Alzano Lombardo
Il segretario lombardo Giorgetti al suo posto sul palco. Un militante: «Siamo smarriti, è inutile negarlo»
DAL NOSTRO INVIATO
ALZANO LOMBARDO (Bergamo) - Parte bene: «Il segretario provinciale Colleoni aveva annullato l’incontro e io gli ho detto "ma che cavolo fai?". E l’ho salvato. Sì, perché quando quello si risveglia ci fa un mazzo così». Ovazioni. Giancarlo Giorgetti prende coraggio: «La Lega va avanti, da sola. Riproponiamo la nostra lotta contro Roma, secondo schemi ben chiari». In platea il muratore Sergio Perico scuote la testa: «Lui la parola "schemi" non l’avrebbe mai detta...».
Comincia da questa città all’imbocco della Val Seriana la vita provvisoria della Lega senza il Capo. Dall’Auditorium di Alzano Lombardo, 12.300 abitanti a sei chilometri da Bergamo. Duecento poltroncine rosse a strapiombo su un palco di parquet tirato a lucido. Aspettavano Bossi, giovedì, dopo il malore, il comizio era stato annullato. E’ stato riconfermato alle undici di ieri mattina. Ne è seguito un tam tam telefonico tra i militanti e qualche buco in platea.
Cristiano Forte si gratta la testa: «C’è uno smarrimento evidente, è inutile negarlo. Siamo spaventati. Abbiamo sempre visto Umberto come una roccia indistruttibile e forse è questo il problema». E’ un 36enne di Palazzago, il paese prima di Pontida. Tesserato dal 1991. Ascolta Giorgetti con attenzione: «Parla bene, è bravo. Ma il problema non è lui, è l’uomo che sostituisce. Non c’è nessuno che arringa la folla come Umberto, nessuno».
Doveva essere la prima tappa della «ricognizione sul territorio», così la chiama Giorgetti. Un viaggio nella pancia della Lega, per capire, in vista dell’Assemblea federale del 28 marzo, come sono gli umori dei militanti. Se andare avanti da soli o tornare in gruppo. Questione più delicata della volata da tirare al candidato alla presidenza della Provincia, altro tema del comizio. Bossi si era tenuto la serata libera, ci teneva. E’ toccata al suo «delfino». Così avevano scritto i giornali, quando Giancarlo Giorgetti venne designato dal Capo come segretario della Lega Lombarda, incarico pesante che fece somma con quello di Presidente della Commissione di Bilancio della Camera e di sindaco di Cazzago Brabbia, piccolo comune sul lago di Varese. «Qui si parte da soli, convinti che da soli possiamo vincere», dice dal palco. «Gli unici che difendono gli interessi del Nord sono gli uomini della Lega e l’unica garanzia si chiama Umberto Bossi. Siamo in ansia, preoccupati per Umberto. Ma dobbiamo fare esattamente quello che avrebbe fatto lui». Rassicura, o almeno ci prova. Lo stesso canovaccio di Roberto Maroni, che quasi in contemporanea dalla vicina Brianza, all’incontro pubblico nel municipio di Albiate, dice quel che può: «Ha preso una bella botta, ma il nostro grande capo ha la pelle dura e tornerà presto a fare comizi».
Giorgetti - commercialista, aria da bravo ragazzo - alza i toni e sfodera tutto il repertorio leghista, come se sul palco ci fosse «lui» con il suo vocione. Definisce «troppo mite» la legge Bossi-Fini, rispolvera il dialetto: «Si dice Berghem, e non Bergamo, mettetevelo bene in testa». Se la prende con l’aria bipartisan che - parole sue - tira a Roma. «Che roba è? Noi vogliamo solo riforme e federalismo, no ai polveroni». Ma non è la copia del Capo, semmai ne è l’evoluzione. E la differenza, almeno questa sera, si sente. Anche nei tempi: dopo un’ora è già tutto finito.
Laura Brembilla se n’è andata prima che Giorgetti iniziasse a parlare. E’ una signora bionda di 42 anni, responsabile dell’associazione volontari verdi di Bergamo. «Siamo a terra. Depressi. Non ci sono persone come Umberto. Se non torna, niente sarà come prima». Giorgetti sembra sentirla, questa cappa di depressione. «Tocca a voi andare in giro a rullare i tamburi. Siete voi che dovete aiutarci adesso che Umberto non può farlo». Conclude battendo i pugni sul tavolo, con tono enfatico: «Tutti quanti, uniti, per il Nord, per la Lega e per Umberto Bossi». Arriva l’applauso più convinto. Accanto a Giorgetti c’è Carolina Lussana, parlamentare bergamasca. «Che strana serata - dice -. E’ inutile negarlo, c’è un grande assente. Dovremo farci l’abitudine, a questo vuoto».
Sergio Perico applaude in automatico, per riflesso condizionato. Ma fatica ad ascoltare. E’ un muratore quarantenne di Ambivere, in Val Seriana. Tesserato leghista dal 1984, dice lui. Più di 500 comizi di Bossi all’attivo («Ma ormai faccio fatica a contarli»). Dice che Giorgetti è bravo, piace, ma non è la stessa cosa. «Come impatto sulla gente, nessuno è come lui. Umberto ti dà la grinta, ti fa sentire convinto. Gli altri parlano bene, lui è altro». Si torce le mani: «Lui è questa cosa qui: nel ’92, il nostro anno più bello, a Pontida eravamo così tanti che tutte le strade erano bloccate, si faceva festa sulle auto, un casino pazzesco. Mi volto e vedo una macchina ferma. Dentro c’era Bossi che piangeva, era commosso. Capisce?».
Marco Imarisio




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