LA TESTIMONIANZA / "Perché smisi di far parte della curva nord"
di GABRIELE ROMAGNOLI
Il pomeriggio di quasi trent'anni fa in cui mi sono dimesso da ultrà si giocava Bologna-Verona, lo stadio era pattugliato dalle forze dell'ordine ma, in una strada adiacente, trenta di noi circondarono un ragazzo, poi qualcuno ordinò: "Barilli, vai solo!". E Barilli si avvicinò, alzando il pugno per colpire.
Andavo alla partita con un gruppo di compagni di scuola. Facevamo il liceo classico, leggevamo García Márquez, simpatizzavamo per l'estrema sinistra (ma il mio amico del cuore era monarchico), consideravamo il momento più alto dell'estetica non Hegel ma quello in cui Beppe Savoldi rimaneva sospeso in aria un istante più dei comuni centravanti prima di colpire di testa e insaccare. E frequentavamo la Curva Nord.
Avevamo uno striscione poco di lato rispetto a quello dei Commandos Rossoblù. Costituivamo una cellula satellite. Indossavamo giacche mimetiche comprate sui banchi dell'usato. Nella tasca, con il nome di battaglia scritto a pennarello, nascondevamo un martelletto rubato sugli autobus di linea, quello che stava accanto ai finestrini per "rompere il vetro in caso di emergenza". Il caso, più che la coscienza, ci evitò di farne uno sciagurato uso. Partecipavamo a riunioni strategiche in un circolo del bowling.
I capi, che ammiravamo, avevano soprannomi poco temibili ("Bimbo" "Alderman", solo "Barilli" era Barilli, per questo l'ho cambiato), ma una determinazione assoluta. Il sabato sera apparivano raffinati strateghi, domenica pomeriggio arditi guerriglieri, il lunedì lavoravano. Ne incontrai uno all'ingresso di un bagno pubblico. Era il custode: per entrare dovetti dargli cento lire. La sua necessità di sfogo era da manuale.
Noi, invece, studiavamo il greco. Ma la violenza, in una biografia maschile, è un rito di passaggio. Sperimentarla, quando va bene, è il preludio per rinunciarvi e poi combatterla conoscendola. Michael Jordan è diventato il miglior giocatore di basket di tutti i tempi perché (è lui stesso ad aver individuato la causa) ha "sbagliato novemila tiri". Noi sbagliavamo spesso: aspettammo, sampietrini nella mano, un arbitro che non aveva fischiato un decisivo rigore contro la Sampdoria, distruggemmo un treno al ritorno da uno zero a zero a Cesena. C'erano valori rovesciati e l'effetto era, al tempo stesso, terribile e ridicolo.
All'uscita di un Fiorentina-Bologna, un gruppo di ultrà viola (il loro comandante era "Pompa") ci chiuse in un angolo. Qualcuno mi mise la mano alla gola e fiero proclamò: "Io sono molto più figlio di puttana di te!". Non c'era possibile replica, né a parole né a gesti. La superiorità era evidente. Come cantava Vecchioni: "La mia paura non bastava a farmi dire basta". Si poteva subire, non arrendersi. "Duri, ma con gioia", insegnava Bifo, pensatore del Movimento Studentesco. Continuammo a presentarci sugli spalti anche quando fu venduto Savoldi e il calcio ci rivelò la sua faccia mercantile. Poi ci fu Bologna-Verona, prima del girone di ritorno.
La partita d'andata era stata tragica, soprattutto per quello che era avvenuto fuori dal campo (il risultato neppure lo ricordo, né importava). C'erano stati scontri fra le due tifoserie, divise allora anche da una rivalità politica. I giornali ne avevano data una versione. Quella che circolava tra gli ultras era amplificata. Chi si stupisce oggi per l'effetto valanga della falsa notizia dell'Olimpico non sa che esattamente così funziona nell'ambiente: a ogni passaggio la vicenda si ingrossa.
Alla fine i "veronesi" avevano teso agguati e selvaggiamente picchiato "le nostre donne e i bambini". Tutto il girone d'andata era stato trascorso a programmare la vendetta. Nel giorno designato le prime ronde erano state mandate fin dal mattino alla stazione e ai caselli autostradali. Né un treno, né un pullman. Fu presto evidente che i "veronesi" non sarebbero venuti. Non in massa, si disse. Ma alla spicciolata, si volle immaginare, sì. A due a due. O soli, per meglio ingannare chi li cercava. Bisognava piantonare gli ingressi e smascherarli. Furono formati gruppi composti da decine di elementi. Si aggiravano intorno al perimetro dello stadio o sostavano davanti ai cancelli, scrutando chi passava. A un certo punto, accanto all'entrata della piscina, fu individuato un elemento sospetto. "E' un veronese!", gridò qualcuno. La pattuglia accorse. Lui negava, scuotendo la testa. Non riusciva a parlare, non era possibile valutarne l'accento. Il gruppo l'accerchiò, lo spinse contro l'inferriata, sovrastandolo. Gli chiesero un documento. Mormorò di averlo dimenticato a casa. Giustizia sommaria fu invocata: "E' un bugiardo! E' un veronese! Mi ricordo la faccia!", mentì qualcuno. Quel ragazzo avrà avuto 25 anni, corporatura normale.
Solo, contro trenta. La sentenza fu emessa: colpevole. Di essere "veronese". La condanna fu decisa. Fu una scelta doppiamente vigliacca. Eravamo in trenta.
Ma il capo ordinò: "Barilli, vai solo!". L'iniqua legge del più forte fu mascherata dietro un paravento di fasulla legittimità. Voleva sembrare uno spiraglio di lealtà, fu la meschinità senza ritorno. Uno contro uno, ma davvero, forse il "veronese" (o quel che era) avrebbe battuto Barilli. L'avrebbe, almeno, affrontato. Così, si rannicchiò per subire. Ci guardammo, io e il mio compagno di liceo. E in quel momento capimmo. Né duri, né con gioia. Non eravamo eroi e stiamo ancora cercando la nostra strada. Non avemmo il coraggio di metterci di mezzo, soltanto la sensatezza di andarsene per sempre. Buttammo le mimetiche in un cassone e riappendemmo il martelletto sull'autobus che ci riportava a casa. Comunque sia finita la partita, evitammo di perdere la nostra.
(24 marzo 2004)
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