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    ANTIMASSONE
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    13 marzo 2004 - DAGLI ARCHIVI AMERICANI: SARAGAT A NIXON
    "Il Corriere della sera"
    Saragat a Nixon: attento a quei due
    "Longo è un agente sovietico, Paolo VI non s' intende di politica"
    Declassificati a Washington i documenti sui rapporti tra Italia e Stati Uniti dal 1969 al ' 74. Il Quirinale temeva che il nostro Paese scivolasse fuori dalla Nato
    dal nostro corrispondente ENNIO CARETTO
    WASHINGTON - "Agli occhi degli italiani il Pci si fa passare per un partito socialista attivista e rispettabile ma è dedito agli interessi del Cremlino; il suo capo, Luigi Longo, è a tutti gli effetti un funzionario sovietico. I comunisti hanno condannato l' invasione della Cecoslovacchia e la nostra stampa e quella internazionale vi hanno visto un distacco dall' Urss. E' un errore, lo hanno fatto perché gli italiani sono indignati, e per tenersi liberi di denunciare la Nato: la vogliono distruggere, rendere prima l' Italia neutrale poi allinearla a Mosca". E ancora. "La Dc è forte perché ha l' appoggio del Vaticano, e lo merita perché è il pilastro della libertà e della democrazia in Italia. Ma il Papa Paolo VI - una persona per bene - non ne capisce molto di politica, bisognerebbe dirgli che se il comunismo vincesse finirebbe in esilio o diverrebbe come il metropolita Alexei in Urss". Infine. "Il Psi ha una frangia estremista di sinistra come la Dc, ma con un peso maggiore: grazie alla complicità di questi due gruppi antiatlantici, il Pci è in grado di causare grossi guai". La data è il 28 febbraio del 1969, la sede è il Quirinale, chi parla è il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat e chi ascolta è il presidente americano Richard Nixon, in carica da poco più di un mese. I due si conoscono dal 1947, quando Nixon visitò l' Italia con una commissione parlamentare su Trieste e sulla ricostruzione del nostro Paese. Saragat dice all' ospite di volere parlare da amico "con il massimo candore". Nella sua disamina della politica italiana afferma che "l' estrema destra, fascisti e monarchici, non è ultranazionalista"; che per l' Italia "l' unificazione europea è indispensabile e deve includere l' Inghilterra"; e che gli Stati Uniti "non devono far nulla che indebolisca la democrazia in Europa". A tale proposito chiede la proroga della sospensione dei bombardamenti nel Vietnam e una spinta ai negoziati con i nordvietnamiti a Parigi; pressioni sulla giunta militare in Grecia - e sulla Spagna - per libere elezioni; mediazione più costruttiva tra gli arabi e gli israeliani; adozione di una linea distensiva con l' Urss, "che è preoccupata della Cina e che può collaborare alla pace e al disarmo". Il colloquio tra Saragat e Nixon venne stenografato dal generale Vernon Walters, futuro vicedirettore della Cia, ex attendente del generale Clark, il liberatore di Roma nel 1944. Fa parte di un dossier di migliaia di pagine appena declassificato dagli Archivi nazionali a Washington sui rapporti America-Italia sotto Nixon, dal gennaio 1969 all' agosto 1974, quando il presidente si dimise per lo scandalo Watergate, una delle fasi più convulse della recente storia italiana. Svela il timore dell' amministrazione repubblicana che il Pci andasse al potere, timore che nell' autunno caldo del ' 69 sfociò in una inchiesta sul comunismo italiano del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca, diretto da Henry Kissinger. E che portò alla nomina di un nuovo ambasciatore a Roma, Graham Martin, un falco trasferito più tardi a Saigon, con l' implicito compito di promuovere se possibile la formazione di governi di centrodestra. Strategia non condivisa dalle colombe di Washington, tra cui il segretario di Stato William Rogers, favorevole al centrosinistra come lo erano state le amministrazioni democratiche di Kennedy e di Johnson. Inizialmente, l' approccio di Nixon all' Italia è cauto. Preparando l' incontro con Saragat, Kissinger gli ricorda alcuni punti: "Il premier democristiano Rumor considera il successo della vostra visita importante per il governo, date le divergenze con il Psi e la forza dei comunisti; conviene però prestare eguale attenzione ai socialisti Saragat e Nenni; comunque non bisogna dare l' impressione che trattiamo l' Italia da potenza di rango inferiore". La situazione a Roma, dove dal dicembre precedente Mariano Rumor è presidente del Consiglio e Pietro Nenni è ministro degli Esteri, appare alla Casa Bianca "abbastanza stabile, sebbene divampi la protesta sociale, specie tra i giovani, e resti da risolvere il problema di ridurre l' influenza del Pci". L' annuncio del prossimo riconoscimento della Cina comunista, ancora nemica degli Usa, da parte italiana, uno dei temi più controversi dei colloqui, è attribuito a un colpo di mano di Nenni "e alla persuasione che l' America si stia aprendo a poco a poco a Pechino" (in effetti lo farà nel 1971). Un mese dopo, l' atteggiamento americano verso l' Italia si fa più deciso. Rumor si reca a Washington, alle esequie dell' ex presidente Ike Eisenhower e il 1° aprile viene ricevuto da Nixon che lo complimenta: "Ho detto ai colleghi che in lei abbiamo un uomo forte a Roma". Ma al presidente americano urge sapere se "l' elettorato italiano si sposti a sinistra e sia possibile che il Pci prenda più voti". Rumor risponde che "l' avanzata del Pci rallenta, ma le sue tendenze neutraliste permangono e si estendono ad alcuni socialisti e cattolici". Aggiunge che i comunisti "hanno organizzato dimostrazioni di massa contro la Nato per aprile e maggio, che sono già cominciate e diverranno più violente" e rappresentano "un problema psicologico per il governo". Ma conclude che il centrosinistra "rimane l' unica formula possibile" e fa eco a Saragat: la distensione tra gli Usa e l' Urss e un armistizio in Vietnam "lo aiuterebbero". Rumor caldeggia una conferenza sulla sicurezza europea del tipo proposto dal Patto di Varsavia: "Non c' è da fidarsi dei comunisti, è solo propaganda, ma non si può lasciare loro l' iniziativa". La Casa Bianca entra in allarme a maggio, quando anche la Francia è in fiamme, dopo un monito del dipartimento di Stato che "in Italia è esplosa una tempesta politica a causa della spaccatura" del Partito socialista unificato (nato dall' effimera fusione del 1966 tra Psi e Psdi) "che non si sa se Saragat e Nenni riusciranno a ricucire". Le paure aumentano a fine giugno, con il viaggio del ministro della Difesa francese Debré a Washington: "Debré è molto preoccupato", riferisce un rapporto, "non ritiene impossibile che il Pci sia invitato a fare parte del nuovo governo in Italia e accetti. Ricorda che nell' ultimo anno i comunisti italiani hanno assunto una linea nazionalista, che è divenuto difficile escluderli dal potere. Per quanto ciò possa sorprendere l' Occidente, si aspetta un governo col Pci a Roma. E non esclude che le possibilità dei comunisti francesi di condividere il potere a Parigi crescano". Il dipartimento di Stato ne trae le conseguenze: ordina all' ambasciata americana in Italia di "non interferire nella formazione del governo ma anticipare gli sviluppi della crisi in modo che possiamo decidere se e quali misure prendere". Giudicate voi, termina, "come e quando adoprare la nostra influenza".

    I verbali
    I documenti sui rapporti tra Italia e Stati Uniti durante i mandati presidenziali di Richard Nixon, appena declassificati dagli Archivi nazionali di Washington, offrono molti spunti d' interesse. Si va infatti dal 1969 al 1974, passando attraverso l' epilogo del conflitto vietnamita, la crisi cilena, la guerra del Kippur, lo shock petrolifero e, in Italia, l' autunno caldo, gli esordi del terrorismo, il logoramento del centrosinistra, la battaglia sul divorzio. A questo articolo ne seguiranno altri, il primo dei quali sarà dedicato ai riflessi italiani dell' ascesa di Salvador Allende.

    I protagonisti
    NIXON Già vicepresidente di Eisenhower, Richard Nixon (1913-1994) fu sconfitto da Kennedy nella corsa alla Casa Bianca del 1960, ma vinse poi nel 1968. Da presidente mise fine alla convertibilità del dollaro e ritirò le truppe dal Vietnam. Rieletto nel 1972, fu costretto a dimettersi dallo scandalo Watergate nel 1974.
    SARAGAT Dirigente socialista riformista, esule sotto il fascismo, Giuseppe Saragat (1898-1988) guidò la scissione di Palazzo Barberini (1947) e fondò il Psdi. Dopo aver ricoperto importanti incarichi di governo, fu presidente della Repubblica dal 1964 al 1971
    La massoneria il vero nemico!

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    Post 17 marzo 2004 - ARCHIVI USA: NIXON E L'ITALIA

    17 marzo 2004 - ARCHIVI USA: NIXON E L'ITALIA
    "Il Corriere della sera"
    ARCHIVI USA
    Nixon: il mio tormento si chiama Italia
    Nuove rivelazioni dai documenti di Washington appena declassificati. Tra il 1969 e il 1970 il nostro Paese era "osservato speciale"
    dal nostro corrispondente ENNIO CARETTO
    WASHINGTON - "La competizione tra Fanfani e Moro per la Presidenza della Repubblica è un cancro continuo per la Dc. Nessuno dei due può essere eletto presidente senza i voti comunisti. Fanfani e Moro sono ossessionati, pensano sempre che effetto avranno le loro azioni sul Pci se ne otterranno l'appoggio per le loro ambizioni presidenziali. Ma potrebbe emergere un outsider, Pertini". Una pausa. "Se indicessimo le elezioni, ne uscirebbe un Parlamento più centrista, ma il Pci lo sa e non vuole che siano anticipate. Per questo si comporta bene, tanto è vero che il suo segretario Longo ha condannato l'espulsione di Dubcek dal Pc cecoslovacco. Sta utilizzando i socialisti come il suo cavallo di Troia nelle amministrazioni locali".
    E' il 9 luglio del '70, sei mesi dopo l'autunno caldo, e il leader dc Mariano Rumor, appena dimessosi da premier dopo il governo dei 100 giorni, il suo terzo, si sfoga con l'ambasciatore americano a Roma Graham Martin. E' convinto che alle elezioni regionali del mese precedente ci sia stato un complotto Pci-Psi, uno storno forzato di voti dal Psiup ai socialisti per formare amministrazioni "rosse" come in Umbria e in Toscana e per fargli la fronda a Roma. Sbotta: "Mi sono dimesso per traumatizzarli e indurli alla ragione!".
    Lo sfogo di Rumor figura nel dossier Nixon sull'Italia declassificato dagli Archivi nazionali a Washington, e segna una svolta nella politica dell'amministrazione Usa verso il nostro Paese. La Casa Bianca, che ha puntato non sui due "cavalli di razza" Fanfani e Moro ma su Rumor, si è accorta che in Italia è incominciato un periodo di grave instabilità politica. I suoi carteggi testimoniano del timore che il Pci assuma il potere, del sospetto che il Psi ne sia complice, e della furia per le beghe fra i leader della Dc. Ai primi di agosto l'ambasciata a Roma arriva a ipotizzare una "soluzione non costituzionale" della crisi: Martin adombra "un flirt di Fanfani con i sovietici per installare un regime "forte" in Italia", in vista della sua conquista della Presidenza, e si riserva di affrontarlo al ritorno della sua visita a Mosca.
    L'ipotesi è sbagliata, di lì a pochi giorni nascerà il governo di centrosinistra di Colombo. Ma per Washington il nostro Paese è diventato "il ventre molle dell'Europa, e mette in gioco il futuro della democrazia nell'intero continente". Il "tormento italiano" di Nixon è incominciato un anno prima, nel luglio del '69, alla caduta del "Rumor 1°". In quella data un dispaccio del Dipartimento di Stato cita Toni Bisaglia, ritenuto un uomo di fiducia: "Se fosse utile, non avremmo obiezioni a che lo avvicinaste per influire sulla formazione del governo" scrive all'ambasciata. Il disagio aumenta quando quello stesso mese Rumor forma un monocolore con Moro agli Esteri al posto di Nenni. Un rapporto dice che il governo potrebbe cadere "a causa dei torbidi operai e studenteschi". Nell'ottobre '69 "le convulsioni italiane" sono tali da indurre il ministro dei Trasporti John Volpe, un italoamericano amico di Nixon, a prendere le redini della diplomazia. Volpe, che diverrà ambasciatore a Roma, si reca da Saragat. Il presidente italiano avverte che Nixon deve proteggere non solo l'Italia "ma tutta l'Europa, se no l'Urss tenterà di fagocitarla come Praga", e paragona la Superpotenza all'impero romano "arbitro dell'equilibrio e la pace mondiali". Volpe chiede a Nixon di invitare Rumor e Saragat a Washington per un chiarimento.
    Il segretario di Stato William Rogers e il consigliere della sicurezza della Casa Bianca Henry Kissinger non sono d'accordo sull'invito. Rogers vuole il chiarimento subito. Segnala a Kissinger di avere ricevuto una lettera "dell'avvocato Paolo Pisano, che dice di rappresentare l'editore Vittorio Vaccari e Rumor, secondo cui, se non interverremo, a Roma andrà al governo un Fronte popolare coi comunisti". Stando a Pisano, "Moro è pronto all'intesa con il Pci" (il compromesso storico, non ancora noto come tale) "che è facilitata dall'abbandono da parte del Vaticano della sua politica anticomunista". Kissinger preferisce aspettare, vuole prima un'indagine dei servizi segreti sull'Italia e la Santa sede.
    Sceglie il gennaio del '70 per la visita di Rumor, e il luglio successivo per quella di Saragat. E sollecita poi Nixon a formare una Commissione d'inchiesta "sulle implicazioni per gli Usa di un ingresso comunista al governo a Roma".
    "C'è qualche pericolo che in due o tre anni il Pci salga al potere, sarebbe prudente esaminare la emergenza, non possiamo lasciarci cogliere impreparati". Il capo della commissione sarà Elliott Richardson, un fido di Nixon: l'esito dell'inchiesta è tuttora segreto, il dossier non è mai stato declassificato.
    Dall'ottobre '69 in poi, mentre il nuovo ambasciatore Graham Martin, un falco nominato per fare ordine nel caos italiano, giunge a Roma, gli eventi precipitano. L'autunno caldo accentua le difficoltà di Rumor, le bombe del 12 dicembre alla Banca dell'Agricoltura di Milano e alla Banca del Lavoro di Roma seminano il panico tra gli italiani. Un telegramma dell'ambasciata americana al Dipartimento di Stato parla di "centinaia di arresti tra i maoisti, gli anarchici, gli estremisti di sinistra" senza cenni alla strategia della tensione della estrema destra. "Gli effetti politici potrebbero essere severi" ammonisce. Rumor annulla la visita a Washington a gennaio, e in un appunto a Nixon del 16 dicembre Kissinger commenta: "Se venisse, al ritorno a Roma si troverebbe in una situazione più difficile". A differenza di Martin, Kissinger non esclude che le bombe arrivino da destra: "La polizia italiana sta arrestando anche neo fascisti con trascorsi terroristici". A gennaio e febbraio del '70, né Rumor né Moro né Fanfani riescono a formare un governo, l'Italia è alla deriva.
    Rumor riesce nell'impresa a marzo, e la Casa Bianca non prende misure, decide di aspettare. Il 22 giugno del '70, quando Fanfani si reca all'Onu, Kissinger organizza una sua visita alla Casa Bianca per l'atteso chiarimento. Notifica a Nixon che Fanfani vuole apparire "un leader meritevole dell'attenzione americana, cosa che è nel nostro interesse perché è un uomo influente".
    Il presidente Usa sa come trattarlo. Ricorda che "la nostra ex ambasciatrice a Roma Booth Luce lo considerava il miglior politico italiano" e Fanfani ribatte che lo chiamava "il leader per i giorni di pioggia". Il "cavallo di razza" rassicura l'ospite. Quella tra il luglio '69 e il marzo '70 è stata una fase tra le più delicate della storia d'Italia, ma la situazione è molto migliorata. Le ultime elezioni hanno rafforzato la Dc, il Psi, il Psu e il Pri a danno della destra e fermato l'avanzata del Pci, del Psiup e dei maoisti. Si può guardare al futuro con ottimismo. Ottimismo infondato perché due settimane dopo scoppierà la tempesta, Rumor rassegnerà le dimissioni, e Fanfani finirà sulla lista dei sospetti.

    NATO E DINTORNI
    I cavalli di razza che non piacevano alla Casa Bianca
    DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
    WASHINGTON - Il dossier degli Archivi nazionali conferma che Moro non è gradito all'amministrazione repubblicana di Nixon tanto quanto lo fu a quella democratica di Johnson. Il 9 ottobre del '69, in pieno autunno caldo, l'ex premier italiano, in quel momento ministro degli Esteri, va alla Casa Bianca. Kissinger ha notificato a Nixon che Moro "è interessato al simbolismo, non alla sostanza dell'incontro, per una questione di prestigio personale e come riconoscimento del ruolo della Dc in Italia". E' un'allusione, come quella a Fanfani otto mesi dopo, alla sua corsa alla presidenza della Repubblica italiana. Kissinger ha anche ricordato a Nixon che in passato ha visto Moro due volte.
    Il presidente americano fa del suo meglio. Dice a Moro che l'America ritiene l'Italia "un alleato importante", e giudica lui Moro, Saragat e Rumor "politici realistici, il tipo di leader di cui il mondo ha bisogno". Moro è cauto, non si riscalda ai complimenti come farà Fanfani. Non si sbottona sul Pci né sul Psi, ribadisce solo l'"amicizia e solidarietà italiane" agli Usa, e illustra la crisi a Roma: "I problemi sono complessi, il Paese è in transizione, ma il monocolore di Rumor intende rilanciare il centrosinistra, i cui partiti sono tutti per la Nato". Esprime infine il suo apprezzamento per il passaggio dal confronto al negoziato nella politica estera Usa.
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    Predefinito 18 marzo 2004 - ARCHIVI USA: NIXON CONTRO MORO

    18 marzo 2004 - ARCHIVI USA: NIXON CONTRO MORO
    "Il Riformista"

    DOCUMENTI DESECRETATI

    Covert operation così Nixon tentò di fermare Moro
    I documenti appena desecretati dagli archivi di Washington gettano luce su molti aspetti finora oscuri dell'Italia degli anni Settanta. Ma la principale novità è che per la prima volta è possibile ricostruire nei dettagli i contorni, le motivazioni e i caratteri della politica dell'amministrazione Nixon e in particolare della covert operation che nel nostro paese fu gestita direttamente dall'ambasciatore Martin e che continuò anche dopo il '72, all'insaputa del nuovo ambasciatore Volpe. I documenti sono stati esaminati dagli storici Roberto Gualtieri e Mario Del Pero, nel corso di uno studio sul rapporto tra Stati Uniti e Italia nel dopoguerra. Per quanto riguarda la politica "italiana" dell'amministrazione Nixon e l'impatto della distensione sul nostro paese, nuove acquisizioni sono contenute nel saggio che Gualtieri pubblicherà a breve sul Journal of Modern Italian Studies.
    Preoccupato della crescente pressione sovietica nel Mediterraneo, nel '70 il presidente americano decide di intervenire per favorire un ritorno al centrismo, ottenendo un primo successo con l'elezione di Giovanni Leone alla presidenza della Repubblica nel '71 e la formazione del governo Andreotti-Malagodi (senza i socialisti) nel '72. Secondo Gualtieri l'amministrazione Usa guarda con crescente allarme alle tensioni della politica italiana oscillante tra la "strategia dell'attenzione" caldeggiata da Moro e le correnti (nella Dc e nel Psi) ostili all'apertura a sinistra. Sia perché verso gli Usa si rivolgono allarmati tutti gli attori di quella vicenda, come ha raccontato anche Caretto sul Corriere, sia perché nell'ottica geopolitica kissingeriana la distensione con l'Urss doveva accompagnarsi a un più accentuato controllo del proprio blocco. Infine perché gli sviluppi della situazione mediterranea non erano affatto tranquillizzanti (nel '69 l'ascesa di Gheddafi in Libia toglie agli Usa una base fondamentale e nel '70 la guerra di logoramento tra Sadat e Israele aumenta la presenza militare sovietica in Egitto). Nixon e Kissinger decidono dunque di interessare della questione italiana il National security council. Materiali ora accessibili, da cui emergono riunioni dedicate prima all'Italia e successivamente alla Grecia, riprese poi all'interno di un unico scenario riguardante l'area del Mediterraneo e del Medio Oriente.
    Ora si può quindi ricostruire il processo di elaborazione del Nsc che portò l'amministrazione americana a scegliere la cosiddetta "interventionist option", che per la Grecia significava la ripresa delle forniture militari al regime dei colonnelli e per l'Italia voleva dire "un interventionist role che blocchi la deriva a sinistra, offrendo covert assistance a organizzazioni e individui che lavorino per la stabilità politica". Un approccio che comprendeva il lancio di una grande covert operation da 12 milioni di dollari gestita personalmente dall'ambasciatore Martin, che d'accordo con Kissinger sottraeva alla Cia la gestione dei fondi. Ovviamente tra le proteste del servizio segreto Usa, che accusava Martin di finanziare elementi come Vito Miceli (il capo del Sid, uno dei principali beneficiari), chiaramente legati ad ambienti "antidemocratici" della destra italiana. Vi è poi un importante documento ritrovato da Del Pero nella Ford library in Michigan, in cui l'ambasciatore Martin rivendica il merito (è il 1974) di avere spostato gli equilibri politici in Italia dal centrosinistra al centrismo del governo Andreotti-Malagodi. Questi documenti non costituiscono solo la prima conferma diretta della covert operation decisa dal Nsc, ma contengono anche alcune indicazioni sull'esistenza di una seconda operazione segreta condotta dagli Stati Uniti nel corso del 73-74, quando la crisi economica resuscitò le fortune del dialogo con i comunisti. Secondo Gualtieri i nuovissimi documenti della Ford Library inducono a ritenere che l'operazione sia continuata anche dopo la partenza (nel 1972) dell'ambasciatore Martin, che avrebbe continuato a seguire la questione italiana dall'ambasciata di Saigon (e in stretto rapporto Kissinger).
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    ANTIMASSONE
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    Predefinito 20 marzo 2004 - ARCHIVI USA: NIXON CONTRO MORO

    20 marzo 2004 - ARCHIVI USA: NIXON CONTRO MORO
    "Il Riformista"

    DUE STORICI ANALIZZANO LE CARTE DESECRETATE DALLA CASA BIANCA

    L'ambasciatore Martin e 12 milioni di dollari non fermarono la Dc di Moro e Zaccagnini

    Una "covert operation" per aiutare il Msi e varare un governo centrista, nel clima da golpe dei primi anni '70
    Saigon, 28 novembre 1973. Un telegramma inviato alla Casa Bianca attraverso il "back channel" (dunque all'insaputa dello stesso Dipartimento di Stato) chiede che "un impegno che sono stato doverosamente autorizzato a prendere, e sulla base del quale grandi e sinceri amici degli Stati Uniti si sono impegnati a loro volta per la fiducia che hanno in noi, sia mantenuto senza ulteriori ritardi". Mittente: Graham Martin, ambasciatore statunitense in Italia fino al 1972 (poi inviato a Saigon). E' l'uomo cui Henry Kissinger nel 1970 aveva affidato la gestione diretta dell'"operazione coperta" da 12 milioni di dollari finalizzata a sostenere anche ambienti della destra e a favorire il clima di una pesante offensiva anticomunista in Italia, per indurre la Dc a tornare ad abbandonare l'idea di un dialogo con la sinistra sostenuta da Moro. Il documento è stato ritrovato da Mario Del Pero e dal punto di vista storico è forse la più rilevante novità contenuta nelle carte appena desecretate della Casa Bianca. Il motivo è semplice: quel telegramma indica l'esistenza anche di una seconda covert operation in Italia, cui partecipò - fatto assai irrituale - lo stesso Martin da Saigon, d'accordo con Kissinger e all'insaputa del nuovo ambasciatore in Italia John Volpe (va peraltro ricordato che dei 12 milioni di dollari stanziati per la prima covert operation '70-'72, secondo il "rapporto Pike" ne erano stati spesi soltanto 10).
    Lo storico Roberto Gualtieri, che con Del Pero sta lavorando alla sistemazione dei documenti in uno studio sui rapporti Usa-Italia e che pubblicherà a breve un saggio sulla distensione nel nostro paese per il Journal of Modern Italian Studies, sottolinea l'importanza del telegramma per comprendere la linea dell'amministrazione americana in quegli anni. Un documento che rende "lecito interrogarsi sui possibili rapporti tra l'impegno di cui parla Martin nel novembre del '73 e il tentato golpe bianco organizzato da Edgardo Sogno nel '74".
    Se la interventionist option decisa nel National security council nel '70 implicava per l'Italia il tentativo di contrastare la strategia dell'attenzione di Moro anche attraverso tali operazioni segrete, è interessante capire il suo collegamento con le tentazioni golpiste che in quegli anni si affacciano nel nostro paese. Secondo Gualtieri le carte permettono di sfatare "la leggenda di tutta una letteratura dietrologica di dubbio valore secondo cui la cosiddetta strategia della tensione (la serie di attentati compiuti in Italia tra il '69 e il '74, da Piazza Fontana all'Italicus, ndr) sarebbe stata diretta e pianificata da Washington con l'obiettivo di rovesciare il sistema democratico". Sicuramente delle tentazioni golpiste ci furono, provenienti però dall'interno del paese e da ambienti economici italoamericani, come nel caso del costruttore Pier Talenti che più volte sollecitò personalmente lo stesso Nixon, sostenendo l'esigenza di un colpo di stato in Italia.
    Lo dimostra tra l'altro il verbale di un incontro del dicembre 1970 tra lo stesso Talenti e Alexander Haig. Ma davanti all'esplicita richiesta del costruttore di un "take over" dell'esercito, il braccio destro di Kissinger evitò accuratamente di pronunciarsi. La vicenda peraltro non è priva di aspetti grotteschi. Talenti era effettivamente amico di Nixon, ma la sua unica carica era quella di presidente del comitato elettorale del Partito repubblicano (americano) in Italia. Ma poiché in Italia i partiti contano più dei governi e delle istituzioni (o almeno così era allora) gli ambienti golpisti dell'estrema destra prendono le sue parole per oro colato, convinti di avere dietro di sé nientemeno che la Casa Bianca. L'ambasciatore Martin naturalmente sapeva e lasciava correre, perché tutto tornava utile come elemento di pressione sulla Dc. Fatto sta che la reputazione del costruttore italoamericano presso questi settori della destra eversiva era tanto elevata quanto infondata (tanto che secondo i piani del golpe Borghese, una volta preso il ministero degli Interni, Talenti avrebbe dovuto chiamare personalmente Nixon per annunciare trionfalmente la riuscita dell'operazione).
    Martin in realtà voleva sostenere finanziariamente il Msi e favorire il clima di un'offensiva anticomunista anche con azioni di violenza diffusa, per indurre la Dc a tornare al centro, come avverrà con l'elezione di Leone e il governo Andreotti-Malagodi. Tuttavia, osserva Gualtieri, i successivi sviluppi dimostreranno invece come la strategia della Dc fosse assai meno permeabile di quanto si pensi agli obiettivi americani. E come la sua strategia fosse più realistica ed efficace - anche a fini di "containment" - della "great power politics" kissingeriana. Il ritorno al centrismo del '72 fu concepito infatti come una scelta tattica, funzionale al recupero dei voti andati a destra. La strategia dc restava quella del dialogo e a partire dal '74 si affermerà definitivamente con la nomina di Moro a presidente del Consiglio e l'elezione di Zaccagnini alla segreteria dc. Ma la linea del "dialogo", nella turbolenta situazione economica internazionale prodotta dall'abbandono dei cambi fissi da parte degli Usa e dalla crisi petrolifera, diviene nel frattempo la linea della "solidarietà nazionale" volta a condividere i costi politici e sociali del risanamento economico. Non viene meno però la dura opposizione di Kissinger, che interpretava la distensione come strumento di consolidamento del bipolarismo. "Il fatto che io stringa la mano a Breznev non significa che lo vorrei come mio vice presidente", dice il segretario di Stato a Moro in uno dei loro incontri più tempestosi.
    Al contrasto tra i due aggiunge dunque nuovi elementi la scoperta di una seconda covert operation in Italia guidata da Kissinger con la partecipazione attiva di Martin e del suo ex attaché militare James Clavio. Operazione di cui fino ad oggi nulla si sapeva e che getta una luce sinistra anche sul golpe Sogno. In ogni caso, certo è che tra giugno e luglio del '74 l'allora ministro della Difesa Andreotti rimosse Vito Miceli (legato all'estrema destra e tra i principali beneficiari dei fondi di Martin) dal vertice del Sid, denunciò l'attività di un'internazionale terrorista con quartier generale a Parigi e organizzò con i servizi segreti e lo stato maggiore dell'esercito la prevenzione di un possibile tentativo golpista il 15 agosto.
    Un ulteriore freno all'ostilità di Kissinger venne dalla vera e propria rete protettiva rappresentata dalla Cee. Negli incontri riservati con il segretario di Stato i leader europei fecero capire chiaramente, come disse il ministro degli Esteri Callaghan, che "i russi accetterebbero una versione occidentale della "dottrina Breznev" (che aveva portato all'invasione della Cecoslovacchia nel '68, ndr) ma questo ripugnerebbe a noi e ai princìpi della democrazia".
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    Predefinito 27 marzo 2004 - ARCHIVI USA: DOSSIER TALENTI

    27 marzo 2004 - ARCHIVI USA: DOSSIER TALENTI
    "Il Corriere della sera"
    Tolto il segreto al "dossier Talenti": le manovre di Washington per scongiurare un colpo di stato comunista. Protagonisti Henry Kissinger e il generale Haig
    Italia '70, allarme "golpe rosso"
    WASHINGTON - "Graham Martin è molto ansioso di discutere con te la nostra strategia in Italia prima di ritornare a Roma, in particolare le attività clandestine. E' rimasto frustrato dallo scetticismo del Dipartimento di stato per le sue proposte. Pensa che siamo alla vigilia di un secondo Cile, nel cuore del Mediterraneo, e che qualche iniziativa possa prevenire una débacle come quella che rischiamo di subire in America Latina. Forse vale la pena che tu passi un po' di tempo con lui". L'appunto per Henry Kissinger, il braccio destro del presidente Nixon alla Casa Bianca, è datato 6 novembre '70 ed è firmato dal generale Alexander Haig, il suo vice, un futuro segretario di Stato. Martin è l'ambasciatore americano a Roma, un falco che teme che il Pci vada al potere. E' la prima volta che un documento ufficiale paragona l'Italia al Cile "rosso e castrista" di Allende, ammonisce cioè che il nostro Paese può diventare comunista. Ma in segreto gli uomini di Nixon dibattono "lo scenario cileno" da tre mesi, da quando un amico di Haig, l'uomo d'affari italiano Pier Talenti con cittadinanza americana, ha sottoposto alla Casa Bianca un piano per spostare l'Italia a destra "con una spesa di otto milioni di dollari".
    Dal dossier Talenti, declassificato di recente, manca un memorandum top secret su una "Operazione di 5 mesi" in Italia esposta a Haig. Ma la lettera dell'industriale, che nel '74 venne incriminato di complicità nel cosiddetto golpe Borghese e fu assolto, è autoesplicativa. "Con una spesa di 8 milioni di dollari" scrive Talenti in un appunto dell'ottobre '70, "per una operazione di intelligence e di affari, il dicembre '71 si può eleggere presidente della Repubblica italiana un candidato prescelto e si possono vincere le elezioni nazionali garantendo una situazione stabile e favorevole per l'autunno del '72". La lettera di Talenti, i cui terreni espropriati dal Comune di Roma gli eredi rivendicarono negli anni '90, è ricattatoria nei confronti di Nixon: "Il presidente, che si ripresenterà alle elezioni negli Stati Uniti nel '72, non deve apparire ai milioni di elettori italo-americani come l'uomo che non fu capace di tenere l'Italia nell'Occidente, ne sarebbe gravemente danneggiato alle urne. In Italia c'è il pericolo di reazioni molto violente sia da sinistra sia da destra. Bisogna rafforzare i parlamentari democristiani contrari al centro-sinistra, appoggiare specifiche misure del segretario del partito", quali non è precisato.
    Che cosa abbia in mente Talenti lo si capisce meglio dal suo colloquio con Haig il 22 dicembre. "Il governo Usa deve impedire che i comunisti s'impadroniscano dell'Italia, dove potrebbe riprodursi molto presto la situazione del Cile. La Dc è totalmente corrotta ed esposta al ricatto, come tutti i partiti italiani. Il governo americano non deve esitare a ricorrere alla corruzione nel proprio interesse. La Chiesa non è più un fattore di stabilità, l'umore del Paese è come nel '43, quando tutti intuirono che il regime fascista era finito".
    Gli otto milioni di dollari, in altre parole - cifra allora enorme - sarebbero serviti a comprare taluni politici italiani e a distruggerne altri. Ma la Casa Bianca ha già respinto il piano di Talenti, giudicandolo rischioso, e si è riservata di procedere in altro modo: come, a tutt'oggi resta segreto, è lecito pensare tramite i soliti canali, la Cia e la diplomazia. Haig assicura l'amico: Nixon "segue personalmente gli eventi, anche a causa della crisi cilena" l'Italia non verrà perduta. Ma l'apprensione è forte. Un rapporto del Dipartimento di Stato avverte che "in Italia persino i militari, tradizionalmente avulsi dalla politica, ci segnalano di temere che l'instabilità del Paese produca uno spostamento a sinistra".
    Lo "scenario cileno" è emerso alla Casa Bianca dopo il crollo del governo dei cento giorni di Mariano Rumor, nel luglio precedente. L'amministrazione repubblicana Usa si è allarmata alla mancata formazione del governo Andreotti, "un leader di talento" cui guarda con simpatia. Ha tirato un respiro di sollievo alla nascita del governo Colombo, "che potrebbe essere l'uomo adatto a questa stagione". Ma è rosa dal dubbio. Un foglio del segretario di stato William Rogers del 14 agosto del '70 definisce il governo Colombo "l'ultima possibilità di fare funzionare il centro-sinistra". Rogers scrive che "la frustrazione generale spinge molti italiani a chiedere le elezioni anticipate mentre altri sono tentati di cercare una soluzione fuori del processo costituzionale" (il golpe), "una prospettiva plausibile se scoppiasse una crisi economica o se l'Italia ricadesse nel disordine pubblico". Il viaggio di Nixon a Roma del 27 e 28 settembre, il secondo in due anni, e i suoi colloqui con i leader del governo non dissipano tutte le paure. Ma servono a Kissinger a farsi un'idea assai più precisa del "problema Italia".
    Il memorandum preparatorio di Kissinger agli incontri romani di Nixon è istruttivo. E' una scommessa sulla Dc e sui suoi uomini. "Colombo rappresenta una nuova generazione di leader legati all'America, è importante che abbiate uno stretto rapporto personale con lui" sottolinea Kissinger. "Dovreste ribadire la vostra fiducia nella sua capacità di gestire il Paese, e l'impegno a difendere l'Europa con la forza. Ma dovreste anche parlare al ministro degli Esteri Moro, che sarà al fianco di Saragat quando il presidente vi riceverà, al capo del Senato Fanfani - li conoscete già - e se potrete al segretario del partito Forlani e Andreotti, che presto subentreranno alla vecchia guardia". Kissinger non menziona lo spettro di un secondo Cile nel Mediterraneo, ma ricorda a Nixon che "gli italiani hanno fonti eccellenti a Santiago" e che "conviene che manifestiate la vostra ansia su quella nazione, e chiediate loro se e come possano influire sui suoi sviluppi". Il presidente americano invita Colombo alla Casa Bianca il 17 febbraio '71. Per quella data, "lo scenario cileno" è diventato d'attualità. Nixon riceve un monito dal suo braccio destro: "Colombo prenda misure serie e durature per rafforzare la Dc, distinguerla dal centro-sinistra e combattere il Pci".
    C'è però chi, sebbene non escluda l'eventualità di una "soluzione extracostituzionale", respinge il paragone tra l'Italia e il Cile: è il segretario di Stato Rogers, che ha premuto per la bocciatura del piano di Pier Talenti. Il suo rapporto al presidente è un richiamo al buon senso: "La tanto discussa analogia tra i due Stati è psicologica e ipotetica. Ci sono differenze fondamentali. L'Italia è più prospera, non elegge il presidente col voto popolare, da 25 anni la governa la Dc, che su 8 mila amministrazione locali ne controlla 5 mila. In Italia i nostri investimenti non sono sulla scala del Cile, non coalizzano la gente contro di noi, e nessun partito democratico è filocomunista". Rogers ammette che il Vaticano "non svolge più il ruolo politico attivo che svolse sotto Pio XII, e i pareri dei vescovi non sono omogenei", ma si dichiara fiducioso che l'orizzonte italiano si rischiari. Non sarà così. Dietro le quinte, i nixoniani e l'ambasciatore Martin si adopreranno per la elezione di Leone alla presidenza il 24 dicembre '71, il ritorno dei governi di centro-destra e le elezioni parlamentari anticipate.
    Martin, che si trasferirà poi in Vietnam, si vanterà di avere sconfitto il più forte partito comunista d'Occidente.
    (3 - Continua / Le precedenti puntate sono state pubblicate sabato 13 marzo
    e mercoledì 17 marzo)
    LA STRATEGIA DELLA CASA BIANCA
    "Giulio Andreotti, un giovane promettente su cui puntare"
    L'amministrazione Nixon "scopre" Giulio Andreotti nel luglio del '69, quando Saragat gli affida la formazione del governo dopo i tre di Rumor. L'ambasciatore americano a Roma, Martin, scrive che ad Andreotti "la formula del centro-sinistra non è mai piaciuta", ma lo colloca a metà strada tra chi non vuole più l'alleanza con il Psi (Piccoli, Taviani e Scalfaro) e chi la vuole ancora (Moro). Fanfani, aggiunge Martin, dice di appoggiare il premier designato. Il tentativo di Andreotti fallisce e il governo di centro-sinistra viene formato da Colombo, ma da quel momento la Casa Bianca lo considera uno degli uomini su cui puntare. Martin lo elogia come un abile politico, un capace ex ministro della Difesa, e un amico dell'America. Kissinger lo addita a Nixon alla visita a Roma del 27-28 settembre '70 come se fosse un giovane promettente: "E' il capogruppo democristiano alla Camera, ha solo 51 anni, appartiene alla nuova generazione dei leader del Partito, e avrà crescente potere in Italia". Martin si compiacerà che Andreotti ascenda al potere dopo la elezione di Leone a presidente della Repubblica nel dicembre '71, e che vi ritorni dopo le elezioni parlamentari del giugno '72. In quella occasione, il Dipartimento di Stato commenterà che "il governo di Andreotti spezza una tradizione decennale di governi di centro-sinistra e ritorna alla formula centrista degli Anni Quaranta e Cinquanta".
    E. C.
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    Le «carte segrete» di Washington: Nixon si servì dell’elezione alla massima carica dello Stato italiano per dimostrare la sconfitta del Pci


    Leone presidente. «Un successo americano»

    di ENNIO CARETTO


    WASHINGTON - Nixon ringrazia Moro, ribadisce il suo apprezzamento per il ruolo dell'Italia, e conclude: «Senza interferire nella vostra politica interna, le auguro buona fortuna!». Dice «buona fortuna» in italiano, un'allusione all’elezione, di lì a due mesi, del nostro presidente della Repubblica in un momento molto delicato, un evento che segnerà una svolta nella storia del nostro Paese. È l'11 ottobre del '71, Nixon e Moro sono alla fine del loro colloquio alla Casa Bianca. Il presidente americano sa che il nostro ministro degli Esteri ambisce alla presidenza, e vuole dimostrarsi gentile. Ma Moro non è il suo candidato, semmai lo è Fanfani. Graham Martin, il suo ambasciatore a Roma, lo ha avvertito che Moro verrebbe eletto coi voti dei comunisti, e sta lavorando dietro le quinte per Fanfani o per un terzo uomo. Henry Kissinger, il suo braccio destro, ha convinto Nixon a ricevere Moro perché a giugno aveva già ricevuto Fanfani, e non si sa mai: «Se non lo vedeste - ha ammonito - Moro si riterrebbe danneggiato. Moro rimarrà per molti anni una delle massime personalità italiane e potrebbe diventare presidente. Come leader della sinistra della Dc è riuscito a impedire che il partito si pronunciasse all’unanimità per la candidatura di Fanfani». I documenti sull'Italia del '71 e del '72 declassificati di recente dagli Archivi nazionali di Washington indicano che l'amministrazione Nixon si servì dell’elezione del presidente della Repubblica italiana per infliggere una sconfitta al Pci e per ripristinare governi centristi o di centrodestra in Italia. Non svelano che mezzi usò - i documenti più importanti restano segreti - ma definiscono «un successo americano» l'elezione di Leone nel dicembre '71 e la formazione del governo Andreotti nel giugno '72. Ed evidenziano il successivo appoggio di Leone a Nixon: il presidente italiano caldeggerà la rielezione di quello Usa nel novembre '72, e dichiarerà che tra l'America e l'Europa «sceglierebbe l'America».
    In un dispaccio l'ambasciatore Martin rivendica il merito di «avere molto contribuito» alla fine del centro sinistra in Italia «dopo dieci anni», e di avere fermato «l'avanzata comunista». Rivendicazione prematura, perché il centro sinistra ritornerà a galla nel '73, un anno reso difficile dall’embargo del petrolio arabo, e nel '74 in Italia si incomincerà a parlare di un «compromesso storico» tra Dc e Pci.
    Le manovre dei nixoniani incontrano qualche intoppo. Dall'inizio del '71 l'amministrazione repubblicana ha un alleato nel presidente Saragat, che chiede di visitare la Casa Bianca per parlare a Nixon. Ma Saragat annulla la visita: «In base alla Costituzione - annota Kissinger - deve farsi accompagnare da Moro. E siccome vuole parlare delle questioni politiche italiane e del suo partito, la presenza di Moro lo inibirebbe». Un altro ostacolo è il risultato delle elezioni amministrative del giugno '71: la Dc perde terreno mentre avanza l'Msi. Kissinger si preoccupa, ma riferisce a Nixon che «il segretario democristiano Forlani esclude qualsiasi collaborazione coi neofascisti». Infine, nell'incontro con Nixon dell'ottobre '71, Moro adombra un’apertura al Pci, senza accennare peraltro al compromesso storico: «Il monopolio del comunismo dell'Urss si sta dissolvendo - dichiara - e il Pci ne avverte le conseguenze. In Europa c'è una tendenza generale a una maggiore libertà di azione nella sfera politica». E la Presidenza italiana? vuole sapere Nixon: «È difficile fare previsioni - ribatte Moro - qualche partito potrebbe cambiare posizione». Non è il quadro su cui contava il presidente Usa.
    Le notizie dall'ambasciatore Martin e dalla Cia, però, sono buone. Il segretario di Stato William Rogers segnala che l'ambasciatore «è intervenuto efficacemente contro lo slittamento a sinistra dell'Italia» - senza precisare come - e il servizio segreto definisce «paralizzato» il Pci «la cui ipocrisia ha portato a una riduzione degli iscritti, in particolare tra i giovani». Kissinger è d'accordo: «Martin ha influito sugli eventi, è stato attivo nelle elezioni presidenziali italiane». La nomina di Leone il 24 dicembre '71 conferma i giudizi. Celando il proprio giubilo, a quel punto l'amministrazione repubblicana si chiede se debba o no rinnovare un invito al premier Colombo, che guida un governo di centrosinistra.
    La toglie dall'imbarazzo l'ennesima crisi in Italia. Colombo rassegna le dimissioni, non riesce a formare un governo bis e la visita salta. Ci riesce Andreotti, ma dura solo 9 giorni. Il 28 febbraio '72 Leone scioglie le camere per andare alle elezioni anticipate, affidando la transizione ad Andreotti. Osserva la Cia: «Andreotti non ha mai guidato un gabinetto, ma la designazione gli dà un grosso vantaggio politico. Erano settimane che la Dc puntava alle elezioni, anche per evitare che coincidessero con il controverso referendum sul divorzio del '73».
    L'8 giugno del '72 il responso delle urne persuade i nixoniani che Leone e Andreotti sono i loro uomini. Da una settimana, il Dipartimento di Stato ne anticipa il trionfo. Il giorno 5 scrive che «la Dc recupererà buona parte delle perdite», che «si è collocata solidamente al centro, contro ogni flirt coi comunisti», e che «ha fatto capire che la formula del centro sinistra non è irreversibile». Il giorno dopo il voto, festeggia «l'impressionante ripresa della Dc che pochi mesi fa sembrava avviata a una disfatta». Ma si rammarica «che tra i suoi potenziali alleati solo il Pri abbia guadagnato seggi alla Camera» e che da 18 seggi di maggioranza il centrodestra sia complessivamente sceso a 16. Il 17 giugno, il Dipartimento di Stato mette in rilievo che «per la prima volta in un decennio il Psi si trova all’opposizione», e lo colpevolizza: «Per molti, i suoi fumosi discorsi sugli equilibri avanzati celavano un’eccessiva apertura ai comunisti. Andreotti ha offerto loro di entrare in un governo d'emergenza a cinque, ma hanno rifiutato perché l'inclusione dei liberali costruirebbe una svolta a destra inaccettabile». Il rapporto sottolinea che Giuseppe Medici sostituisce Moro agli Esteri. Nulla nei dossier degli Archivi nazionali indica che Andreotti si sentisse o che volesse essere l'uomo dell'America, a differenza di Leone. Un appunto di Helmut Sonnenfeldt del 5 dicembre del '72 gli rimprovera anzi di avere indebolito il governo «inserendosi in extremis nelle amministrative di novembre che hanno nuociuto alla Dc e al Pli: è stato imprudente - lamenta Sonnenfeldt - se non lo avesse fatto il voto sarebbe stato irrilevante».
    L'aiutante di Kissinger teme ora un rimpasto e commenta: «Se Andreotti mantiene il governo centrista, un incontro col presidente Nixon può aiutarlo, un obbiettivo auspicabile. Se invece Andreotti prende con sé i socialisti dovremmo pensarci, per non dare l'impressione che benediciamo una sua virata a sinistra». Ma nel gennaio del '73, l'ambasciatore Martin, lasciando l'Italia per il Vietnam, insiste che Andreotti sia ricevuto alla Casa Bianca: «Il suo governo può farcela fino a tutta l'estate. Io sono fermamente convinto che sia nell'interesse degli Stati Uniti che questo avvenga: la sua formula di governo rappresenta un notevole spostamento verso il centro». Sul siluramento di Moro - temporaneo - non una parola.
    (4- Continua / Le precedenti puntate sono state pubblicate il 13, il 17 e il 27 marzo)
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    Predefinito 15 aprile 2004 - ARCHIVI USA: NEL 1973/74 GLI USA TEMEVANO PCI AL GOVENO

    15 aprile 2004 - ARCHIVI USA: NEL 1973/74 GLI USA TEMEVANO PCI AL GOVENO
    "Il Corriere della sera"
    Il centrosinistra targato Rumor
    Il quarto governo guidato da Mariano Rumor, subentrato ad Andreotti nel luglio 1973, vide il ritorno del centrosinistra, con una coalizione tra Dc, Psi, Psdi e Pri. Ne facevano parte personalità di rilievo: Paolo Emilio Taviani all'Interno, Aldo Moro agli Esteri, Ugo La Malfa al Tesoro, Antonio Giolitti al Bilancio. Proprio uno scontro tra Giolitti e La Malfa, sulle condizioni poste dal Fondo monetario internazionale per un prestito all'Italia, provocò le dimissioni del ministro repubblicano e la caduta del governo, nel marzo 1974.

    Nel 1973-74 la Casa Bianca temeva i comunisti nel governo
    WASHINGTON - E' il 16 aprile del 1973. Alla scrivania dello studio ovale della Casa Bianca, il presidente Richard Nixon legge il memorandum secret/sensitive di Henry Kissinger sul suo incontro con Giulio Andreotti, presidente del Consiglio italiano, il giorno dopo. "Andreotti è di gran lunga preferibile ai suoi predecessori di centrosinistra - scrive il consigliere -. Il suo governo centrista è minato dai suoi rivali nella Dc, ma si sta dimostrando più solido del previsto: dura da dieci mesi, una bella prova per gli standard italiani". Kissinger non esclude che Andreotti cada dopo il Congresso della Dc a giugno e gli subentri Mariano Rumor con un governo di centrosinistra (come avverrà), ma ne tesse gli elogi: "E' l'erede di De Gasperi, è schierato con la Nato e con gli Usa, definisce "impensabile" la neutralità dell'Italia, si tiene in stretto contatto con il Vaticano. A 54 anni è uno dei più longevi e dei migliori politici italiani e guiderà altri governi". Il consigliere ricorda a Nixon che l'incontro deve rafforzare Andreotti "sul piano dell'immagine". Lo stesso fa il segretario di Stato William Rogers: "Il premier ha bisogno di una simbolica benedizione della formula del centrodestra. Noi dobbiamo rassicurarlo che continuiamo a guardare alla Dc per un'Italia stabile e leale".
    Altri documenti declassificati dagli Archivi nazionali a Washington spiegano il perché del sostegno incondizionato dell'amministrazione repubblicana ad Andreotti e al suo mentore, il presidente della Repubblica Giovanni Leone: i nixoniani temono da un lato il compromesso storico e dall'altro un golpe militare in Italia. I timori del colpo di Stato non sono vivi come dieci anni prima, ma lo diverranno nel maggio del 1974, al momento della strage di Brescia, quando Kissinger ammonirà Nixon che "il Pci potrebbe entrare in un governo di coalizione di sei partiti" e aggiungerà: "Certi membri delle forze armate italiane sono probabilmente allarmati dal potenziale aumento d'influenza dei comunisti, ma per ora non paiono avere piani concreti d'azione. Ciò potrebbe però cambiare se il Pci sembrasse in procinto di ottenere un ruolo governativo importante".
    Saranno Andreotti e la Cia a placare temporaneamente le ansie della Casa Bianca: il premier italiano insisterà che l'ascesa comunista al potere verrà bloccata e il servizio segreto americano svelerà che l'Urss è contraria. Ma questo fantasma e quello del golpe continueranno a perseguitare Washington.
    Trent'anni dopo, è difficile capire come l'Italia possa avere ossessionato gli Stati Uniti in un biennio tumultuoso quale il 1973-74, che li vede alle prese con problemi più gravi e urgenti. Nel 1973, l'America firma a Parigi l'armistizio con il Vietnam del Nord; Nixon è coinvolto nello scandalo Watergate - lo spionaggio nei confronti degli avversari democratici - che lo costringerà a dimettersi nell'agosto 1974; il suo vice Spiro Agnew è costretto a lasciare e viene sostituito da Gerald Ford; in Medio Oriente scoppia la guerra dello Yom Kippur tra gli arabi e gli israeliani. Eppure l'attenzione americana per l'Italia è incessante. Nel giugno del 1973, la Cia lamenta che il Pri abbia ritirato il suo appoggio ad Andreotti, provocandone la caduta. Kissinger incolpa anche Amintore Fanfani e Aldo Moro in un appunto destinato a Nixon: "Per riaffermare la sua leadership nella Dc, Fanfani si è alleato al vecchio rivale Moro, che gli ha imposto il rilancio del centrosinistra". Nixon, un uomo gelido, invia allora una lettera calorosa ad Andreotti: "Assieme, abbiamo grandemente contribuito al dialogo tra l'America e l'Europa". Il nuovo ambasciatore Usa a Roma, John Volpe, un italo-americano innamorato del suo Paese d'origine, cerca di rimediare invitando Leone a Washington, ma la visita avrà luogo un anno dopo, durante la presidenza Ford.
    Il governo Rumor fa del suo meglio per dissipare le paure americane e sul momento ci riesce, grazie anche al ruolo di ponte tra gli Stati Uniti e la Comunità europea addossatosi da Moro come ministro degli Esteri: lo stesso Kissinger ammette che "Moro è un uomo di una certa statura e può aiutarci". Ma pochi mesi più tardi è di nuovo allarme. Il 28 febbraio del 1974, il dipartimento di Stato comunica che "il ministro del Tesoro Ugo La Malfa si è dimesso, lasciando anche la segreteria del Pri". I repubblicani escono dal governo, che sopravvive egualmente, ma per Nixon è un altro brutto segno.
    Il 6 maggio Kissinger segnala che il referendum sul divorzio del 12 successivo potrebbe causare un terremoto nella politica italiana: "Il leader comunista Berlinguer spinge il compromesso storico, un'alleanza Pci-Dc, ma Fanfani si oppone. Anche se i comunisti vincessero, non dovrebbero andare al governo. Ma tutto è possibile". Lo è a un punto tale che, al successo divorzista nel referendum con il 59 per cento dei No, Volpe conferma sia il pericolo di un golpe militare sia la possibilità di un governo di coalizione con i comunisti: "L'Italia ha problemi drammatici di legalità e di ordine, la situazione economica è critica e le prossime elezioni regionali in Sardegna sono un rischio per la Dc". A fine maggio 1974, Volpe invia due telegrammi alla Casa Bianca. Uno dice che l'Italia "potrebbe essere più avanti di quanto pensiamo sulla strada del compromesso storico", l'altro che "non ci sono ulteriori informazioni su un piano di golpe della destra, ma estremisti potrebbero servirsi della parata militare della festa della Repubblica per qualche iniziativa". Fortunatamente, la prima settimana di giugno passa senza incidenti, per cui Andreotti e la Cia - uno all'insaputa dell'altra e viceversa - buttano acqua sul fuoco.
    Il rapporto della Cia è illuminante: "Il Cremlino ha accusato il Pci di avventurismo nella sua corsa al potere richiamandolo alla cautela e premendo perché resti all'opposizione - afferma il servizio segreto Usa -. Nella crisi politica ed economica di questa primavera, Breznev ha reso chiaro a Enrico Berlinguer che l'Urss vuole buoni rapporti con l'Europa e ciò comporta un'Italia stabile". Secondo la Cia, i sovietici si sono addirittura pronunciati contro la battaglia in difesa del divorzio, definendola "una scommessa scriteriata perché ha contrapposto i comunisti italiani ai borghesi cattolici di cui c'è bisogno: il Pci non deve suscitare disagio in Occidente perché può danneggiare le prospettive di distensione internazionale".
    Nixon cade ad agosto, ma Kissinger resta come segretario di Stato. Il 17 settembre 1974, alla vigilia della visita di Leone a Ford, un rapporto della Cia conferma che permangono seri interrogativi sul nostro Paese. Questa volta riguardano la Dc: "Parecchi democristiani pensano che il partito rischi di perdere la sua posizione dominante nella politica italiana".
    Secondo l'intelligence Usa, "Fanfani ha sbagliato a fare del voto per il divorzio un voto per i comunisti. Molti leader della Dc sono vecchi e il partito ha fama di essere inefficiente e corrotto. La sua sinistra preme per le riforme e per un ringiovanimento dei vertici, con il consenso di nuove figure eminenti, come il ministro dell'Industria De Mita". La protesta all'interno della Dc è diretta soprattutto contro Fanfani, prosegue la Cia, ritenuto responsabile del declino, "ma sinora non ha dato frutti perché Andreotti e Moro non vi hanno preso parte". Stando al servizio segreto americano, sono invece in ascesa i socialisti e i comunisti: "I primi faranno sentire sempre più il loro peso nel centrosinistra. I secondi tenteranno di condizionare gradualmente i partiti al governo e gli italiani ad accettarli come una forza politica legittima, adatta a prendere il potere".
    (5 - Continua / Le precedenti puntate sono state pubblicate il 13, il 17 e il 27 marzo e il 2 aprile)
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