Dice la verità la bobina del Bar Mandara
Marco Travaglio
Ora non ci sono più dubbi: al Bar Mandara, nella tarda mattinata del 2 marzo 1996, i giudici Renato Squillante e Francesco Misiani parlarono di Stefania Ariosto e di Ilda Boccassini, oltre chè dei miliardi che il capo dei Gip aveva accumulato su vari conti svizzeri. Ma soprattutto parlarono di Silvio Berlusconi e della Fininvest. I due ispettori dello Sco della Polizia, Dario Vardeu e Stefano Ragone, che pedinavano Squillante, s'infilarono dietro di loro nel bar. Intercettarono il colloquio prima con un miniregistratore, poi con una microspia. E, visto il malfunzionamento delle apparecchiature collegate con la loro auto tramite uno scanner, appuntarono le frasi salienti su foglietti che avevano in tasca e su salviettine di carta. Tutto in presa diretta, senza manipolazioni o «dettature» successive. L'ha accertato la Procura di Perugia, nelle lunghe e complesse indagini nate dalla denuncia di Berlusconi, Previti e Squillante contro i due ispettori, accusati di aver manipolato la bobina con la registrazione, ma anche di aver aggiunto in seguito frasi mai sentite, spacciandole per appunti «in diretta», per incastrare Berlusconi, Previti & C.
«Quella bobina - aveva detto il premier nelle dichiarazioni spontanee del 17 giugno scorso - è una copia manipolata per sottrazione, cioè sono stati tolti dei passi non conformi alle tesi dell'accusa». Poi mise anche in dubbio la genuinità degli appunti presi da Vardeu nel bar Mandara: «Erano frutto di una dettatura successiva».
Tutte falsità, come ha stabilito il procuratore aggiunto Silvia Della Monica nelle 61 pagine di richiesta di archiviazione al Gip. Quelle seminate per anni a piene mani contro lo Sco e il pool di Milano da Previti, da Berlusconi e dai loro house organ erano balle. Nessun complotto, nessun'aggiunta nè sottrazione dolosa. La «manipolazione della bobina» di cui parlano i periti di Perugina avvenne quando il nastro era ormai passato dalle mani dello Sco e della Procura a quelle del consulente tecnico Giovanni Pirinoli incaricato di ripulirlo dai rumori di fondo. Le «interruzioni, sbalzi e salti temporali» nel segnale di registrazione furono dovuti probabilmente a un «filtraggio troppo approfondito» o a una «manovra inesatta di riversamento» per rendere le voci «più comprensibili». Lo Sco e la Procura erano privi degli strumenti idonei a manipolare alcunchè. Non ne avrebbero avuto neppure il tempo, visto che per operazioni così sofisticate si richiedono almeno cinque giorni, e il nastro non rimase in possesso allo Sco e alla Procura per più di due giorni. Ma, soprattutto, non c'era alcun motivo di taroccare la bobina, che non ha mai costituito una prova a carico di Berlusconi e Previti.
Le prove contro le toghe sporche e i loro corruttori - ricorda il pm Della Monica - sono quelle «ben più consistenti e gravi» emerse nei processi Imi-Sir, Mondadori e Sme: e cioè i miliardi ritrovati sui conti esteri di Squillante grazie alle rogatorie dei giudici svizzeri (quelle che il governo degli imputati voleva cestinare con l'apposita legge). Insomma, il comportamento della Procura e dei due ispettori fu del tutto lineare e corretto.
«La buona fede del Pm di Milano» - scrive Della Monica - emerge dal Lato B della fatidica cassetta, che contiene «la parte più importante della registrazione perchè documenta in tempo reale le fasi del servizio in corso», cioè dell'appostamento e dell'intercettazione ambientale. Finora il Lato B era stato trascurato. Gl'inquirenti si erano concentrati sul Lato A, quello in cui si
sentono le voci - molto confuse – dei due magistrati al bar. Nel B, per un errore di collegamento, è rimasta impressa la voce di Ragone che, dall'auto, parla al telefono ora con la centrale, ora col collega rimasto nel bar. Un errore provvidenziale, perchè «i colloqui intercorsi con i colleghi dello Sco e con Vardeu costituiscono una rappresentazione precisa degli eventi in corso, tanto più poi quando le conversazioni risultano evidenziate anche nei tabulati del traffico dei cellulari, e consentono l'esatta collocazione temporale dei fatti». Una sorta di telecronaca diretta di quello che sta avvenendo. Eccola, nella ricostruzione del pm Della Monica e dei suoi consulenti, che hanno ripercorso - cronometro e tabulati alla mano - tutto l'itinerario di Squillante e dei due ispettori alle sue calcagna, in quella fatidica mattina di marzo '96. Corredando il tutto da disegni con i vari movimenti della «comitiva». Ecco il risultato.
Tutto comincia alle ore 7 del 2 marzo '96. Vardeu e Ragone attendono Squillante sotto casa. Alle 9 passa a prenderlo la Croma di servizio. Alle 10.15 il giudice esce di casa, sale in macchina, compie «diverse manovre sospette per accertare eventuali pedinamenti». Alle 11 si fa lasciare a casa dell'avvocato Pacifico. Alle 12 rimonta in auto. Alle 12.10 entra nel bar Mandara di via San Tommaso d'Aquino, a due passi dal Tribunale, dove lo attende il collega Misiani. E Vardeu dietro, a piedi. Ragone parcheggia l'auto, finchè il collega - che si è seduto al tavolo dietro i due giudici - lo chiama sul cellulare: «Porta quella cosa che gira», cioè il registratore. Sono le 12.24. Alle 12.32 Ragone entra e sistema l'apparecchio sulla panca che divide i tavoli, nascosto sotto un giaccone. I due ispettori, per non dare nell'occhio, parlano di un affare immobiliare della comunità dei Mormoni, di cui fa parte Vardeu. Ma voci e rumori sono troppo forti perchè rimanga qualcosa nel registratore. Si opta per una microspia nascosta in un pacchetto di sigarette, sistemato a centro tavolo. Ragone esce alle 12.50, spegne il registratore e torna in macchina per sintonizzare lo scanner con la frequenza della microspia (di qui l'interruzione di 5 minuti e 40 secondi, su cui si malignerà per anni). Ma l'audio è pessimo. Ragone avvicina l'auto al bar. E chiama Vardeu: «Non sento, non so se sta registrando, continua a prendere appunti». Intanto armeggia con lo scanner nascosto sotto il sedile: teme di insospettire l'autista di Squillante, che aspetta lì vicino sulla Croma. Nella concitazione, sbaglia il collegamento scanner- registratore, infilando il microfono nel foro sbagliato e «finendo per registrare la propria voce per tutto il lato B». Alle 13.09, usciti Squillante e Misiani, Vardeu chiama la moglie. Fine della registrazione. Nella nuova trascrizione del lato A (registratore più microspia) disposta dai giudici di Perugia, si sente una miriade di voci confuse e incomprensibili, o insignificanti, tranne due nomi pronunciati da uno dei due giudici. Il primo è «Stefania», cioè l'Ariosto, che collaborava con Milano da otto mesi, ma in gran segreto. Il secondo è "Boccassini", cioè il pm che coordinava le indagini top secret e di cui Squillante, per motivi mai chiariti, già sapeva. Più completi, ovviamente, gli appunti di Vardeu: «Emerge dall'annotazione dell' isp. Vardeu del 2/3/1996 che il dott. Squillante... ha fatto riferimento a conti correnti esteri in sua disponibilità, anche tramite familiari (moglie e figli) ... rispetto ai quali poteva avere un ruolo anche l'avv. Pacifico». Tutti fatti che «a quella data non potevano essere conosciuti dall'isp. Vardeu», visto che sarebbero emersi mesi dopo dalle rogatorie svizzere. Vardeu non poteva certo inventarseli. Ma, a tagliare la testa al toro, c'è il Lato B della cassetta. Ragone, appena uscito dal bar, chiama la centrale e informa i colleghi. Dice che Squillante è terrorizzato dalle indagini sul suo conto (il 21 gennaio ha scoperto la famosa microspia al Bar Tombini), sa molte cose che non dovrebbe sapere, e parla con Misiani di Berlusconi (il suo «referente del Biscione»): «È molto prudente... preoccupato proprio di questo che stiamo facendo noi... E ha parlato pure de Ilda... sì... sì... spero che sia venuto sulla registrazione... l'ha chiamata proprio per cognome... e nel discorso gli ha detto... ma dai 'a Boccassini, così eh insomma un po'... Poi ha parlato del referente ... del Biscione... Hai capito chi è il Biscione? Ha detto proprio: ma sai, col referente che c'hai del Biscione... eh però ji’ha detto proprio il nome... del Biscione... Mo' speriamo che la prima parte de registrazione sia venuta... e quest'altra che venga piuttosto chiara, inzomma... eh. Comunque Dario ha annotato parecchie cose… quindi qualcosa la tiriamo fuori pure de qua... la conversazione è ad hoc, proprio, sul nostro conto, eh!...».
Il 17 giugno 2003, nelle dichiarazioni spontanee al processo Sme, Berlusconi aveva accusato Vardeu di aver scritto quegli appunti non nel bar il 2 marzo '96, ma sotto «una dettatura successiva», magari in combutta con Ilda Boccassini e Gherardo Colombo. E ora si apprestava a rilanciare quell'accusa alla ripresa del processo, il 16 aprile.
Ma l'inchiesta di Perugia chiude la partita: Vardeu scrisse nè più nè meno ciò che sentì quel mattino di sette anni fa.
Compreso il nome di Berlusconi, «il referente del Biscione» di Squillante. Merito del Lato B della bobina, «riscoperto» proprio in seguito alla denuncia di Berlusconi e Previti. Più che una denuncia, un boomerang.