...futuro Medio Oriente

Calendari e atlanti sono strumenti per orientare e comprendere la politica estera.
Bisogna saperli leggere. Proviamoci.

I calendari. Da quando, circa un secolo fa, la politica estera si è fatta aperta, con un ruolo crescente per le opinioni pubbliche dei paesi democratici, elezioni e campagne elettorali possono rivelarsi determinanti per gli sviluppi di situazioni critiche di politica estera. Naturalmente continuano a presentarsi sul calendario sempre più numerosi appuntamenti internazionali.
I due tipi di calendari, quelli interni e quelli internazionali, vanno letti in sovrapposizione, interagiscono. Gli appuntamenti elettorali segnati con evidenza sul calendario 2004 sono di grande rilievo. Gli americani sono chiamati a novembre alla scelta del loro presidente e da tempo la campagna elettorale americana è innegabilmente un fattore di politica estera. Ricordo poi le elezioni per il Parlamento europeo previste per metà giugno, che riguarderanno per la prima volta i cittadini di ben 25 paesi. Quanto ai grandi eventi di politica estera, giugno sarà un mese cruciale con il vertice del G8 a Sea Island in Georgia, quelli Ue-Usa a Dublino e di fine presidenza irlandese a Bruxelles, e quello della Nato a Istanbul.
Nei mesi precedenti altri importanti appuntamenti a livello dei capi di Stato e di governo sono quello che segnerà l’adesione di 10 nuovi paesi all’Ue, il primo maggio e, a fine marzo, il vertice della Lega araba in Tunisia.

Gli atlanti. Anch’essi sono mutevoli e vanno interpretati. Termini geografici apparentemente oggettivi assumono significato politico e possono occupare spazi più o meno grandi sulle mappe. La nostra attenzione è ora sempre più rivolta al “Grande Medio Oriente” che si differenzia dal tradizionale Medio Oriente (area geografica peraltro vaga) appunto perché è “grande” e soprattutto assume un ruolo cruciale nel trattare le sfide di maggiore rilievo del XXI secolo: terrorismo, proliferazione delle armi di distruzione di massa, lotta o dialogo tra civiltà, diffusione della democrazia e dei diritti umani.
La carta geografica si fa tematica e l’atlante presenta le questioni da trattare nei prossimi appuntamenti del calendario internazionale. In realtà la dimensione geografica perde (o meglio cambia) rilevanza rispetto agli anni della Guerra fredda e della chiara contrapposizione territoriale di eserciti e fronti ideologici che contraddistingueva il passato. Siamo in epoca di flessibilità, di concetti sfumati, di dottrine militari imperniate sulla capacità di proiezione per far fronte a minacce variegate e imprevedibili.
Tali scenari si ripercuotono sulla definizione del concetto di Grande Medio Oriente. Gli americani sono interessati a una trattazione d’insieme delle minacce provenienti da tale vasta regione e soprattutto dei rimedi utili non solo a prevenirle ma soprattutto a rendere tale vasto arco di crisi un autentico arco di opportunità. Per questo possiamo prevedere che una riflessione comune su possibili iniziative su tali argomenti sarà al centro delle discussioni del prossimo vertice G8.

Il ruolo importante di Mubarak
La definizione prevalente di Grande Medio Oriente include tutti i paesi arabi, ma anche Israele, nonché la Turchia e tre grandi
paesi islamici non arabi, quali l’Iran, il Pakistan e l’Afghanistan.
E’ una regione vastissima, che va dall’Atlantico alla penisola indiana, includendo paesi di storia e cultura diversa e situazioni
economiche molto differenti.
La maggioranza di questi paesi è tuttavia accomunata dal legame rappresentato dall’appartenenza al mondo arabo e dal coinvolgimento in crisi, che rischiano di destabilizzare l’intera
regione.
Inoltre i rapporti dell’Onu sullo sviluppo umano nei paesi arabi pongono in evidenza dati che debbono farci riflettere per le conseguenze che comportano per i paesi della regione così come per l’Europa.
Tali rapporti, redatti da studiosi arabi per il programma per lo sviluppo dell’Onu (Undp), sottolineano il divario nella diffusione delle conoscenze tra i paesi arabi e il resto del mondo. Un divario sintetizzato nei dati relativi alla diffusione di Internet (cui ha accesso solo l’1,6 per cento della popolazione) o nel numero di libri tradotti nella lingua araba (appena un quinto di quelli tradotti in greco, che pure è parlato da circa 12 milioni di persone mentre sono oltre 280 milioni gli abitanti del pianeta che parlano l’arabo). I rapporti dell’Onu, accanto all’obiettivo della libertà, sottolineano l’importanza del raggiungimento di più elevati livelli di diffusione della conoscenza e di un ruolo più forte delle donne nella società.

L’Italia è molto impegnata al riguardo. Abbiamo puntato proprio sul tema “Mobilità della conoscenza” per la candidatura di Trieste alla esposizione internazionale del 2008 e siamo convinti che dare più voce alle donne può portare più democrazia, più benessere e più pace.
Non possiamo accettare che ai nostri confini, separati da uno stretto braccio del Mediterraneo, si sviluppino i sintomi di situazioni sempre più esplosive. I 22 paesi della Lega araba, inclusi i ricchi produttori di petrolio, hanno complessivamente un prodotto inferiore a quello della Spagna.
Paesi dal tasso di crescita demografico più che doppio rispetto a quello europeo hanno popolazioni estremamente giovani che hanno diritto a trovare sbocchi occupazionali nella propria patria. Non possiamo consentire che mancanza di un futuro ed evidenti disparità in un mondo reso piccolo dalla globalizzazione portino alla disperazione, terreno di crescita per il terrorismo e le ideologie dell’odio.
Il terrorismo è lo strumento per suscitare lo scontro tra le civiltà e le iniziative volte a creare dialogo e opportunità di crescita sono gli strumenti per non cadere nella trappola di chi ci vuole contrapposti ai popoli della grande regione mediorientale. Qualsiasi iniziativa deve basarsi sul coinvolgimento diretto dei paesi interessati.
Possiamo riflettere nel G8, nell’Ue e nella comunità transatlantica sulle azioni da intraprendere, ma non possiamo adottare atteggiamenti paternalistici: è indispensabile che tutto parta dalla volontà delle popolazioni dei paesi con cui vogliamo stabilire
un partenariato.
Tra questi in primissimo piano l’Egitto del presidente Hosni Mubarak, un protagonista della scena mediorientale che giovedì 4 marzo è stato ricevuto a Roma dal presidente del Consiglio, Silvio
Berlusconi.
In tale incontro è anche stato ribadito il riconoscimento italiano del carattere cruciale che in tale contesto riveste la crisi israelo-palestinese. E’ necessario che la nostra azione nella più vasta regione mediorientale sia accompagnata da un forte e visibile impulso per la soluzione di tale questione. L’Italia è protagonista nell’impegno in tal senso.
Il presidente Berlusconi ha lanciato il piano per la ricostruzione dell’economia palestinese che è ormai parte dell’agenda del G8 e, in un contesto più ampio, siamo in prima linea nel promuovere il partenariato euro-mediterraneo che intende favorire un’integrazione “a tutto campo” fra l’Ue e i suoi partner mediterranei e punta alla creazione di uno spazio di pace e sicurezza condivisi e all’istituzione entro il 2010 di una zona di libero scambio fra i paesi membri.
A conclusione del semestre di presidenza Ue, la Conferenza ministeriale euro-mediterranea di Napoli ha sancito la nascita della Fondazione per il dialogo fra le culture e quella dell’Assemblea parlamentare euro-mediterranea e l’evoluzione del Fondo euro-mediterraneo d’investimento e partenariato.
Dialogo tra le civiltà, dimensione parlamentare e integrazione economica sono aspetti cruciali di un impegno per la crescita del Mediterraneo meridionale, l’area del Grande Medio Oriente nella quale si sono finora concentrati gli sforzi strutturati dell’Ue. L’azione a favore della più vasta regione che si estende fino all’Afghanistan richiede comunque sforzi complementari di diverse organizzazioni.
Così l’Italia è anche in prima linea nel promuovere il Dialogo Mediterraneo della Nato. Al vertice di Istanbul dell’Alleanza sosterremo un’ampia strategia politica per promuovere una visione condivisa della sicurezza. Ciò è coerente con l’impegno della Nato a fianco dell’Onu per la nascita del nuovo Afghanistan e con nuove prospettive di un ruolo per l’Alleanza nella regione. Si tratta di lavorare per un multilateralismo efficace con le varie organizzazioni internazionali impegnate, ciascuna facendo valere la propria specificità, per raggiungere gli obiettivi comuni.
Libertà, benessere e sicurezza
Nel Grande Medio Oriente gli obiettivi sono la diffusione della libertà, del benessere e della sicurezza. Nessuno di questi traguardi può essere raggiunto indipendentemente dagli altri. Democrazia e libertà sono strumenti indispensabili, presupposti di sviluppo e sicurezza, ma allo stesso tempo obiettivi che devono ispirare l’azione dei governanti.
Libertà, diritti umani e sicurezza non sono divisibili.
Non possiamo dirci sicuri dal terrorismo e dalle minacce della povertà di massa se accanto alle nostre società democratiche e ricche vivono popoli costretti a fuggire verso il miraggio costituito dai nostri paesi.
Chi non può votare ai seggi elettorali finisce spesso per esprimere l’insopportabilità della propria condizione “votando con i piedi”, fuggendo da un paese nel quale non vede futuro. L’intervento pronunciato dal presidente del Consiglio Berlusconi a nome dell’Ue davanti all’Assemblea generale dell’Onu nello scorso settembre ha sottolineato come il bene immateriale della democrazia sia strettamente legato a quello materiale dello sviluppo economico.
Indipendentemente dagli impegni interni dei leader dei grandi paesi democratici, emerge così la volontà che ci deve unire per affermare nei prossimi appuntamenti internazionali i valori comuni di libertà nell’affrontare le grandi sfide della politica mondiale.

Giovanni Castellaneta
consigliere diplomatico del presidente del Consiglio

su il Foglio di venerdì 12 marzo

saluti