17 ottobre 2009 (10:44) | Autore: Michele Fabbri



I Paesi Baschi sono protagonisti di una battaglia indipendentista tra le più lunghe e coriacee che la storia ricordi. I patrioti baschi, sbrigativamente associati al terrorismo dall’informazione di regime, hanno in realtà alle spalle motivazioni complesse che si intrecciano con le drammatiche vicende vissute dalla Spagna nel XX secolo.

Il libro più esauriente scritto in italiano su questo argomento è Storia politica di Euskadi Ta Askatasuna e dei Paesi Baschi di Giovanni Lagonegro. L’autore inquadra il problema fin dalle più remote origini storiche. I Baschi parlano una lingua non indoeuropea, probabilmente l’unico ceppo linguistico superstite delle popolazioni che abitavano l’Europa prima delle invasioni indoeuropee. La conquista romana non intaccò il linguaggio originario della popolazione, e nel medioevo il territorio si configurò come Regno di Pamplona, più tardi trasformatosi in Regno di Navarra. L’insieme delle regioni basche si chiama “Euskadi” in lingua locale. Nel corso del XVI secolo la Spagna affermò il suo dominio con sanguinosi combattimenti sul territorio definito Hegoalde, cioè le province di Gipuzkoa, Bizkaia, Araba, Nafarroa, mentre sotto lo stato francese si trovava il territorio definito Iparralde con le province di Lapurdi, Behe-Nafarroa, Zuberoa. Anche le province francesi vissero uno stato di conflittualità diffusa sia contro l’amministrazione monarchica, sia contro quella repubblicana.

I moti più vivaci sono comunque quelli che si sono verificati in territorio spagnolo dove il sentimento autonomista basco è sempre stato molto vivo. Un momento particolarmente importante per la formazione dei militanti politici in Euskadi è la guerra civile spagnola. All’epoca in Euskadi c’era un governo autonomo formato dal compromesso fra nazionalismo basco e socialismo. Il Partito Nazionalista Basco era nato nel 1895 come risposta allo stato liberale spagnolo che in Euskadi aveva significato innanzi tutto la perdita dei fueros, le leggi che garantivano la sopravvivenza di antiche consuetudini locali. Questo movimento era contraddistinto dal richiamo alle radici cattoliche e da un programma sociale basato sulla cooperazione tra impresa e lavoratore. L’incipiente processo di industrializzazione, inoltre, aveva portato in Euskadi migliaia di immigrati spagnoli che venivano visti come una minaccia alla sopravvivenza della razza basca.

Nel 1936 i nazionalisti baschi, pur sospettosi verso i principi laicisti e progressisti dei repubblicani, decidono tuttavia di schierarsi contro Franco, poiché intuiscono che la vittoria del nazionalismo franchista comporterà una forte centralizzazione dello stato spagnolo. Le atrocità della guerra civile non risparmieranno i Paesi Baschi: il bombardamento di Guernica assurgerà a simbolo della guerra moderna che spesso si trasforma in terrorismo contro i civili. Il regime franchista metterà in atto una sorveglianza speciale sul territorio basco, il cui primo effetto è la chiusura delle scuole che insegnano in lingua locale, e oltre 80.000 persone saranno incarcerate per reati politici.

Passano molti anni prima che i patrioti baschi riescano a organizzarsi per contrastare lo stato spagnolo, e soltanto nel 1959 nasce ETA, acronimo di Euskadi Ta Askatasuna (Paese Basco e Libertà). Molti aderenti a ETA vengono da un indottrinamento di matrice socialista o marxista, cosa che può sembrare bizzarra per un movimento identitario, ma non bisogna dimenticare che nel clima della dittatura franchista era inevitabile che i sentimenti di ostilità al regime si orientassero verso ideologie di sinistra. Inoltre il movimento si dichiarava aconfessionale abbandonando i richiami alla matrice cristiana dei nazionalisti baschi, sia perché alla metà del XX secolo la società era molto più laicizzata, sia perché la Chiesa Cattolica era in larga parte compromessa col regime franchista. In generale, comunque, nei comunicati ufficiali ETA condannava tanto il fascismo quanto il comunismo e rilevava come questi regimi fossero solo una copertura ideologica per mantenere in vita il mito dell’intangibilità dello stato a danno della personalità dei popoli. Inoltre ETA ha sempre ribadito l’importanza della famiglia come cellula base della società, contraddicendo in questo i piani di distruzione della famiglia che caratterizzano i movimenti di sinistra. Del resto fra i militanti e i simpatizzanti di ETA non mancano elementi che propendono per un più spiccato orientamento etnicista e identitario: è il caso di Txillardegi, il più grande scrittore in basco, e linguista di fama internazionale, che si colloca su posizioni che per i benpensanti sfiorano il “razzismo”.

Il libro riporta in traduzione italiana molti documenti e stralci di riviste pubblicati da ETA, dai quali emerge una vera e propria mistica dell’intransigenza che delinea un tipo di militante politico di rara determinazione e compattezza caratteriale.

Lo scontro col regime franchista è fin da subito durissimo: sparatorie e attentati sono cronaca quotidiana in Euskadi. La repressione è feroce e gli arresti per reati politici si contano a centinaia. Un momento importante per la storia del movimento è l’episodio dell’uccisione di Melitón Manzanas, ispettore della “Brigata Politico-sociale”, la polizia politica franchista. Manzanas viene ucciso il 2 agosto 1968; il regime risponde mettendo in vigore leggi speciali contro il terrorismo. Vengono accusati di aver progettato l’omicidio sedici imputati che vengono processati per direttissima a Burgos. Il processo di Burgos attira l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale: i prigionieri in aula denunciano di essere stati torturati e i loro avvocati ricevono minacce e intimidazioni. Fra gli imputati c’erano anche due preti, ai quali venne offerta la possibilità di celebrare Messa fuori dal carcere, ma i due sacerdoti scelsero di restare in cella con gli altri detenuti, dove celebravano la Messa col pane e il vino del rancio. Durante il processo, in Euskadi vengono indetti scioperi di solidarietà coi detenuti, e l’astensione dal lavoro non riguarda solo i dipendenti: anche negozi, bar, libere professioni chiudono le attività, attuando un vero e proprio sciopero etnico che paralizza il territorio. Il pubblico ministero aveva chiesto 6 condanne a morte, ne vengono emesse 9. Ma il risultato è che tutto il mondo stringe il regime nell’isolamento morale e culturale: Franco intuisce la grave perdita di credibilità della Spagna e decide di commutare le pene di morte in pene detentive. Sul piano morale il processo di Burgos si può quindi considerare una vittoria dei Baschi che hanno mostrato grande capacità di mobilitazione sociale.

In Euskadi sembra che ci sia un periodo di relativa calma dopo i fatti di Burgos, ma ETA sta progettando, sotto il nome di “operazione Ogro”, un attentato tra i più spettacolari di tutti i tempi. Questa volta ETA vuole colpire al cuore lo stato spagnolo: l’obiettivo è nientemeno che l’ammiraglio Luis Carrero Blanco, il numero due del regime franchista, l’uomo designato a succedere al caudillo. Carrero Blanco ogni mattina assiste alla Messa in una chiesa di Madrid; i militanti di ETA affittano un appartamento in un palazzo adiacente alla strada che l’ammiraglio percorre tutti i giorni. Agli inquilini si presentano come “scultori”, e in effetti dalla loro abitazione si sente un continuo rumore di scalpello. Ma gli “scultori” non stanno forgiando statue equestri, bensì stanno… scavando una galleria sotto la strada a fianco dell’appartamento. La galleria viene riempita di esplosivo, e la mattina del 20 dicembre 1973 al passaggio di Carrero Blanco viene fatta esplodere: l’auto dell’ammiraglio fa un volo di trenta metri scavalcando un edificio e ricadendo nel cortile interno! Gli autori dell’attentato fuggono in Portogallo e poi via mare arrivano in Francia. Alla morte di Carrero Blanco il regime di Franco risponde chiudendosi in un ottuso rigurgito di fascismo che mette in atto le ultime condanne a morte del franchismo.

Con l’avvento di Juan Carlos le cose non cambiano molto per i Baschi. La concessione di libertà democratiche permette la formazione di partiti regionali, ma lo stato spagnolo mantiene alta la vigilanza in Euskadi, e la Costituzione spagnola non rinuncia alla retorica della patria “una e indivisibile”. Inoltre, se non esiste più la polizia politica, in compenso cominciano a formarsi milizie armate di nazionalisti spagnoli che, in via più o meno ufficiale, fiancheggiano la polizia. Le garanzie costituzionali vengono talvolta sospese in Euskadi e la Spagna ricorre a leggi speciali contro il terrorismo. Inoltre anche la Francia, che in precedenza aveva concesso relativa tolleranza ai rifugiati di ETA, comincia a collaborare con la Spagna. François Mitterand si rivelerà particolarmente zelante contro i patrioti baschi: si tenga presente che il presidente francese in quegli stessi anni concedeva benevola protezione ai macellai comunisti delle “Brigate Rosse” italiane…

In Euskadi la battaglia politica è particolarmente vivace. ETA si considera l’avanguardia rivoluzionaria del movimento indipendentista, ma i partiti naturalmente prendono le distanze dalla lotta armata. Tra le iniziative più rappresentative di ETA c’è la cosiddetta “imposta rivoluzionaria” che viene riscossa con rapine contro le banche o con rapimenti di facoltosi industriali. Il concetto che sta alla base di queste azioni è che la borghesia basca paga le tasse per sostenere le forze armate spagnole, quindi deve pagare anche per sostenere i combattenti baschi.

Negli anni ’80 la Spagna è governata dal partito socialista, che peraltro tradisce i suoi militanti storici schierandosi apertamente con le forze capitaliste e facendo entrare la Spagna nella NATO. Inoltre i socialisti continuano ad utilizzare i corpi militari speciali, affermando che queste forze sono più necessarie in democrazia che in dittatura. Infatti la dittatura garantirebbe di per sé l’ordine, mentre l’esercizio della libertà necessita di speciale protezione (sorge spontanea una domanda: dov’è il confine fra dittatura e democrazia?).

Anche a livello istituzionale la lotta si fa più dura: le città governate da forze indipendentiste restituiscono ufficialmente a Madrid la bandiera spagnola e issano sui municipi la ikurriña, la bandiera basca. Inoltre i Baschi creano forme di coordinamento con altre forze autonomiste che agiscono nello stato spagnolo in Galizia e in Catalogna.

Nel 1983 ETA mette in atto una campagna contro il sistema bancario spagnolo con ben 94 attentati dinamitardi contro le succursali delle banche. Vengono colpite anche imprese e banche a capitale francese, come risposta alla collaborazione che la Francia sta offrendo alla Spagna contro i Baschi. ETA si accanisce particolarmente anche contro gli spacciatori di droga: la droga, come ovunque in Occidente, viene diffusa senza troppi ostacoli da parte delle autorità, perché serve a indebolire la personalità e a cancellare la coscienza identitaria dei giovani. Chiaramente in un territorio “caldo” come Euskadi l’utilizzo di droghe viene maggiormente incoraggiato.

ETA ha colpito anche le località turistiche spagnole, in qualche caso provocando la morte di vittime innocenti. Questi incresciosi episodi hanno spinto le stesse forze politiche basche a organizzare manifestazioni di massa contro il terrorismo.

Fra ETA e forze governative ci sono stati numerosi contatti per arrivare al disarmo dell’organizzazione basca, ma non sono mai stati raggiunti accordi in tal senso. In epoche più recenti ci sono stati contrasti anche su questioni ambientaliste relative alla costruzione di autostrade in Euskadi, e anche in questo caso ci sono stati attentati e sabotaggi.

La cronaca più recente nei Paesi Baschi registra episodi di persecuzione giudiziaria non solo contro presunti terroristi, ma anche contro radio, giornali, case editrici che propagandano idee legate al tema dell’identità basca. In quest’opera di repressione si è segnalato il giudice Garzón, che nel 2002 ha messo al bando Herri Batasuna, il movimento politico della sinistra indipendentista che, a dire del giudice spagnolo, sarebbe collusa con ETA.

Il governo Zapatero inizialmente aveva promesso maggiore attenzione alle istanze dei baschi, ottenendo una dichiarazione ufficiale di tregua da parte di ETA. Ma il premier spagnolo, evidentemente troppo occupato a soddisfare i capricci di gay e femministe, non ha fatto nulla per Euskadi, per cui si sono verificati nuovi episodi di violenza.

Il libro di Lagonegro contiene anche una dettagliata cronologia dei fatti, e numerose statistiche su attentati e arresti di prigionieri politici, nonché un’agghiacciante appendice sulle torture che vengono abitualmente utilizzate dalla polizia spagnola negli interrogatori dei prigionieri.

La battaglia identitaria dei Baschi può trovare spazi inaspettati nel contesto della globalizzazione, in cui il fronte delle autonomie regionali rappresenta la più credibile alternativa al Nuovo Ordine Mondiale. Le esperienze di Euskadi meritano quindi di essere studiate con attenzione in quanto offrono spunti di grande interesse per l’elaborazione di strategie antimondialiste.

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Giovanni Lagonegro, Storia politica di Euskadi Ta Askatasuna e dei Paesi Baschi, Tranchida (Giovanni Tranchida Editore), Milano 2005, pp.606, € 30,00.