologia antisemita è cosa nota, ma assai meno lo sono i documenti e i carteggi che testimoniano, in maniera chiara ed inoppugnabile, il tentativo condotto da Amin al Husseini e dai vertici del nazismo per dare vita ad un vasto e articolato programma di sterminio e di lotta armata sia nei confronti della comunità israelitica internazionale, che contro le democrazie
    occidentali: un piano dal quale, sotto certi aspetti, il "principe del terrore" Bin Laden sembra avere tratto più di uno spunto. Oggi, però, grazie all'impegno di un gruppo di storici israeliani e statunitensi e alle testimonianze emerse dagli archivi segreti del Terzo Reich, del governo americano, inglese ed ex-sovietico, è possibile ricostruire con precisione (purché ne sussista la volontà, ovviamente) la trama e il contenuto di uno dei più scellerati complotti di matrice razzista e terrorista mai progettati nel corso del XX secolo. Dopo anni di indagini e di studi, i ricercatori dell'istituto Simon Wiesenthal di Los Angeles sono riusciti a fare riemergere dagli archivi del controspionaggio nordamericano buona parte della corrispondenza segreta e dei diari personali del Gran Muftì di Gerusalemme e un certo numero di casse contenenti una voluminosa massa di documenti (in lingua araba e tedesca) attraverso la lettura dei quali è possibile fare luce sull'intera e complessa vicenda.
    Dopo la caduta del muro di Berlino, gli studiosi israeliani e statunitensi (supportati anche da informazioni e suggerimenti forniti da colleghi inglesi, russi e serbi) hanno infatti passato al setaccio tutto il materiale e le testimonianze relativi all'attività di Husseini e dei gruppi arabi che, a cavallo degli anni Trenta/Quaranta, collaborarono attivamente con i nazisti. Nella fattispecie, la documentazione fa riferimento ai numerosi dossier redatti tra il 1936 e il 1945, dalla Kripo (la Polizia Criminale nazista) e dalla Gestapo, dalla Sezione Mediorientale dell'Abwehr (il Servizio Segreto tedesco diretto dall'ammiraglio Wilhelm Canaris); dal Dipartimento Affari Islamici e del "Centro Addestramento Elementi Mussulmani" delle Waffen SS (posto alle dirette dipendenze di Heinrich Himmler); dal "Comando Operazioni Oriente" della Divisione Speciale Brandeburg; dal Sonderstab F del generale Helmut Felmy (organismo incaricato di arruolare nella Wehrmacht volontari mediorientali, nordafricani, ma anche transcaucasici e russo-asiatici) e dall'Arab Bureau del dicastero degli Esteri di Joachim von Ribbentrop.

    L'antisemitismo come ragione di vita
    Amin al Husseini (chiamato anche Al-Haji Amin) nasce nel 1897, a Gerusalemme, da una famiglia molto religiosa che, fino dalla più tenera età, educa il figlio secondo i più rigidi precetti islamici. Dopo avere compiuto i suoi primi studi nella città natale, Amin li prosegue al Cairo e, in seguito, a Costantinopoli. Nel 1910, entra nell'esercito ottomano, venendo assegnato ad una scuola di artiglieria. Sembra che dopo le Guerre Balcaniche Husseini abbia completato in una scuola coranica la sua preparazione culturale e religiosa. Ancora molto giovane, Amin mostra simpatie nei confronti del Movimento Arabo che fa capo allo sceriffo de La Mecca Hussein, uno dei più importanti vassalli della Sacra Porta. Nel 1914, in seguito ad abboccamenti con i servizi segreti inglesi di base al Cairo e agli aiuti promessi dal Foreign Office di Londra e dal Comando Supremo dell'Esercito inglese in Egitto, lo sceriffo inizia, infatti, a progettare una rivolta nazionalista araba con l'intento di liberare dal giogo ottomano la regione dell'Hegiaz, posta sotto il suo governo, e le città sante di Medina, La Mecca e Gerusalemme.
    Tra il 1914 e il 1918, Amin al Husseini segue e partecipa con interesse alla lotta condotta dallo sceriffo contro i turchi, fornendo, sembra, il suo appoggio alla causa attraverso attività segrete e di spionaggio. Nel marzo 1920, partecipa al Congresso panarabo di Damasco che proclama l'indipendenza dell'Iraq sotto il re Abdullah e della Siria sotto Feisal, uno dei figli dello sceriffo Hussein della Mecca. Nel successivo mese di aprile, Amin al Husseini aderisce all'organizzazione di una sommossa antiebraica in Palestina (regione posta sotto mandato britannico) e, in seguito alla creazione della Haganah (l'organizzazione armata di autodifesa ebraica), contribuisce a fondare diverse bande terroristiche antibritanniche, incominciando, nel contempo, a pianificare una strategia per "eliminare fisicamente tutti gli elementi sionisti dal territorio mediorientale". Nel maggio 1921, Husseini fomenta nuove manifestazioni antisioniste in Palestina e, poco dopo, viene nominato Gran Muftì di Gerusalemme, la più alta carica religiosa dell'islam, acquisendo subito grande prestigio e potere. Nel 1925, favorisce segretamente la nascita dell'Associazione Armata Araba guidata dal fondamentalista siriano Izz al-din Qassam. Nell'agosto del 1929, Husseini dà la sua benedizione ad una delle più violente persecuzioni antiebraiche. Con l'intento di limitare il diritto di preghiera degli israeliti presso il Muro del Pianto di Gerusalemme e le visite alla Tomba dei Patriarchi di Hebron, Husseini sobilla nuovamente la popolazione mussulmana, contribuendo, tra l'altro, alla soppressione della secolare comunità ebraica di Hebron.
    Nel 1931, il Gran Muftì sostiene la nascita del Partito Arabo per l'Indipendenza, uno schieramento che reclama a gran voce l'unione politico-religiosa tra Palestina e Siria, regione posta sotto mandato francese. Nel 1933, dopo la salita al potere di Hitler in Germania, Husseini confida ai suoi discepoli e collaboratori di "intravedere un nuovo, radioso futuro", e predice "l'avvento di una nuova era di libertà per i mussulmani di tutto il mondo". Galvanizzato dai risultati delle repressioni antiebraiche messe in atto dai nazisti, il Gran Muftì, che ormai si avvale di un folto seguito di seguaci, scatena nuove rivolte a Jaffa, Haifa e Nablus.
    Il 21 Luglio 1934, il Muftì di Gerusalemme compie il passo decisivo. Con lo scopo di stabilire uno stretto rapporto di cooperazione con il nazismo, si reca in visita al nuovo console generale tedesco di Palestina, Döhle. Nel corso dell'incontro, che verrà definito "molto cordiale e proficuo", Husseini conferma il suo incondizionato sostegno alla Germania di Hitler, domandando al diplomatico "fino a che punto il Terzo Reich fosse disposto a sostenere il movimento arabo contro gli ebrei". Ricevute soltanto vaghe assicurazioni in proposito, nel 1936, Amin al Husseini invia alcuni suoi collaboratori a Berlino per "intraprendere amichevoli contatti con i capi del movimento nazista". E nel contempo, in Palestina, proclama la lotta armata contro le comunità ebraiche e le forze di occupazione inglesi, affidando il compito di dirigere la rivolta a Fai el Kawakij. Quest'ultimo, nel 1941, sosterrà assieme allo stesso Muftì il fallito colpo di stato anti-inglese del leader nazionalista iracheno Rashid Alì, e, successivamente, nel 1948, guiderà le truppe arabe irregolari contro il neonato stato di Israele. In occasione dei disordini del 1936, Husseini incita i mussulmani fondamentalisti ad attaccare anche le fazioni moderate islamiche, causando (secondo fonti britanniche) non meno di 4.000 morti.
    Informati della rivolta dal console tedesco, il ministero degli Esteri e i vertici delle Waffen SS, iniziano a prestare maggiore attenzione all'attività del Muftì e dei suoi seguaci, pur mantenendo nei confronti del mondo islamico un atteggiamento di sostanziale diffidenza. Nel settembre 1937, due giovani ufficiali delle SS, Karl Adolf Eichmann (che diverrà in seguito il coordinatore supremo della "Soluzione Finale") ed Herbert Hagen, vengono inviati a Gerusalemme per cercare di sondare il livello di affidabilità del Muftì e dei suoi collaboratori e, eventualmente, trovare i presupposti per una più concreta cooperazione politico-militare. L'ordine di Hitler è infatti quello di intensificare i rapporti tra nazismo ed islamismo radicale, ma di procedere con assoluta cautela. Pur reputando interessante l'opportunità di agganciare al carro nazista un elemento di prestigio come il Gran Muftì, il Führer - che non nasconde il suo disprezzo non soltanto per gli ebrei, ma anche per tutta la razza semita - non desidera, almeno per il momento, provocare una crisi mediorientale dai risvolti imprevedibili.
    Mentre i due agenti tedeschi si apprestato a partire per la Palestina, le autorità militari inglesi, che già da tempo indagano sulle attività sovversive del Gran Muftì, spiccano un mandato di cattura contro Amin al Husseini, costringendo quest'ultimo a darsi alla macchia. Tuttavia, una volta giunti ad Haifa, Eichmann e Hagen riescono egualmente a contattarlo. I colloqui segreti tra i due agenti e il Gran Muftì si rivelano abbastanza promettenti. Alla fine, Eichmann offre ad Husseini la protezione dei servizi segreti tedeschi e la fornitura di denaro, armi, munizioni ed esplosivi in cambio del suo impegno ad operare a fianco della Germania per debellare il "demone sionista", ma anche per minare le fondamenta del dominio anglo-francese in Medio Oriente. Husseini non pone alcuna difficoltà, dichiarandosi "felice di cooperare per il trionfo di una giusta causa", e promette di fare del suo meglio, coinvolgendo anche i leader delle comunità mussulmane di Siria, Transgiordania, Libano e Iraq.
    Nel 1938, secondo il carteggio Wiesenthal, il nome in codice del Gran Muftì risulta già nel libro paga dell'Abwehr II. Verso la fine dello stesso anno l'Abwehr II pianifica un programma per inviare in Palestina, tramite navi battenti bandiera neutrale, alcune forniture di armi e munizioni destinate alle forze di Husseini. Per motivi di sicurezza, il carico dovrebbe essere sbarcato in un porto dell'Arabia, probabilmente Gedda. All'ultimo momento, però, l'operazione viene sospesa. Hitler, già impegnato in Spagna, con la Legione Kondor, a fianco del generale Francisco Franco, ed in procinto di annettere la Boemia alla Germania, preferisce evitare di inasprire ulteriormente i rapporti con l'Inghilterra, i cui servizi segreti, tra l'altro, sono già al corrente dei legami tra i nazisti e il Gran Muftì.
    Nel settembre del 1939, all'indomani dell'invasione tedesca della Polonia, Amin al Husseini dichiara pubblicamente di volere dare il suo esplicito sostegno al "meritevole e coraggioso condottiero Adolf Hitler", incitando "i mussulmani a prendere le armi a fianco della Germania nazista". All'inizio del 1941, dai microfoni di un'emittente segreta, il Gran Muftì invoca "il diritto degli arabi a risolvere il problema ebraico con le stesse modalità e gli stessi mezzi adoperati dal Führer, e lancia un proclama affinché tutti gli islamici contribuiscano con le armi al successo delle forze dell'Asse". Tuttavia, non potendo ancora usufruire di una protezione tedesca e temendo di essere arrestato dagli inglesi, verso la fine del 1940, Amin al Husseini decide di fuggire in Iraq e di muoversi per conto proprio, utilizzando il denaro che nel frattempo gli è stato inviato dall'Abwehr. Grazie a queste risorse, egli inizia a sostenere il partito nazionalista iracheno di Rashid Alì (compagine che, tra l'altro, controlla buona parte dell'esercito), fortemente avverso agli inglesi e agli ebrei. E la Mesopotamia diventa così il banco di prova dell'organizzazione messa in piedi dal Muftì con i marchi tedeschi. Rashid Alì, che sta aspettando il momento migliore per scatenare la rivolta anti-inglese, accoglie Husseini come un fratello e lo nasconde in un rifugio segreto, consentendogli di operare indisturbato. Tra la fine del 1940 e l'inizio del 1941, molti funzionari iracheni stabiliscono rapporti di segreta cooperazione con l'ormai fantomatico Muftì che, con molta abilità, continua ad eludere le ricerche della polizia e dell'esercito inglese presenti anche in Iraq. Nell'aprile 1941, il Movimento rivoluzionario di Husseini si consolida, iniziando, tra l'altro, a ricevere sovvenzioni in denaro anche da dall'Italia, dall'Arabia Saudita e dall'Egitto. Nel suo rifugio segreto sotterraneo (situato, sembra, tra Baghdad e Mosul), protetto dai compiacenti militari iracheni, il Muftì conduce una vita piuttosto agiata. Egli dispone, infatti, di un attrezzato ufficio dotato di linea telefonica, di una potente stazione radio, di servizi e di un ampio magazzino zeppo di armi, munizioni, viveri e medicinali. Assieme a lui lavorano almeno una dozzina di collaboratori fidati ed altrettante guardie del corpo, quasi tutte provenienti dall'esercito iracheno. Nella primavera del 1941, Rashid Alì, sostenuto dall'esercito nazionale e dalle cellule di Husseini, dà inizio alla sommossa antibritannica. Rashid Alì obbliga il primo ministro iracheno, il filo-inglese Nuri Said Pasha, a dare le dimissioni; dopodiché ordina alle sue truppe di chiudere i rubinetti delle lunghe condotte che collegano i campi petroliferi mesopotamici al porto di Haifa e di circondare le scarsamente presidiate basi dell'aviazione e dell'esercito inglesi. Contemporaneamente, il Muftì lancia, attraverso un messaggio radio, la jihad (la guerra santa) contro l'Inghilterra. Nonostante il fulmineo avvio del Golden Square o "Blocco d'Oro" (il brillante nome in codice con cui Rashid aveva voluto battezzare la sua insurrezione), la manovra si rivela, però, intempestiva e male architettata.
    Innanzitutto, perché sia Rashid Alì che il Muftì non tengono al corrente l'Abwehr circa le loro mosse, e in secondo luogo perché le forze armate italo-tedesche, impegnate in questo periodo in Grecia contro l'esercito inglese ed ellenico, non sono ancora in grado di intervenire con la dovuta celerità ed incisività in Medio Oriente. Hitler e Mussolini, infatti, non potranno che inviare agli iracheni ribelli che qualche dozzina di consiglieri, meno di cinquanta aerei da trasporto e da combattimento e - tramite il compiacente governo francese di Vichy - un solo convoglio ferroviario carico di armi e munizioni proveniente dalla Siria. A completare la frittata ci pensa poi il Comando dell'esercito iracheno che, palesando un'evidente inettitudine, non riesce ad eliminare i pochi presidi inglesi che, nell'arco di dieci giorni, vengono soccorsi da un forte corpo di spedizione proveniente dall'Egitto e dall'India. Consolidata nuovamente la loro presenza sul territorio mesopotamico, gli inglesi schiacciano la rivolta nazionalista irachena e costringono sia Rashid Alì che il Muftì a fuggire. Quest'ultimo, braccato dai britannici, riesce a trasferirsi nel nord del paese da dove - grazie al denaro e alla connivenza di ribelli mussulmani - passa in Iran e successivamente in Turchia. Giunto ad Istanbul, Amin al Husseini si mette in contatto con alcuni agenti tedeschi che lo aiutano a raggiungere la Germania.
    Verso la metà del novembre 1941, il Muftì giunge a Berlino, dove viene accolto da Eichmann. Questi lo introduce nei palazzi della politica, dove viene interrogato da alcuni alti ufficiali delle SS circa il fallimento del Golden Square. Husseini non mostra alcun imbarazzo nell'addossare tutta la colpa del disastro alla "quinta colonna ebraica che opera in Iraq", aggiungendo che un più concreto e sollecito sostegno da parte delle forze dell'Asse avrebbe probabilmente evitato il grave infortunio. L'infelice osservazione del Muftì irrita non poco i tedeschi e rischia di compromettere i futuri piani di cooperazione arabo-nazisti. Tuttavia, Eichmann ci mette una pezza e convince il Führer a continuare ad accordare fiducia e sostegno all'alleato. Il 20 Novembre 1941 il ministro del Esteri tedesco, Joachim von Ribbentrop, riceve il Gran Muftì, e dal loro colloquio vengono poste le basi per il successivo incontro con Hitler.
    La trascrizione della lunga conversazione tra il Muftì e Hitler venne messa a disposizione di Husseini nel maggio 1945, in una villa nei pressi della capitale tedesca, e trasmessa all'archivio dei servizi segreti statunitensi e successivamente a quello delle Nazioni Unite, dove rimase ben custodita e, curiosamente, mai pubblicizzata. Intervistato sull'argomento dal quotidiano Hadashot, lo storico e orientalista israeliano Zvi Alpeleg ha affermato che l'esistenza di questo documento (venuto alla luce pochi anni fa, grazie alle ricerche degli uomini di Wiesenthal) era nota da tempo. Tanto che, nel gennaio 1946, in seguito ad una fuga di notizie, il quotidiano americano New York Times pubblicò un articolo sulla vicenda, il cui contenuto venne smentito da alcuni governi arabi, come la Siria e l'Iraq. Guarda caso, proprio nel periodo in cui, sempre da fonte stampa statunitense, il mondo venne a sapere che il governo di Damasco e del Cairo, con la complicità dell'Unione Sovietica, avevano dato rifugio ad alcuni "consiglieri" provenienti dalle file delle SS e della Gestapo. A titolo di cronaca, è ormai provato che negli anni Cinquanta, l'Unione Sovietica abbia "fornito" allo Stato maggiore dell'esercito del dittatore egiziano Nasser un'altra "partita" di "consiglieri" nazisti (tra cui diversi fisici e chimici esperti in missilistica e in armi chimiche e batteriologiche) per mettere a punto armi balistiche dotate di testate atomiche, a gas o a virus, da utilizzare contro Israele. Ancora nel 1966, questa volta secondo fonti francesi e israeliane, l'ormai anziano Amin al Husseini si sarebbe adoperato per introdurre segretamente in Libano e in Iraq altri "tecnici" ex-nazisti da lui conosciuti durante il suo lungo soggiorno in Germania.
    Ma torniamo al colloquio del 22 novembre 1941 tra il Gran Muftì e Adolf Hitler. Nel corso dell'incontro, durato circa un'ora e mezza, il Gran Muftì dichiarò che "gli arabi dovevano essere considerati amici naturali della Germania…" e che "egli era pronto ad adoperarsi per convincere tutti i mussulmani presenti in Africa Settentrionale, nell'Europa occupata e in Russia" ad arruolarsi in una speciale Legione Araba (la Freies Arabien) al servizio della comune causa antisionista e antioccidentale. "In questa gigantesca lotta, gli Arabi si batteranno anche per scacciare gli anglo-francesi dal Medio Oriente e per creare i presupposti di un grande Stato Arabo Unito, comprendente la Palestina, la Siria, il Libano, la Transgiordania e l'Iraq". Dal canto suo, il Führer (che, in seguito allo smacco subito da Rashid Alì, non si fidava più delle capacità organizzative e militari dei capi arabi) assicurò che "la Germania, pur essendo decisa a richiedere alle nazioni sue alleate (Italia, Romania, Ungheria, Bulgaria, Croazia, Slovacchia e Finlandia, ndr) di contribuire fattivamente alla risoluzione del problema ebraico", non riteneva ancora opportuno "dirigere un simile appello ai popoli mediorientali e a quello iraniano, troppo strettamente controllati dalle forze inglesi e sovietiche".
    Pur amareggiato dalle dichiarazioni del Führer, Amin al Husseini tentò, nei mesi successivi, di persuadere sia Hitler che Mussolini a sottoscrivere un documento ufficiale con il quale "la Germania e l'Italia si sarebbero impegnate in tempi brevi ad intervenire militarmente in Medio Oriente per aiutare i mussulmani a scacciare gli inglesi". Dichiarazione, questa, che i due dittatori non sottoscrissero poiché, al momento, risultava tecnicamente inattuabile. Il Führer preferì rinviare qualsiasi eventuale azione nella regione ad una data successiva alla conquista del Caucaso e della valle del Nilo da parte delle forze dell'Asse. Amin al Husseini dovette quindi accontentarsi. "In attesa dello sfondamento italo-tedesco dei fronti egiziano e caucasico - annotò sul suo diario - ai mussulmani non rimane che mettersi a disposizione della Germania, partecipando alla distruzione dei sionisti in Europa".
    Per cercare di andare incontro ad Husseini, nel 1942 i tedeschi lo posero alla direzione dell'"Ufficio Arabo": un ente controllato dalle SS al quale sarebbe spettato il compito di fare propaganda antisemita e di favorire l'arruolamento dei mussulmani nella Legione Araba di cui si è detto, ma anche nei reparti delle SS appositamente costituiti da Himmler per inquadrare elementi bosniaci e albanesi. Questi ultimi andarono, infatti, a formare la 13ma Divisione da montagna SS Handschar e la 21ma Divisione da montagna Skanderbeg, indossando una divisa da combattimento abbastanza simile a quella in uso nelle sezioni analoghe tedesche. Sul capo essi portavano il fez rosso con appuntato il teschio, mentre al posto delle consuete scritte runiche del colletto comparvero curiosi gagliardetti con una scimitarra islamica. Va notato infine che, nonostante il suo personale disprezzo nei confronti di tutte le religioni, Himmler concesse ai volontari mussulmani delle due divisioni di praticare una dieta particolare vincolata ai precetti mussulmani, di pregare pubblicamente secondo la ritualità, e di festeggiare e osservare le feste e i digiuni imposti dal Corano.
    Situato non lontano da Berlino, il quartiere generale del Muftì controllava una fitta rete di collaboratori, sia i Europa che nel resto del mondo. Esso, infatti, estendeva la sua autorità a tutto il Medio Oriente, e al Nord Africa, ma anche sulle più lontane regioni asiatiche abitate da minoranze islamiche. Tra il 1942 e il 1944, il Gran Muftì lavorò intensamente, consentendo l'arruolamento nella Legione Araba e nelle Divisioni Waffen SS di molti uomini. Grazie alla sua martellante propaganda, attuata tramite potenti stazioni radio messe a disposizione dai tedeschi, e mediante frequenti viaggi, decine di migliaia di mussulmani balcanici andarono a formare le nuove divisioni di Himmler. Queste unità, divenute ben presto note per la loro ferocia, vennero spesso impiegate nei Balcani in azioni antipartigiane e nei rastrellamenti di ebrei e zingari. Nel 1943, non meno di 50.000 mussulmani di varia provenienza risultavano presenti nelle divisioni SS o nei reparti speciali tedeschi (1). Anche se la Legione Araba (l'unità sulla quale il Muftì contava molto in quanto egli la considerava l'elemento costituente del suo futuro esercito) non arrivò mai a superare gli effettivi di qualche battaglione. L'unità, contrariamente alle aspettative dei tedeschi, fornì inoltre risultati piuttosto deludenti sia sotto il profilo disciplinare che operativo e bellico (2).
    Nel corso del conflitto, molto intensa risultò anche l'azione diplomatica svolta dal Gran Muftì. Tra il 1942 e il 1944, egli effettuò diversi viaggi per l'Europa, recandosi nelle regioni abitate da nuclei mussulmani (Bosnia, Kosovo, Albania) per constatarne la fedeltà al Reich, e stringendo rapporti di amicizia e cooperazione anche con i capi di movimenti parafascisti croati e serbo-cetnici che avevano in comune un profondo odio nei confronti degli ebrei e delle democrazie occidentali. Non solo. Sembra che nel 1942, tramite l'ambasciata giapponese di Berlino, il Muftì abbia avviato contatti perfino con il governo di Tokyo, il cui ministero della Guerra era intenzionato a servirsi di lui e dei suoi seguaci per fare insorgere contro gli eserciti di Ciang Kai Shek e di Mao Tse Tung le comunità mussulmane della Cina centro-occidentale (regioni del Tarim e del Tsinghai) e per tenere buone quelle, assai più numerose, dell'Indonesia e delle isole meridionali delle Filippine. Nella sua veste di responsabile della supervisione della propaganda radio dell'Asse diretta verso i popoli mussulmani, il Muftì utilizzò spesso le numerose ed efficienti emittenti radio tedesche, potendo contare, nel 1942, su almeno sei stazioni. Ma Husseini amava molto parlare anche davanti alle grandi folle. Nel giugno del 1943, a Berlino, in occasione di un'importante adunata nazista, il Muftì lanciò strali contro la Dichiarazione Balfour, prendendosela, tanto per cambiare, con la "cospirazione anglo-sassone, massonico-ebraica". Rivolto agli alti gradi delle SS presenti, disse: "Il trattato di Versailles non fu soltanto un disastro per voi tedeschi, ma lo fu anche per il popolo arabo. In ogni caso, oggi sappiamo come rimettere le cose al loro giusto posto e, soprattutto, oggi siamo tecnicamente in grado di eliminare dalla faccia della terra tutti gli israeliti".
    Tra il 1941 e il 1943, il Muftì e i servizi segreti tedeschi inviarono in Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto, Palestina, Siria e Trasgiordania un gran numero di opuscoli e di altro materiale propagandistico antinglese e soprattutto antisionista. Anche quando le armate del Reich dovettero abbandonare le steppe russe e l'Africa settentrionale, arretrando sempre più verso i confini tedeschi, Husseini continuò a lottare, lanciando messaggi alle popolazioni mediorientali, africane e addirittura alle minoranze arabe residenti in Asia e negli Stati Uniti, spronandole a combattere contro il demonio sionista e plutocratico. Il 1° Marzo 1944, nel corso dell'ennesima trasmissione radiofonica, il Muftì ebbe modo di ribadire il suo immutato odio nei confronti degli israeliti: "Arabi! Alzatevi come un solo uomo e combattete per i vostri sacrosanti diritti. Uccidete gli ebrei dovunque li troviate. Ammazzate, e farete cosa gradita da Allah". Ma intanto la guerra stava volgendo al termine e le armate di Hitler ripiegavano su tutti i fronti sotto la pressione delle forze anglo-americane e sovietiche. Catturato nel tardo aprile del 1945 in un piccolo paese della Germania occidentale dalle truppe statunitensi, Al Husseini venne tradotto in un carcere francese da dove, nel 1946, riuscì però ad evadere, rifugiandosi prima al Cairo e poi a Beirut, in Libano. In questa città egli dedicherà il resto della sua esistenza ad elaborare piani e strategie finalizzati alla distruzione della razza ebraica e dello stato di Israele, dando, con immutata perseveranza e rabbia, il suo sostegno materiale morale a tutti i nemici del sionismo. Venerato ma ormai messo da parte dai più giovani e rampanti leader del terrorismo islamico, l'ex Gran Muftì di Gerusalemme Amin al Husseini morirà nella capitale libanese il 4 luglio 1974.



    NOTE:

    1. Nel corso della campagna di Russia, i tedeschi ebbero modo di arruolare nelle file del loro esercito un elevato numero di volontari mussulmani, inquadrandoli in appositi reparti. Nella fattispecie vennero formati non meno di 10 battaglioni a cavallo calmucchi; il raggruppamento battaglioni turchi Haroun el Rashid; nove battaglioni tartari; quattro/sei battaglioni caucasici (formati da georgiani e azerbaigiani e dell'Abhkazia); una brigata di fanteria cosacca; due grosse divisioni di cavalleria cosacca del Kuban e del Terek e parecchie compagnie formate da elementi provenienti da Kazakistan, Turkmenistan, Usbekistan, Tagikistan e Kirghisistan. L'adesione spontanea di queste minoranze alla causa nazista derivava in gran parte dalla dura, e spesso spietata, politica di segregazione etnico-religiosa attuata nel corso degli anni Trenta dal regime di Stalin.

    2. Già a partire dal luglio del 1941, la Germania aveva intrapreso l'addestramento di speciali unità formate da elementi arabi mediorientali e nordafricani. Poco dopo la fallita rivolta antinglese di Rashid Alì, il Comando dell'Esercito tedesco diede incarico al generale Hellmuth Felmy di provvedere all'addestramento di un primo nucleo di combattenti mussulmani. Felmy cercò di inquadrare alcune centinaia di uomini, costituendo l'845° Battaglione Arabo-Tedesco.
    I problemi che Felmy dovette affrontare furono però molti e diversi. A parte l'assoluta impreparazione militare evidenziata da quel primo nucleo di volontari assai poco portati alla disciplina, il generale notò ben presto che all'interno della truppa sussistevano anche diverse fazioni ideologiche. Una parte degli uomini dell'845° simpatizzavano, infatti, con il partito guidato dal nazionalista siriano Fauzi Kaikyi, un'altra si dichiarava seguace del partito nazionalista iracheno dell'ex-primo ministro Rashid Alì, mentre una terza si dichiarava fedele al Gran Muftì di Gerusalemme. Nell'estate del 1941, il battaglione venne trasferito in Grecia, a Sounio, una località situata nell'estremo lembo meridionale dell'Attica, dove avrebbe iniziato il suo ciclo di addestramento.
    I tedeschi scelsero questa località sia per motivi climatici che strategici, in quanto essi pensavano di utilizzare l'unità araba in Africa Settentrionale o in Medio Oriente (specificatamente in Palestina, Transgiordania, Siria e Iraq). Durante prima la fase di addestramento, gli istruttori tedeschi (ufficiali che, prima della guerra, avevano soggiornato a lungo nei paesi arabi o che durante il Primo Conflitto mondiale avevano prestato servizio in Medio Oriente nelle file dell'Asienkorps tedesco del generale Erich von Falkenhein) impartirono alle reclute lezioni di tedesco, insegnando poi ad esse l'uso di svariate armi ed esplosivi.
    I risultati ottenuti furono però piuttosto scarsi, in quanto i volontari mussulmani, molto preparati e determinati sotto il profilo ideologico e politico, si rivelarono in realtà piuttosto pigri, indisciplinati, disordinati e scarsamente portati al combattimento moderno. Il 24 luglio 1941, intanto, a Potsdam, una seconda Unità di Addestramento, la Sonderverband 288, riuscì a mettere insieme un altro gruppo di volontari mussulmani fedeli al Muftì, inquadrandoli in uno speciale battaglione da impiegare nella guerra nel deserto. Terminato il ciclo di addestramento, l'unità, che in realtà non contava neanche 150 uomini, venne inviata a Bengasi, entrando a fare parte dei reparti mobili dell'Afrika Korps del generale Erwin Rommel.
    In Libia, il battaglione assunse anche la pomposa denominazione di Panzergrenadier Regiment "Afrika". Il 26 gennaio 1942, il capitano Schober assunse il comando del raggruppamento arabo che ricevette anche nuove uniformi colore sabbia. Sulla manica della giubba spiccava per la prima volta uno stemma di tessuto che riportava una bandiera rosso, verde, bianca, nera, con impressa la scritta "Libera Arabia", sia in arabo che in tedesco. Nell'aprile del 1942, il battaglione contava 133 effettivi. Non si hanno notizie circa l'impiego operativo di questa unità che venne affiancata da una compagnia tedesca e da una compagnia formata da ex-legionari francesi fedeli al governo di Vichy.
    Ciò che si sa è che 30 elementi considerati i meglio preparati entrarono in seguito a fare parte di una speciale compagnia guastatori dell'esercito tedesco, addestrata per compiere incursioni in Ciad e in Egitto, all'interno delle linee inglesi. Il 4 agosto 1942, grazie anche all'opera propagandistica del Gran Muftì, il Comando Supremo tedesco formò un terzo battaglione arabo, la cosiddetta Sonder Verbande 287. L'unità, che venne addestrata nel campo di Doberitz, era formata da circa 200/300 uomini e raggruppava diversi elementi tratti dall'845° Battaglione.
    In occasione della grande offensiva d'estate scatenata dall'esercito tedesco sul fronte del Caucaso, il Gran Muftì insistette presso il Comando tedesco affinché almeno un reparto arabo venisse impiegato in quella regione, abitata in buona parte da popolazioni di religione mussulmana. E lo stesso Hitler, che in realtà non aveva mai nutrito eccessiva fiducia nelle capacità militari degli arabi, ritenne opportuno dare il suo benestare. E fu così che il 21 agosto, il Gruppo Speciale F (alias Sonder Verbande 287) venne trasferito da Doberitz a Stalino (Ucraina), entrando a fare parte della 1a Armata Panzer alla quale sarebbe spettato l'arduo compito di raggiungere e conquistare i grandi campi petroliferi di Grozny e di Baku e di proseguire poi in direzione della Persia e della Siria.
    Verso la metà di settembre, il Battaglione Arabo, adeguatamente addestrato, armato e rinforzato da elementi tedeschi, venne trasferito nella zona d'operazioni compresa tra il fiume Kuma e il canale del Manich, andando ad integrarsi con i reparti tedeschi appartenenti alla 16ma Divisione di Fanteria Motorizzata che controllava Elista e gli estremi capisaldi orientali situati nella Steppa dei Calmucchi. Secondo le direttive del Comando supremo, il battaglione arabo venne poi spostato un po' più a sud, nella Steppa del Nogay, per andare a presidiare i nodi di Acikulak e Urozajne. Giunto in questa regione il reparto arabo venne integrato con diversi elementi locali di religione mussulmana, e venne attrezzato per andare ad operare all'interno della catena del Caucaso, assieme alle truppe da montagna della 1a Armata tedesca che, nel frattempo, avevano ricevuto l'ordine di conquistare tutti gli alti passi montani e di penetrare in Abhkazia e in Georgia.
    Obiettivo che tuttavia rimase sulla carta in quanto, a metà di ottobre del 1942, i russi scatenarono una poderosa controffensiva, costringendo l'intero Gruppo A dell'Armata Tedesca a ritirarsi, e con essa anche il reparto arabo. In seguito al ripiegamento, il battaglione venne sciolto e parte dei suoi componenti optarono per andare a lavorare nel servizio segreto tedesco. I rimanenti soldati vennero inquadrati in un piccolo distaccamento acquartierato in Germania. Dopo lo sbarco anglo-americano in Nord Africa dell'8 novembre 1942, il Gran Muftì chiese al Comando germanico di impiegare in Tunisia alcuni plotoni tratti dai tre battaglioni arabi. Nel dicembre dello stesso anno, un centinaio di volontari arabi, agli ordini di ufficiali tedeschi, venne inviato a Palermo per poi essere trasferito, nel gennaio del 1943, a Tunisi.
    Giunto in Africa, il raggruppamento ricevette una nuova denominazione: "Kommando Deutsch-Arabischer Truppen" (Commando Truppe arabo-tedesche). Al reparto vennero affidati compiti di sorveglianza della costa tra Capo Bon e la città di Susa e di reclutamento di volontari tunisini. Nell'aprile del '43, in concomitanza con le ultime operazioni della campagna, gli arabi vennero dotati di armamento più moderno e pesante per contrastare le avanzanti forze anglo-americane. E tra la fine di aprile e i primi di maggio, il gruppo venne inserito nella Divisione Corazzata "Goering", partecipando ad alcuni aspri combattimenti.
    Il 10 maggio, infine, gli ultimi combattenti battaglione arabo verranno catturati dagli americani e trasferiti negli Stati Uniti, nel campo di Opaluka (Alabama), dove rimarranno, in compagnia di altri 1.800 arabi filo-tedeschi, fino al 10 aprile 1946. I modesti risultati ottenuti dall'impiego militare di volontari arabi, sconsigliò i tedeschi dal formare ulteriori, analoghi reparti, anche se, nel corso della seconda metà del 1943, un centinaio di arabi vennero ancora arruolati dal 1° Reggimento Paracadutisti tedesco e dallo speciale Gruppo Commando del tenente colonnello Otto Skorzeny. Con l'approssimarsi della fine della guerra, il Gran Muftì dovette rinunciare al sogno di costituire un vero Esercito Arabo in divisa tedesca e a limitare la sua azione alla pura propaganda.




    Bibliografia

    * Brandeburg Division commandos of the Reich, Histoire & Collections, Eric Lefevre, Parigi, 2000.
    * Salaam (Geheimkommando zum Nil, 1942), Hans von Steffens, K. Vowinckel Verlag, 1960.
    * Kommando (German Special Forces of World War Two), James Lucas, Arms and Armour Press, 1985.
    * Quaderni del Veltro, Stefano Fabei, La politica maghrebina del Terzo Reich, Parma.
    * L'ultimo anno dell'esercito tedesco maggio 1944 - maggio 1945, James Lucas, Hobby & Work Italiana Editrice, Milano, 1998

  9. #9
    Kalki
    Ospite

    Predefinito immagini


    Il Gran Muftì di Gerusalemme, Amin al Husseini, capo spirituale dei mussulmani palestinesi, e il leader nazista Adolf Hitler


    SS Mussulmane (Divisione Handshar)


    Il Gran Muftì Amin Al Husseini durante una rassegna di SS


    Il Gran Muftì Amin di Gerusalemme Al Husseini durante una rassegna di SS mussulmane


    Himmler in rassegna della Divisione SS Hanshar, mussulmana


    SS mussulmane leggono un opuscolo antisemita

  10. #10
    Kalki
    Ospite

    Predefinito



    Giovanni Armillotta
    (Ricercatore alle Università degli Studi di Pisa e Cagliari)
    RAPPORTI TRA FASCISMO E ISLÀM IN UN VOLUME DI ENRICO GALOPPINI
    Il fascismo e l’Islam, Edizioni All’Insegna del Veltro, Parma, 2001


    Se ci accontentassimo degli schemi preconcetti condizionati dalle dicotomie assurte nel secondo dopoguerra a valore di dogma – destra/sinistra, razzismo/antirazzismo, colonialismo/terzomondismo eccetera – faticheremmo davvero non poco a darci ragione di un complesso rapporto, tra luci ed ombre, spesso contraddittorio, talvolta entusiasta e sincero, che vide protagonisti personaggi e situazioni che animarono una tempèrie per la quale, col senno di poi, è stata coniata da storici forse più interessati a fornire materiale utile alla cronaca mediorientale che al servizio della Verità, l’ingenerosa espressione di “filofascismo arabo”. Indubbiamente, sia la parte fascista che quella arabo-musulmana – da considerare nella loro complessità e da non ridurre quindi a blocchi monolitici – perseguivano obiettivi di fondo differenti, ma è sulla via del loro raggiungimento che si trovarono a percorrere in compagnia alcuni tratti di strada.
    Se le delusioni generate dai diktat della Conferenza della pace di Versailles (19 gennaio-28 giugno 1919) egemonizzata da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia – che per l’Italia si tradussero nello smacco della cosiddetta “vittoria mutilata” e per il mondo arabo-islamico sancirono il tradimento delle aspirazioni all’indipendenza all’insegna dell’arabismo e dell’Islàm – avevano già creato un primo terreno d’incontro tra due realtà emergenti, fino a tutti gli anni Venti la politica estera del fascismo è estremamente prudente, ma è a partire dai primi anni del decennio successivo e specialmente dopo la guerra d’Etiopia del 1935-36 (presentata ai musulmani come un riscatto dalle vessazioni perpetrate ai loro danni dal Negus) che una strategia mediterranea apertamente filo-islamica e perciò anti-francese e anti-inglese (non si dimentichi che all’epoca sia il Maghreb che il Mashreq arabi erano, secondo modalità differenti, sotto il controllo anglo-francese) viene adottata con sempre maggiore audacia: si dà un maggior impulso agli studi arabi e d’islamologia, s’intensificano le iniziative di penetrazione culturale e ideologica (la Fiera del Levante dal 1930, i Convegni a Roma degli studenti asiatici del 1933 e del 1934, le pubblicazioni bilingue italiano-arabo come Italia Musulmana, Mondo Arabo e L’Avvenire Arabo, le trasmissioni in lingua araba di Radio Bari dal 1934) e si diffondono movimenti ed organizzazioni arabe, soprattutto giovanili, fra cui ricordiamo il Partito Giovane Egitto (Hizb Misr al-Fatâ) di Ahmad Husayn e le Falangi Libanesi (al-Katâ’ib al-Lubnâniyya) di Pierre Jumayyûl tra i primi, le Camicie Verdi (al-Qumsân al-Khadrâ’) e Le Camicie Azzurre (al-Qumsân az-Zarqâ’), entrambe egiziane, nonché varie associazioni scoutistiche (al-Jawwâla), tra le seconde, che guardano, magari confusamente, al fascismo come modello. In altri casi, invece, il motivo ispiratore era costituito dal nazionalsocialismo: citiamo il Partito Nazionale Sociale Siriano (al-Hizb al-Qawmî as-Sûrî al-Ijtimâ‘î) di Antwân Sa’âda, le Camicie di Ferro (al-Qumsân al-Hadîdiyya) a Damasco e ad Aleppo, l’irachena al-Futuwwa, la cui etica traeva origine da quella degli ordini cavallereschi del medioevo islamico. Ma è con gli ambienti delle corti delle entità statali allora indipendenti (spesso solo formalmente) e non con fazioni minoritarie ed estremiste che il fascismo, realisticamente, preferisce intessere relazioni che in special modo sul piano commerciale determinano posizioni di tutto rispetto: lo Yemen dell’imâm Yahyà è un protettorato italiano di fatto (il Trattato d’amicizia e di relazioni economiche del 1926 è rinnovato nel 1937) e buoni rapporti vengono stabiliti sia con Re Fu’âd d’Egitto che con il sovrano dell’Iraq Faysal Ibn Husayn, mentre a riprova dell’importanza degli apporti sanitario e tecnico-scientifico italiani nel mondo arabo basti rammentare la missione medica permanente presso l’imâm dello Yemen, l’Ospedale Italiano di ‘Ammân, l’ambulatorio di Jedda e l’assistenza aeronautica fornita ad Ibn Sa‘ûd per tutti gli anni Trenta.
    Sul finire del decennio e con la guerra poi – quando a tutte queste ottime relazioni gli Alleati impongono ricatti e pressioni – il filo-islamismo del regime mussoliniano, fin lì improntato ad una buona dose di pragmatismo, si fa, per così dire, ideologico (il fascismo come “Islàm del XX secolo” è uno degli slogan coniati in quel clima), ma è solo in sporadiche occasioni (ad esempio la fallita rivoluzione irachena di Rashîd ’Âlî Al-Gaylânî e degli ufficiali del “Quadrato d’Oro” appoggiata dall’Asse nell’aprile-maggio 1941) e comunque con scarsa convinzione, che il fascismo e alcuni settori del mondo arabo-musulmano desiderosi di liberarsi dal controllo franco-inglese riescono ad intraprendere iniziative di un certo rilievo. Tra gli interlocutori arabi di spicco che privilegiarono l’alleanza (più pragmatica che ideologica) tra il fascismo e l’Islàm – mal riponendo tra l’altro le loro speranze in un altrettanto netto rifiuto dell’entità sionista che lentamente ma inesorabilmente andava costituendosi in Palestina – ricordiamo innanzitutto il Gran muftî di Gerusalemme Hâjj Amîn al-Husaynî (1893-1974), fautore di un’impostazione arabo-islamica – e non strettamente nazionale – della lotta di liberazione del Dâr al-Islàm dalle ingerenze straniere, l’emiro druso Shakîb Arslân (1869-1946), uno dei principali esponenti della corrente riformista della salafiyya che a Ginevra dirigeva “La Nation Arabe”, Muhammad Iqbâl (1877-1938), il padre spirituale del Pakistan, che ebbe parole d’elogio per l’apertura nei confronti dell’Asia suggellata dal Duce con il discorso del 18 marzo 1934 sull’espansione pacifica dell’Italia in Oriente.
    Sbaglierebbe poi chi – astraendo dal contesto storico di questa vicenda – individuasse nell’antisemitismo il collante di queste pur vaghe simpatie reciproche: esso non è mai stato proprio né di arabi né di musulmani e per il fascismo, fu il tardivo, minoritario e strumentale frutto dell’alleanza politica con la Germania hitleriana, ed è altresì da ricordare che le comunità ebraiche tradizionalmente residenti in Palestina convivevano pacificamente da tempo immemorabile sia con la maggioranza araba musulmana che con la minoranza araba cristiana.
    Che si trattasse di un filo-islamismo ondivago e contraddittorio lo dimostra inoltre la “politica islamica” perseguita dal fascismo in Libia, dove i nodi di quella che spesso appare una strategia volta più che altro a contrastare l’egemonia franco-inglese nel Mediterraneo e a gestire le popolazioni musulmane delle colonie (Libia, Eritrea, Dodecaneso, poi Etiopia e infine Albania) vengono al pettine. Qui l’Islàm è sì incoraggiato – fino al punto da rendere difficile la vita a chi scorse l’occasione di una nuova evangelizzazione dell’Africa del Nord – con iniziative volte al sostegno della vita religiosa locale (restauri e costruzioni di moschee e di scuole coraniche, assistenza per i pellegrini alla Mecca, apertura della Scuola Superiore di Cultura Islamica a Tripoli), ma è soprattutto uno strumento d’ordine, progressivamente costretto alla sfera privata in ottemperanza a quel reddite ergo Cesari che poco si adatta all’intima essenza dell’Islàm. Anche il fascismo quindi – tra i cui elementi costitutivi è da annoverarsi l’avversione a molti dei principi dell’Illuminismo e ad un certo “progressismo” – in Colonia finì per appiattirsi nella riproduzione della retorica del progresso (dello “sviluppo” diremmo oggi) allestendo la versione in camicia nera della “missione di civiltà”, compreso l’imprescindibile bagaglio di “buone intenzioni” insito in ogni impresa d’oltremare. Il viaggio di Mussolini in Libia nel marzo 1937 – un “premio” per un popolo che con i contingenti di ascari aveva dato un contribuito fondamentale alla conquista dell’Impero -, culminato con la consegna al Duce della “spada dell’Islàm”, aprì in realtà una nuova e più massiccia fase d’insediamento di coloni italiani sulla “Quarta sponda” (“i Ventimila” del 1938), evento che non poteva non preoccupare i fautori dell’integrità etnica e culturale della Patria araba (al-watan al-‘arabî), in primis i contigui nazionalisti tunisini del Neo-Dustûr di Habîb Burgîba, saltuariamente accostatisi al fascismo.
    Un giudizio complessivo quindi, deve rilevare che l’azione filo-musulmana del fascismo (o “filo-araba”, quando l’elemento “razza” cominciò a pesare di più in seguito all’avvicinamento alla Germania) si risolse soprattutto in un’attività di propaganda e di disturbo (persino l’insurrezione palestinese del 1937-39 non venne sostenuta con particolare entusiasmo) volta ad accaparrarsi la simpatia delle popolazioni musulmane del Mediterraneo, centro di gravità del “rinnovato Impero di Roma”, le quali tuttavia – deluse da chi si era mangiato tutte le promesse fatte a suo tempo – scorsero in questi proclami la possibilità di riuscire a condurre a buon fine la lotta di liberazione anticoloniale, poi proseguita nel secondo dopoguerra dai campioni dei panarabismo (Jamâl ’abdel-Nâser ed i suoi epigoni), tacciati di volta in volta – non a caso – dalla propaganda dei loro avversari di “fascismo”, se non addirittura additati a nuovi “Hitler”.
    Ad ogni modo, leggendo i non pochi scritti editi nell’Italia tra le due guerre mondiali nel clima della ricerca di un’“intesa con l’Islàm”, si può evincere quanto i toni della polemica (che è bene che ci sia, per carità) sull’odierna presenza islamica in Italia e i timori instillati da chi ha interesse ad agitare ad ogni piè sospinto lo spauracchio dell’“integralismo islamico” siano lontani dall’impostazione data all’epoca alla delicata e fondamentale questione dei rapporti tra l’Italia (e l’Europa quindi) e l’Islàm, tra l’Occidente e l’Oriente.
    Enrico Galoppini, Il fascismo e l’Islam, Edizioni All’Insegna del Veltro, Parma 2001 (Viale Osacca, 13 – 43100 Parma – tel. e fax 0521/290880; insegnadelveltro@libero.it), pp. 166, £. 24.000, € 12.39).

 

 
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