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Lodo Zapatero. Intervista al segretario del Prc
Bertinotti: ''Iraq, ripartiamo da Prodi''
Sull'Iraq i deputati che hanno votato 'no' avanzino una proposta comune. Dalla Francia arriva la conferma della sconfitta del liberismo. Il problema è l’impianto programmatico con cui la sinistra risponde ad una nuova domanda politica
“Pur con qualche distinguo, mi sembra che le posizioni di Romano Prodi sulla politica estera traccino un nuovo terreno di discussione comune”. Fausto Bertinotti, impegnato a Strasburgo nei lavori del parlamento europeo, è disponibile a ragionare insieme su nuove iniziative del centrosinistra e di Rifondazione contro la guerra in Iraq. Coglie l’occasione per avanzare una proposta e dire la sua sul voto delle amministrative in Francia.
Hai già espresso un giudizio positivo sull’articolo di Prodi apparso sul “Corriere della sera” di sabato scorso dove si ritiene illegittimo l’intervento armato in Iraq e si auspica un intervento dell’Onu. Possiamo ragionarci meglio.
Lo faccio volentieri. Dico subito che sono molto d’accordo con la proposta di Prodi, anche se vorrei che fosse meglio precisata per evitare margini di ambiguità. Parto da quello che va bene. Innanzitutto, il nesso ritrovato tra l’articolo 11 della nostra Costituzione e il coerente rifiuto della continuazione della guerra in Iraq, sulla base della considerazione della sua inaccettabilità per via di un giudizio politico concreto e della sua mancanza di legittimità. E’ condivisibile anche il tentativo di delineare una specie di filosofia che tende a spingere al limite l’intervento militare nel mondo solo nella fattispecie in cui convivano due elementi: il rischio di genocidio e la legittimazione da parte dell’Onu. Al di là della mia valutazione sulla guerra come tabù, è indubbio che Prodi assuma una posizione interessante pur contraddetta dallo stesso di Prodi quando poi scrive di una specie di “interventismo democratico”. Non lo dico per il gusto di discutere sul passato, ma perché potrebbe dar luogo a una sorta di “terza via” tra gli artefici della “guerra preventiva” e i pacifisti. La difesa degli interventi in Afghanistan e nei Balcani da parte di Prodi è contraddittoria: a Kabul il genocidio non c’era, nei Balcani non c’era il consenso dell’Onu. Bisogna uscire in modo duraturo da una condizione in cui guerra e terrorismo la fanno da padroni.
Tornando all’Iraq…
Qui c’è un punto non risolto, nonostante Prodi ribadisca l’errore della guerra e dica che se fosse al governo non avrebbe portato l’Italia a partecipare al conflitto: resta indeterminato il passaggio dall’attuale quadro di guerra alla condizione di pace. Come avviene questo passaggio? Quali sono le condizioni perché l’intervento dell’Onu non possa essere considerato un semplice maquillage? A me pare che il punto politico discriminante è rimuovere l’occupazione militare. Non basta che l’Onu intervenga con una modifica degli assetti di comando, occorre rimuovere l’occupazione militare dell’Iraq con la presenza di paesi che non hanno partecipato a quella stessa occupazione.
Cosa si può fare come opposizione per dare sostanza alle indicazioni di Prodi? Noi abbiamo avanzato l’idea di una mozione unitaria del centrosinistra e di Rifondazione per evitare che si arrivi al 30 giugno, data dell’ulteriore rinnovo della presenza militare italiana in Iraq, con le divisioni del recentissimo passato.
Sono d’accordo. Sarebbe bene che alla Camera l’onere propositivo poggiasse sui 64 deputati che hanno votato “no” alla prosecuzione della missione italiana. Loro stessi potrebbero avanzare una proposta a tutte le forze dell’opposizione. Capitalizzando la scelta fatta che ha avuto un gigantesco riscontro nella manifestazione pacifista del 20 marzo e di fronte al fatto nuovo prodotto dall’intervento di Prodi sul “Corriere”, quale che sia la gamma delle articolazioni del giudizio positivo su quel testo, quei 64 deputati potrebbero lavorare insieme per avanzare una ipotesi. Lo auspico.
Veniamo al voto francese che premia la sinistra, oggi non possiamo non parlarne. E’ solo un “effetto Spagna”?
Nel voto francese vedo una tendenza generale. In quel paese la “questione pace” assume un valore secondario, vista la posizione della Francia contro la guerra. Nel voto francese il problema centrale è la contestazione delle politiche liberiste. Qui c’è una tendenza effettivamente europea, l’effetto Spagna è relativo. E’ la ragione che spiega un voto “contro”, sia in Francia ma anche in Germania dove perde il partito di Schroeder nei lander. Cresce dovunque un’opposizione popolare alle politiche neoliberiste. Ovviamente, le destre sono più esposte su questo terreno e pagano di più. In Francia è premiata la sinistra, grazie anche all’assetto di “gauche plurielle” che è in grado di intercettare meglio quel tipo di opposizione e di domanda politica. Resta, in Francia e nel resto d’Europa, il tema di qual è l’impianto programmatico che raccoglie queste critiche al neoliberismo. Insomma, la sinistra vince perché perde la politica delle destre. Ma non basta.
[Aldo Garzia]




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