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    ANTIMASSONE
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    Question Sul palco i cinque colonnelli Via al direttorio della linea dura

    STRATEGIE / Al ministro del Welfare il ruolo di sintesi


    Sul palco i cinque colonnelli Via al direttorio della linea dura

    Cè «guastatore parlamentare», Giorgetti gestisce l’offensiva sul fronte economico


    DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
    BERGAMO - La Lega si ritrova per la prima volta nella sua storia senza Bossi e scopre di essere «più ruvida, più dura, più cattiva» per usare le parole di Roberto Maroni. Non può essere altrimenti: priva del suo leader, sempre in rianimazione all'ospedale di Varese, non c'è nulla di meglio di un forte messaggio popolare, condiviso, populista e insieme ricattatorio (niente decreto salvacalcio o crisi di governo, riforma delle pensioni rinviata e agganciata al pacchetto delle riforme economiche annunciato da Giulio Tremonti, subito il decreto di attuazione della legge sulla immigrazione clandestina), messaggio che viene lanciato agli alleati di governo con lo scopo di allontanare le paure e spegnere la tristezza di un movimento abituato a identificarsi anima e corpo con la voce, con gli umori, con i doppi o tripli salti mortali e con le mediazioni finali del Senatur.
    Fuori causa (per il momento) lui, protagonista assoluto di scorribande e frenate mozzafiato, nessuno nel Carroccio può prendersi la responsabilità di rappresentare e di riassumere le più diverse anime dei militanti padani e le loro passioni. Così, un po' per tenere in piedi la casa e la causa federalista, un po' per provare a disegnare una gerarchia non scritta ma comunque visibile dei ruoli e dei dirigenti che devono gestire questa supplenza e un po' per impedire che suggestioni esterne (leggi Berlusconi) giochino brutti scherzi o solletichino strani richiami, non resta che affidarsi all'antico spirito di antagonismo dietro al quale non si intravedono possibilità di ripensamento. No. La Lega è costretta a essere estremista: è una via priva di ritorno almeno fino a quando Umberto Bossi non sarà in grado di riprendere le redini in mano. Se la Lega compie un passo indietro adesso e se lo compie priva del suo leader che conosce bene i trucchi del mestiere, che sa quando è il tempo di avanzare e quando è il tempo di arretrare, rischia di impantanarsi.
    I cinque colonnelli della Lega (Roberto Maroni, Roberto Calderoli, Roberto Castelli, Giancarlo Giorgetti e Alessandro Cé) che si stanno dividendo la gestione del giorno per giorno dopo la malattia di Bossi hanno capito quale aria tira fra i loro simpatizzanti e con un gioco di squadra perfetto hanno scelto la strada, l'unica strada, percorribile: toni da ultimatum, catenaccio e contropiede. Che i cinque formino un «direttorio» e che fra i cinque vi sia una spartizione concordata del che cosa fare e del come fare lo ha spiegato (in assenza di deliberazioni) la regìa della assemblea federale convocata a Bergamo ieri mattina.
    Se Alessandro Cé, il capogruppo alla Camera, assume la funzione di guastatore parlamentare («Berlusconi, togliti dalla testa che la Lega intenda contrabbandare il federalismo con un atteggiamento più morbido nei confronti di Roma ladrona, banche in testa») tocca invece a Giancarlo Giorgetti, segretario della Lega Lombarda nonché presidente della commissione bilancio di Montecitorio, aprire il pacchetto di provvedimenti economici, guardare quello che vi è dentro, se del caso smontarlo pezzo a pezzo e rilanciare («non accettiamo nulla a scatola chiusa, nuova politica economica? Gabbie salariali e via le false pensioni di invalidità»).
    Ancora: se Roberto Castelli, ministro della Giustizia, si assume la parte di respingere qualsiasi ipotesi di alleanza amministrativa con il centrodestra e con Alleanza nazionale e l'Udc in particolare («come potremmo stare assieme a chi vuole dare il diritto di voto agli extracomunitari») o se ancora Castelli si premura di toccare corde particolarmente sensibili del leghismo vecchia e nuova maniera ("non vogliamo che i rifiuti del signor Bassolino vengano spostati a Milano o a Brescia") è invece di Roberto Calderoli, vicepresidente del Senato, la parte del tessitore sulla riforma federalista e sulla devoluzione. Il messaggio che lancia è chiaro: approviamo in date certe (entro la legislatura) il disegno di legge costituzionale, teniamo l'assemblea federale aperta e se gli alleati si divertono a temporeggiare i nostri ministri si dimettano.
    Forse non è un caso che Roberto Maroni si prenda le conclusioni e con le conclusioni vada a occupare nel «direttorio» la seggiola che spetta a chi deve riassumere, dare una continuità e un senso politico.
    Calderoli ha ballato bene il tango del federalismo, Maroni negli ultimi sette giorni ha stravinto la gara sul decreto salvacalcio. Si è messo di traverso e continua a farlo fino al punto di minacciare «crisi di governo» qualora Berlusconi o altri pensassero a un provvedimento che consenta alle squadre di non saldare le tasse dovute. «Si liberino dei dirigenti incapaci, paghino i debiti e ne riparliamo». Maroni fino a ieri era un leader leghista benvoluto, stimato ma non era mai stato acclamato e invocato con l'intensità e la convinzione viste a Bergamo. Nella Lega c'era chi, sotto-sotto, gli aveva sempre rimproverato i tormenti del ribaltone di dieci anni fa. La sua ostinazione nel respingere il decreto salvacalcio adesso coglie perfettamente uno stato d'animo diffuso fra la base leghista e non solo leghista. Ne è ricambiato con una investitura (non dichiarata) in assemblea.
    Che il «direttorio» del Carroccio abbia scelto una via estremista di differenziazione dagli altri partiti della Casa delle Libertà diventa evidente quando proprio Maroni prende di petto il premier Berlusconi.
    Alla messa di Pontida il Cavaliere ha affermato che l'approvazione del federalismo è un regalo al Senatur? No, «è un atto dovuto». E ancora quando minaccia di congelare l'intervento sulle pensioni trasferendolo dentro un futuro pacchetto di riforme strutturali.
    Alla fine il ragionamento di questa Lega è semplice e obbligato: lo spazio politico su cui investire è un antagonismo spinto e senza margini di frenata perché così si tiene assieme un elettorato e una base che senza Bossi, senza una guida carismatica, rischierebbero di disperdersi. Fino al 13 giugno reggerà (se nel frattempo non sarà già rientrato in scena il Senatur). Poi comincerà un'altra scommessa.
    La massoneria il vero nemico!

  2. #2
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    10 minuti di standing ovation per Umberto Bossi ancora in ospedale
    Maroni: sul salvacalcio siamo pronti alla crisi
    Dall'assemblea federale della Lega il ministro del Welfare avverte: «Abbiamo detto no e ripetiamo no al decreto»
    BERGAMO - «Sulla questione del decreto salva-calcio abbiamo detto no e ripetiamo no. Su questa questione siamo pronti a determinare la crisi di governo». Lo ha detto il ministro del Welfare, Roberto Maroni, in un passaggio del suo intervento all'assemblea federale della Lega, a Bergamo. Ad apertura dei lavori i leghisti hanno fatto sentire al grande assente, Umberto Bossi (da 18 giorni in ospedale), tutto il loro calore: dieci minuti di standing ovation. L'intervento più atteso nel primo summit leghista senza il leader, era quello di Maroni. E lui, appena preso il microfono, ha buttato giù un tema caldo: la crisi del calcio, appunto. Proprio mentre da Cernobbio Berlusconi annunciava: «Al momento sulla questione del calcio non c'è nessuna misura allo studio».
    Ma Roberto Maroni non ha parlato soltanto di calcio.

    ECONOMIA - D'obbligo il riferimento a pensioni e situazione

    Roberto Maroni durante l'intervento all'Assemblea federale della Lega Nord (Ansa)
    economica del Paese: «Sento dire che verrà presentato un nuovo pacchetto strutturale di provvedimenti economici. Se si discute di questo, allora anche le pensioni devono essere inserite in questa discussione. Non va bene che magari si chiede alla Lega di portare avanti da sola la riforma delle pensioni mentre si fanno sgravi e altri provvedimenti. Dico solo che "qui nessuno è fesso"».

    LE RIFORME - Maroni ha affrontato anche il tema delle Riforme, uno dei più cari alal base leghista: «La vittoria sulle riforme - ha detto - non è stata facile, non è stato un regalo di nessuno. Ci ha lasciati perplessi la frase di Berlusconi a Pontida che ha detto che avrebbe regalato la devolution a Bossi. A Berlusconi dico che le riforme sono un atto dovuto, noi siamo entrati nella maggioranza solo per questo». E ancora: «Il percorso delle riforme non è certo finito. La strada è ancora lunga e difficile, basti vedere che ieri Pera, che non è di Rifondazione Comunista, ha espresso delle perplessitá. Noi però andiamo avanti, i ministri della Lega - ha concluso - sono pronti ad andarsene se non verranno rispettati i tempi previsti per le riforme».
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  3. #3
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    «SIAMO PIU' DURI DI PRIMA, COME CON BOSSI»
    Lega: Assemblea senza il leader

    29 marzo 2004

    BERGAMO. Dev'essere stato il comizio più lungo della sua vita, 20 minuti. Per Bossi un niente, per lui tutto. «Maroni!, Maroni!», lo applaudono sotto il tendone bianco. Lui agita il braccio e torna al microfono: «No! Bossi!, Bossi!». Calderoli, Castelli e Giorgetti lo abbracciano sul palco. Roberto Maroni dirà poi d'aver sentito i brividi.

    Con il Capo in rianimazione la Lega non sbanda e non litiga. I 20 minuti di Maroni annunciano che, «se qualcosa cambierà, è perché saremo più duri e cattivi, lo sappiano i nostri alleati». Venti minuti per dire a Berlusconi che «se insiste con il decreto salva-calcio siamo anche pronti a determinare una crisi di governo». Perché, dice e napoletaneggia, «accà nisciuno è fesso».

    Per Maroni «l'assenza del nostro grande leader è momentanea», ma da quel che si è visto e sentito la Lega si prepara ai tempi lunghi, molto lunghi. E molto duri.

    «Noi - aveva cominciato Giorgetti, il segretario dei leghisti lombardi - dobbiamo fare quello che lui ci ha detto di fare. Si deve sapere che raddoppieremo gli sforzi».
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 

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