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La sinistra italiana e la guerra in Iraq: “Voto, non voto”. (prima puntata)
Iniziamo da questo numero la cronistoria su come i Ds e i partiti "riformisti" hanno affrontato la questione Iraq. Non per spirito di polemica, ma per rispetto dei fatti. Ovviamente, visti dalla nostra angolazione.
Presenza militare italiana in Iraq sì, presenza italiana no, presenza italiana sì ad alcune condizioni, presenza italiana sì comunque. In alcune occasioni di questo tormentato dibattito, l’Ulivo (ma sarebbe meglio dire la Lista uniti nell’Ulivo) ha oscillato come il pendolo di un orologio. Ha rischiato il disorientamento chi non ha seguito tutte le fasi del dibattito e la cronologia dell’evolversi prima della guerra vera e propria in Iraq e poi dell’occupazione militare delle truppe statunitensi e britanniche.
La questione è riemersa nel dibattito alla Camera e al Senato che ha rifinanziato le truppe made in Italy a Nassiriya, quelle stesse colpite nel novembre 2003 da un terribile attentato terroristico. Il governo, evitando di separare quel rifinanziamento dagli altri che caratterizzano le missioni umanitarie italiane in diverse parti del mondo, ha messo il centrosinistra e Rifondazione con le spalle al muro. Di qui le diverse valutazioni e i diversi atteggiamenti di voto tra chi ha scelto il “no”, chi è uscito dall’aula, chi si è astenuto.
Dopo la vittoria del leader socialista José Luis Rodriguez Zapatero nelle elezioni spagnole del 14 marzo, seguita ai 200 morti negli attentati terroristici a Madrid di tre giorni prima, e dopo le contestazioni a Piero Fassino nel grande corteo pacifista del 20 marzo a Roma, è spuntato un ritornello: “Ma perché ci siamo divisi in parlamento, dal momento che tutti noi avevamo una posizione comune simile a quella del neopremier spagnolo? Quelle divisioni non hanno finito per esporre alcuni dirigenti dell’Ulivo alle polemiche di piazza?”.
Sul “Corriere della Sera” del 16 marzo il leit motiv è stato esposto da Massimo D’Alema: “La posizione di Zapatero è la stessa da noi sostenuta nel recente dibattito parlamentare. Continuo a non credere che venirsene via subito dall’Iraq, isolando gli americani, risolva alcuno dei problemi aperti. Trovo molto più forte politicamente la richiesta di una svolta radicale. Non si è mai visto che l’azione di peace keeping sia svolta dagli stessi che hanno condotto la guerra. Ma sia chiaro, senza una svolta entro giugno bisognerebbe ritirare le nostre truppe come annunciato per quelle spagnole”.
Peccato non poter dare ragione a D’Alema, dal momento che la cronistoria del dibattito interno all’Ulivo e alla sinistra dimostri che quella posizione non esisteva alla vigilia del voto parlamentare alla Camera dello scorso 10 marzo e che senza una correzione di analisi e di proposta le stesse divisioni potrebbero riproporsi in prossimità del 30 giugno. Di qui la necessità di ricostruire fatti, posizioni, dichiarazioni e scelte politiche delle varie componenti del centrosinistra con l’intento di fare un servizio utile ai nostri lettori e agli elettori dell’Ulivo.
Le bugie di Bush e Blair
Già nel luglio 2003, due mesi dopo la “conclusione” della guerra in Iraq, mentre è in corso la presidenza italiana dell’Unione europea, crolla una delle motivazioni del conflitto armato di Washington e Londra contro Baghdad: in tutto l’Iraq non si è trovata traccia delle armi di distruzione di massa. Pietro Folena, deputato Ds, lo denuncia sulle pagine del quotidiano “Europa” del 2 luglio: “Negli Usa è comparsa una notizia che in Italia è stata accuratamente occultata: pare che i servizi segreti italiani abbiano fabbricato prove false sul traffico di uranio tra Niger e Iraq e abbiano fornito questa documentazione agli Stati Uniti. In Italia, è bene ricordarlo, i servizi segreti sono sotto la responsabilità del presidente del consiglio”. Folena è anche il primo firmatario del Disegno di legge “Istituzione di una commissione di inchiesta parlamentare sulle cause del conflitto in Iraq nell’anno 2003 e sulle responsabilità del governo italiano”. Il Disegno di legge chiede a Roma di fare quanto è stato fatto a Londra e Washington, capitali molti sensibili alle “bugie” (anche il governo spagnolo di Aznar aveva dovuto sottoporsi a una inchiesta parlamentare per il suo comportamento nel corso della guerra).
Marco Minniti, Ds, ex sottosegretario alla presidenza del consiglio dei governi D’Alema, il 13 luglio 2003, rilascia un’intervista a “l’Unità” che ha un titolo che anche oggi ha un significato preciso: “Soldati italiani a Baghdad solo con mandato Onu”. Il lead dell’intervista non tradisce la titolazione: “Il governo italiano s’impegni affinché sia l’Onu a gestire il dopoguerra in Iraq, solo con un mandato delle Nazioni Unite è accettabile un impegno dei nostri soldati e un coinvolgimento della Nato”. L’intervista di Minniti appare dopo il voto del Senato americano che autorizza il coinvolgimento di altri paesi e della Nato in Iraq, un pronunciamento che esplicita la situazione di stallo sul teatro di guerra iracheno.
Il 24 luglio 2003 il “Corriere della Sera” pubblica una notizia: “Missione italiana in Iraq, compromesso tra maggioranza e Ulivo”. L’occhiello spiega: “Per evitare l’ostruzionismo, il governo accetta di separare il voto su Baghdad dalle altre spedizioni militari”. Nell’articolo di Maurizio Caparra si segnala: “Per evitare una spaccatura con il correntone di Mussi, orientato al ‘no’ al posto dell’astensione preferita da Piero Fassino, è stato il capogruppo Luciano Violante a minacciare l’ostruzionismo se dal decreto legge sulle missioni non si fosse stralciata la parte sull’Iraq. La Margherita si è associata”. Lo stesso 24 luglio le opposizioni votano unite contro il rifinanziamento della missione italiana in Iraq.
25 luglio, sui giornali c’è quanto è accaduto il giorno prima alla Camera: 229 sì, 131 no e 8 astensioni sulla conversione in legge che finanzia e proroga la missione dei soldati italiani in Iraq. Scrive “l’Unità”: “Ulivo e Rifondazione hanno votato no, Sdi e Udeur si sono astenuti, la Casa delle libertà ha votato a favore. Il Polo ha la maggioranza ma l’opposizione ottiene il successo politico di aver separato questa da altre missioni sotto egida Onu”. “La Stampa” fa eco: “E’ saltato il voto bipartisan chiesto dalla maggioranza”. Intanto, i militari italiani impegnati in Iraq sono saliti a 2.698.
Un autorevole commento compare il 31 luglio su “Panorama”. Massimo D’Alema, appena tornato da Londra dove si è svolto un convegno internazionale promosso da Blair, intervistato da Paola Sacchi, dichiara: “Lo sforzo che ho fatto sia a Londra che a Roma è stato quello di delineare una piattaforma sulla quale possa esserci una convergenza anche tra le forze progressiste che si sono divise di fronte alla guerra”. In sintesi: rafforzamento della presenza Onu, autogoverno degli iracheni, auspicio di una Risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu per avviare la fine dell’occupazione militare degli Stati Uniti. [1. continua domani]
[Aldo Garzia]




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