"Noi siamo ciò che mangiamo". Questa è una delle fissazioni di Salvador Dalì, poco conosciuta ma molto significativa per comprendere buona parte della sua filosofia (o ciò che lui voleva noi credessimo tale). Dalì era ossessionato da tutto il processo nutritivo-digestivo, dal piatto di portata fino all'espletazione dei bisogni fisiologici: l'inventore delle uova al tegame senza tegame controllava infatti scrupolosamente ogni suo prodotto intestinale, analizzandolo in ogni particolare con vista, olfatto, forse anche tatto; ne calcolava il tempo e la frequenza di produzione nonché la fatica o il piacere provati nell'atto e ne deduceva le proprie condizioni di salute presenti e passate e i giusti accorgimenti da prendere per quelle future (metodo paranoico-critico). Arrivò, in momenti di autocelebrazione massima anche ad affermare che le sue feci fossero pulite, linde ed inodori data la sua perfezione cosmica. Eppure questa sua mania stava per giocargli un brutto scherzo: ai tempi del "Gioco lugubre" (1929), i suoi amici, surrealisti e non, lo avevano addirittura sospettato di coprofagia, per quell'immagine dell'uomo dalle mutande sporche dei propri escrementi descritta in primo piano con impeccabile realismo; e, narra la leggenda, fu proprio Gala, la sua futura moglie, l'unica ad avere il coraggio di affrontare l'argomento faccia a faccia con lui, che prontamente rispose:"[...] la scatologia è per me un elemento scioccante, proprio come il sangue e le cavallette [...]"Originally posted by pcosta
è serata scatologica...
http://digilander.libero.it/capitolo...lio/Dal%EC.htm



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