
Originariamente Scritto da
Voyager
Se ti fa star meglio non identificare il dolore con il male, bene! Il Male non esiste, che a Dio sia imputato quantomeno l’aver disposto che l’uomo soffra, e che l’uomo soffre credo non sia opinabile; che perlomeno di questa abiezione – secondo il misero giudizio umano - Egli sia ritenuto responsabile, se non colpevole, visto che ascrivere colpe a Dio ti suona strano.
Sappi, e spero ne sia totalmente consapevole, che noi umani, voluti tali dal presunto creatore, non possiamo esimerci dallo stimare il mondo circostante con tutto ciò che ci sta dentro, quindi anche il dolore, secondo un punto di vista, un metro e un canone prettamente umani, altrimenti, me ne darai atto, non saremmo umani. Ma Dio ci volle umani, così: imperfetti, limitati e finiti, e secondo questo angolo di visuale, il nostro – solo questo abbiamo a disposizione -, noi possiamo commentare il mondo, adeguandoci, nel commento, al lessico che ci è reso disponibile dalla cultura entro cui siamo immersi e che, in una certa misura, contribuiamo a creare. Pertanto, se la nostra cultura, non ambisco a quella divina, ci suggerisce che il dolore sia connesso al male e che di quest’ultimo sia una conseguenza, che possiamo farci? Neppure la sofistica è in condizioni di scindere in maniera sufficientemente convincente il dolore dal male. Sarà pure una convenzione linguistica legare le due cose, ma non è certo convenzione avvedersi delle pance vuote, delle lacrime, dell’infuriare degli elementi – innocenti di per sé – che tracimano in pianti e lutti. Rinunciare al commento, impedirsi il discorso intorno al dolore e al soffrire, significa, senza meno, rinunciare alla riflessione sulla vita, e anche un po’ al conoscere… credo che l’uomo – così voluto da Dio – sia naturalmente disposto al conoscere, e se così è – purché sia così -, non possiamo esimerci totalmente dall’osservare quel che adombra l’esistenza di ciascun vivente. Non potendo esimerci da ciò, ancor meno possiamo ritenerci esonerati dall’esprimere sensatamente il commento che si forma nelle nostre menti, e che la nostra mente non sia autoreferenziale lo attesta il sentimento intimo che promana dal profondo dell’animo, soprattutto al cospetto della sofferenza, e, a maggior ragione, di fronte a quella dell’innocente immolato sull’ara sacrificale della vita, la quale, per essere tale, pur necessitando della morte – di cui si nutre -, può ben prescindere dal dolore e dalla sofferenza. Una volta celebrato il processo non della ragione, bensì del sentimento profondo dell’umanità, se quella di Dio non è una colpa, è senza dubbio una nefasta responsabilità che lo espone – sic et simpliciter – al dubbio circa la sua perfezione, o, quantomeno, espone a ben sensata critica la sua fatica creatrice… insomma tanto impegno per tanto dolore.