Iraq, tutti a casa (di M. Fini) QN 16/3/2004
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Dopo la vittoria socialista in Spagna alcuni esponenti del Polo hanno affermato che «sono le prime elezioni decise dai terroristi» e il ministro Gasparri ha detto che «il risultato di questo voto è davvero una sconfitta della democrazia». Io penso che bisognerebbe avere un po’ più di rispetto per gli elettori e per la democrazia.
Le elezioni spagnole sono state decise dai cittadini di quel Paese e il responsabile della bruciante sconfitta del governo Aznar è innanzitutto Aznar. Se il governo spagnolo avesse mandato le truppe in Iraq col consenso della maggioranza del proprio popolo, gli attentati di Madrid non avrebbero cambiato l’esito del voto perché i cittadini spagnoli decidendo di partecipare a una guerra si sarebbero assunti anche la responsabilità delle conseguenze. Il fatto è che Aznar è andato in guerra contro la volontà della maggiornaza del proprio popolo, in una misura ancora maggiore di quanto sia avvenuto in Italia. Ora, in democrazia non dovrebbe essere possibile fare una guerra contro la volontà della popolazione.
La guerra è un evento fondante nella vita dei popoli. Se non si richiede il consenso per cose di questo genere, mi domando per che cosa mai lo si debba chiedere. Forse le dirigenze occidentali si sono abituate male. Si sono abituate a quella che viene chiamata la guerra «post-eroica» dove uno solo, noi, può colpire e l’altro solo subire. Così è stato nella prima guerra del Golfo, così in Bosnia, così in Afghanistan e così anche in Jugoslavia nel 1999 dove i serbi non poterono far altro che prendersi le bombe che venivano scagliate da un’altezza per loro irraggiungibile. E bisogna dire che i serbi furono molto cortesi con noi italiani perché se, mentre noi facevamo il palo per gli americani che li massacravano, avessero gettato un paio di missili su Bari o su Ancona non vedo che cosa ci sarebbe stato da ridire.
I musulmani sono meno cortesi. In Iraq fanno guerra di guerriglia colpendo obbiettivi prevalentemente militari, fuori fanno terrorismo ammazzando i civili. Il terrorismo è infame, appunto perché colpisce civili. Ma anche la guerra «post-eroica» colpisce civili — e in misura molto maggiore del terrorismo globale — in modo consapevole perché quando per mesi si bombardano da diecimila metri di altezza città come Bagdad, Belgrado, Kandahar si sa benissimo che gli effetti saranno quelli (nella prima guerra all’Iraq i bambini uccisi sono stati 32.195, in quella attuale la stima delle vittime civili varia da 15 mila a 55 mila). La guerra fra la guerra ‘post-eroica’ e il terrorismo globale è la cosa più abbietta che sia mai stato dato di vedere. Ma questa, grazie alla tecnologia, è la guerra moderna.
L’enorme disparità tecnologica ha ucciso per sempre la cara, vecchia, onesta guerra fra Stati, con la sua epica, la sua estetica e anche la sua etica, per lasciare il posto alla carneficina, sena onore e senza gloria, che vediamo oggi, da una parte e dall’altra. E’ anche perché sapevano o intuivano e temevano le conseguenze cui sarebbero andati incontro, sulla loro propria pelle, partecipando a una guerra cui nulla, ma proprio nulla li obbligava (a differenza, poniamo, degli inglesi), che gli spagnoli, come gli italiani erano contrari. Non si tratta di essere pacifisti a tutto tondo e calabraghe, alla Bertinotti, ma di non condividere una guerra, questa, all’Iraq, e di non essere sufficientemente motivati per accettarne gli inevitabili contraccolpi, che per gli spagnoli sono stati gli attentati di Madrid e per noi Nassirya.
Aznar ha voluto fare la guerra lo stesso, accodandosi agli Stati Uniti. E il suo popolo l’ha punito. Non si dice sempre che essenza della democrazia è poter punire le proprie classi dirigenti, quando non ci convincono, cambiandole?




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