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  1. #11
    Alessandra
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    In origine postato da auverno
    L’idea di Bossi non è stata quella di fondare un movimento indipendentista, ma quella di capire che i vari movimenti indipendentisti padani dovevano essere uniti sotto un’unica bandiera. Al di là delle zone calde dell’autonomismo etnico (Sud Tirolo, Valle d’Aosta, Friuli), anche il Veneto aveva una forte tradizione in questo senso, così come Lombardia e Piemonte (anche se MAB e MARP, comparsi negli anni '50 e ’60, si sfaldarono in poco tempo). L’intuizione di Bossi fu quella di una leadership forte, in grado di bloccare le spinte alla divisione interna che sembrano far parte del DNA dei movimenti autonomisti/indipendentisti. Bossi ha sempre usato la mannaia nei confronti dei dirigenti che alzavano troppo la cresta, qualcuno dice perché temeva di poter essere scalzato, anche se va detto che Gianfranco Miglio, ideologo della Lega fino al ’96 e nume ispiratore del presente forum, è sempre stato un accanito sostenitore della necessità di un leader forte e incontrastato per portare avanti efficacemente la battaglia contro lo stato centralista.
    Credo che questa premessa sia sufficiente per spiegare quello che qualcuno tenta di fare oggi. Essendo –momentaneamente- venuta meno la presenza del capo carismatico della Lega Nord, questi poveracci sperano di potersi creare uno spazio di nicchia, cadendo così nell’errore che ha portato all’annientamento delle autentiche spinte autonomiste precedenti alla nascita della Lega Nord.
    Bella analisi, però la prima frase la vorrei capire. L'indipendentismo era già alla base del tutto, oppure è stato il presupposto per l'ascesa di Bossi e della Lega in genere? Perchè a noi itagliani ( ), risulta la seconda ipotesi.

  2. #12
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    In origine postato da Alessandra
    Bella analisi, però la prima frase la vorrei capire. L'indipendentismo era già alla base del tutto, oppure è stato il presupposto per l'ascesa di Bossi e della Lega in genere? Perchè a noi itagliani ( ), risulta la seconda ipotesi.
    La differenza tra "base di tutto" e "presupposto" sinceramente mi sfugge, ma sai, noi Padani a volte abbiamo difficoltà con l’itagliano ( ). Se per “presupposto” intendevi quello che in Padania, in lingua franca, chiamiamo “pretesto” si entra nel campo delle ipotesi e quindi della sensibilità personale: per gli itagliani l’indipendentismo è sicuramente un pretesto; i padani si dividono invece in tre gruppi: padani-itagliani (fratelli che sbagliano), padani-poltronisti (che utilizzano le istanze indipendentiste per i fatti loro), e padani-padani che sono quelli che ci credono. Tra questi ultimi io ci metto Bossi, ma non tutta la dirigenza leghista.

  3. #13
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    Predefinito Re: Nuovi o lavati con Perlana?

    In origine postato da Alessandra
    Dopo la terribile malattia di Bossi e tutte le incertezze che comporta sia per la sua salute che per il futuro della Lega, ci sono voluti pochi giorni perchè pseudo_leaderini spammassero via e_mail con l'annuncio della nascita di nuovi movimenti, chiamiamoli così, non saprei come altrimenti definirli.

    Vedendo il tutto con assoluta imparzialità, questo fiorire mi sembra a prima vista un qualcosa di molto sciacallesco e di alquanto disgustoso tanto che, da sempre sostenitrice dell'esigenza di intendere la politica in primo luogo come libertà, mi sarebbe venuta la voglia di prendermi la libertà di rispondere a queste e_mail con un reply secco, conciso, ma alquanto efficace, ma poi, forse per pigrizia, un bel vaff non fu mai scritto.

    Stamani mi è giunta questa, che vi riporto:

    Si comunica la nascita di un nuovo Movimento Politico: LEGA UNITA
    Ringraziamo per la collaborazione,
    Nicola Giacopuzzi.
    Allegri Giuseppe.


    Con allegata la foto dei due, testa rasata, uno vestito in rigoroso nero, l'altro in rigoroso blu, con dietro la bandiera della stella alpina che, almeno a prima vista, pare il simbolo della Lega Unita. Non so postare le foto ma fidatevi se vi dico che questi due mi sembrano alquanto nazi, anche se l'apparenza può ingannare.

    Ora, detto questo, mi chiedo quale possa essere il motivo dominante di questi gruppi e gruppetti al loro esordio per poter sfondare ed accaparrarsi le simpatie dei leghisti doc e dei padani in genere.

    Credo che partiranno dalla critica all'attuale Lega forza di governo dicendo che coloro che vi fanno parte e che siedono in parlamento si siano eccessivamente romanizzati.

    Al di là di questo, non mi vengono in mente altri motivi, voi che ne pensate di tutte queste novità?

    Nuovi nuovi, o lavati con Perlana?
    _________________
    Esistono già diversi piccoli movimenti indipendentisti che in passato hanno avuto a che fare con la Lega oppure i loro adepti ne facevano parte.
    Le divisioni interne ci sono state e ci sono in tutti i movimenti politici, sia a destra che a sinistra: non occorre essere un genio per accorgersi.
    La Lega non ne va esente, anzi peggio perchè, essendo sovrapartitica, racchiude nel suo contenitore gente che può avere qualsiasi tendenza politica, collocabile più o meno a destra quanto a sinistra, ma anche tra i liberisti, i radicali ecc.

    Si è detto, forse non a torto, che la rinuncia alla secessione e lo schierarsi politicamente con il Polo abbia fatto perdere alla Lega molti consensi, riducento la percentuale al 3,9%.

    Può darsi (ma non ne ho notizia, tranne che la tua) che ora qualche testa calda, approfittando dell'incertezza sulla salute di Bossi, si metta a creare qualche nuovo movimentino, magari solo per paura di perdere la cadrega locale che serve alla sua personale mangiatoia: tutti i partiti hanno o hanno avuto di questi personaggi nelle amministrazioni locali (ne conosco più d'uno).

    Secondo me, non c'è di che preoccuparsi perchè, al contrario di ciò che spesso si crede, i padani non sono così sprovveduti da appoggiare il primo sconosciuto.
    Mi pare anzi che i padani, mai come in questo momento, inizino a capire la necessità di rimanere uniti nonostante i tanti campanili e le loro differenti connotazioni politiche.

    Insomma, sono convinto che una débacle della Lega alle prossime elezioni non piacerebbe a nessun padano (anche se in contrasto con l'attuale linea del movimento), ma non converrebbe neppure ai suoi nemici più accerrimi, i quali avrebbero assai più gatte da pelare se, in luogo dell'attuale Lega moderata e di governo, si trovassero a fronteggiare numerosi movimenti dalla forte aspirazione indipendentista, senza sapere dove si potrebbe andare a parare.

    Tutto questo te lo dice un secessionista convinto, che da oltre quattro anni sta aspramente criticando la Lega soprattutto per la sua rinuncia alle aspirazioni iniziali di federalismo autentico (che io considero tale solo se nella carta costituzionale federale esiste la possibilità di secedere democraticamente).
    In coerenza con quanto espresso, io, che mi sono astenuto dal voto alle scorse politiche, sto valutando l'opportunità di votare nuovamente Lega alle prossime elezioni di giugno.

  4. #14
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    In origine postato da Alessandra
    Bella analisi, però la prima frase la vorrei capire. L'indipendentismo era già alla base del tutto, oppure è stato il presupposto per l'ascesa di Bossi e della Lega in genere? Perchè a noi itagliani ( ), risulta la seconda ipotesi.
    __________________________
    Come accade in tutti i movimenti, gli ideali iniziali e comuni delle varie leghe hanno avuto un evoluzione più nella loro definizione strategica che nella sostanza. Poi nella Lega Nord (come federazione delle varie leghe), gli obiettivi, seppur con degli ondeggiamenti che tutti sappiamo, sono diventati più precisi ed espliciti.
    Credo che l'indipendentismo fosse già alla base di tutto.
    Ti posso dire che uno dei principali slogan della Liga veneta degli anni settanta era: "Paroni a casa nostra" .
    Si avvertiva con insofferenza la pesantezza dell'invasione meridionale e l'insopportabile burocrazia romana.
    Contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, la Liga veneta non è nata da gente rozza, ma è nata nella scuola, da professori che raccoglievano le istanze degli allievi che, a loro volta, riflettevano quelle più ampiamente popolari.
    Il primo parlamentare della Liga Veneta è stato infatti un prof.

  5. #15
    Alessandra
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    In origine postato da auverno
    La differenza tra "base di tutto" e "presupposto" sinceramente mi sfugge, ma sai, noi Padani a volte abbiamo difficoltà con l’itagliano ( ). Se per “presupposto” intendevi quello che in Padania, in lingua franca, chiamiamo “pretesto” si entra nel campo delle ipotesi e quindi della sensibilità personale: per gli itagliani l’indipendentismo è sicuramente un pretesto; i padani si dividono invece in tre gruppi: padani-itagliani (fratelli che sbagliano), padani-poltronisti (che utilizzano le istanze indipendentiste per i fatti loro), e padani-padani che sono quelli che ci credono. Tra questi ultimi io ci metto Bossi, ma non tutta la dirigenza leghista.
    Il fatto che anche prima della Lega vi fossero delle istanze autonomiste fortemente orientate verso l'indipendentismo credo sia sconosciuto ai più di noi itagliani avendo saputo il tutto, compresi i vostri problemi nonchè le vostre fisse (non ce lo neghiamo), soltanto attraverso l'epoca bossiana, quasi come se prima vi fosse stato il nulla. Mi ricordo molto bene la fase di Bossi, solo leghista in Parlamento, quando un certo Bruno Vespa si chiedeva alla televisione Bossi, ma chi è costui? con i politici *soliti noti* che ridacchiavano pensando ad un fenomeno passeggero oltre che da baraccone (non ci neghiamo neanche questo dato, e cioè che prima di avere una certa *autorità politica*, ne è passata di acqua sotto i ponti).

    Quindi, il punto è (ed è ciò che mi chiedo), se Bossi non ha creato, diciamo così, il pensiero indipendentista, ma ha soltanto unito le varie fazioni di allora dando alle stesse una certa omogeneità ed un certo contenuto unitario dal punto di vista ideologico, questi personaggi di adesso, come quelli della e_mail di cui sopra, sono quelli di allora prima della Lega quando tutto era frammentato, o sono soggetti politici assolutamente nuovi che quindi mirano (mi pare ovvio, se fossero nuovi), a sfruttare il nome Lega? (Vedasi la sigla, Lega Unita).

  6. #16
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    In origine postato da Alessandra
    Il fatto che anche prima della Lega vi fossero delle istanze autonomiste fortemente orientate verso l'indipendentismo credo sia sconosciuto ai più di noi itagliani avendo saputo il tutto, compresi i vostri problemi nonchè le vostre fisse (non ce lo neghiamo), soltanto attraverso l'epoca bossiana, quasi come se prima vi fosse stato il nulla. Mi ricordo molto bene la fase di Bossi, solo leghista in Parlamento, quando un certo Bruno Vespa si chiedeva alla televisione Bossi, ma chi è costui? con i politici *soliti noti* che ridacchiavano pensando ad un fenomeno passeggero oltre che da baraccone (non ci neghiamo neanche questo dato, e cioè che prima di avere una certa *autorità politica*, ne è passata di acqua sotto i ponti).

    Quindi, il punto è (ed è ciò che mi chiedo), se Bossi non ha creato, diciamo così, il pensiero indipendentista, ma ha soltanto unito le varie fazioni di allora dando alle stesse una certa omogeneità ed un certo contenuto unitario dal punto di vista ideologico, questi personaggi di adesso, come quelli della e_mail di cui sopra, sono quelli di allora prima della Lega quando tutto era frammentato, o sono soggetti politici assolutamente nuovi che quindi mirano (mi pare ovvio, se fossero nuovi), a sfruttare il nome Lega? (Vedasi la sigla, Lega Unita).
    Gli itagliani sconoscono molte cose, non per niente i politicanti itagliani, con masturbazioni mentali circa il folklore o l'assenza di una politica organica della Lega, hanno finito per sottovalutarne il fenomeno ed essere mandati a casa dalla gente (quella gente che, per dirla alla Bertoli, se proprio deve masturbarsi lo fa “per il gusto", e quindi apprezzava le fisse e le baracconate bossiane, che colpivano dritte il cuore. Non per niente la vistosa perdita dei consensi si è avuta con la Lega governativa).
    Venendo alla tua domanda ti dico che la “Lega Unita”, sempre che non sia un pesce d'aprile, è un’invenzione di questi giorni
    Il termine “Lega”, prima della Lega Nord, è stato utilizzato solo dalla “Liga Veneta” (la prima), "Lega Lombarda" e "Lega Emiliano-Romagnola", i cui nomi oggi fanno giuridicamente parte del patrimonio della Lega Nord. Le altre “Leghe”, compresa la “Lega Unita”, sono farlocche (giudizio personale, s’intende).
    Non concordo con la tua conclusione, penso infatti che sia possibile la nascita di un nuovo soggetto autenticamente autonomista o indipendentista, anche se oggi non vedo alcuno spazio al di fuori della Lega Nord, ma considererò sempre un volgare opportunista chiunque si presenti con un nome (“Lega qualcosa”) al solo scopo di confondere l’elettore.

  7. #17
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    Predefinito L'autonomismo veneto parte da lontano... almeno dal 1921

    Cara Ale, se non conosci la storia dell'autonomismo, e quindi delle varie leghe, è solo perchè i media di regime hanno sempre cercato di nascondere la verità. Internet, consente ora di svelare vicende che, giustamente, tutti dovrebbero sapere.
    Non conosco le persone che ti hanno mandato le mail, ma penso ti possa interessare quanto postato di seguito.
    ____________________________





    Storia dell'autonomismo veneto
    (dalle origini al 1989)


    La tensione tra la componente venetista e quella "pan-padanista" della Liga Veneta ha portato, come era prevedibile, ad una rottura che mette in evidenza le difficoltà di una linea politica priva di coerenza e credibilità



    di Ezio Toffano







    È indubbio che le moderne rivendicazioni autonomiste siano cominciate con la costituzione della Regione del Veneto. Tuttavia è errato supporre che dalla caduta della Serenissima (1797), o dalla importante benché per certi versi contraddittoria esperienza repubblicana di Daniele Manin (1848-49), nella Venezia Euganea il ricordo di numerosi secoli di autogoverno fosse nel frattempo andato perduto. Basterebbe rileggere gli atti del Parlamento italiano per averne una conferma.

    Ma i contingenti problemi di sopravvivenza, che causarono esodi di proporzioni bibliche soprattutto verso il nuovo continente, nonché l'iniziale veto all'impegno dei cattolici in politica, contribuirono ad impedire la nascita di una coscienza popolare autenticamente autonomista.

    Ciò nonostante, alcuni episodi meritano di essere ricordati, a cominciare dall'esperienza dell'avvocato on. Italico Corradino Cappellotto. Democratico cristiano, ex murriano, dirigente sindacalista cattolico di sinistra fin dall'anteguerra, parlamentare uscente del Partito Popolare, alle elezioni politiche generali del 15 maggio 1921 presentò a Venezia e Treviso una lista autonoma, denominata nientemeno che "Leone di San Marco"! Non riuscì a farsi rieleggere, ma il suo movimento ottenne un sorprendente 6,1% in provincia di Treviso, raggiungendo punte del 20% in quelle realtà rurali che, sessant'anni dopo, contribuirono in maniera determinante a decretare il successo della Liga Veneta. La lista di Cappellotto non si ripresentò nel 1924: le cause andrebbero analizzate, ma in primo luogo va evidenziato come, per i meccanismi della legge elettorale maggioritaria, fosse vitale evitare la frammentazione. La vittoria del Blocco Nazionale Fascista, grazie alla legge Acerbo limitò tutte le libertà politiche ed associative, impedendo quindi anche la maturazione delle idee portate avanti dall'avv. Cappellotto, sicuramente lontane mille miglia dai miti della romanità imposti durante il ventennio.

    Crollato il regime, le forze antifasciste, che comunque ricorsero al linguaggio patriottico formatosi nel ricordo della guerra precedente, non brillarono per lungimiranza: certo l'Italia era da ricostruire, ma sul mito dell'indivisibilità e dell'unità ad ogni costo l'intransigenza restava massima. Chissà se durante la resistenza vi furono istanze federaliste, e quali dimensioni ebbero nel Veneto. Certo è che nella primavera del 1945 venne stampato un volantino dall'associazione "San Marco per forza", nel quale si sostenevano posizioni ispirate ai princìpi del federalismo.

    I costituenti, nonostante l'insensibilità alle tematiche federaliste, inserirono nell'ordinamento statuale il decentramento amministrativo, con una serie apparentemente consistente di deleghe per l'ente regionale. La mancata applicazione degli artt.114 e seguenti della Costituzione fu alla base delle prime istanze autonomistiche della seconda metà del secolo. Ma quel Movimento Autonomo Regionalista Veneto sorto agli inizi degli anni sessanta al fine di perorarne la causa, all'epoca delle prime elezioni regionali del 1970 già si dissolse.





    Dal prelighismo culturale alle prime elezioni europee a suffragio diretto

    Il 22 maggio 1971 il parlamento romano approvò lo Statuto della Regione Veneto: dopo 122 anni venne concessa una parvenza di sovranità a questo popolo, nel frattempo sottoposto ad una pesante diaspora e diviso tra due stati, per di più appartenenti a blocchi economico-politici contrapposti. Cavour, Farini e Minghetti, estensori nel lontano 1861 di una proposta di legge per "l'autonomia amministrativa con qualche facoltà legislativa delle singole regioni", avrebbero espresso una moderata soddisfazione, se non fossero morti da circa un secolo, e se la sottrazione di comuni e provincie alla tutela prefettizia da loro raccomandata non fosse mai stata accolta.

    L'art. 2 della legge 340/71 riconosce, testualmente, il diritto all'"autogoverno del popolo veneto". Tra gli statuti di tutte le regioni, comprese quelle a statuto speciale, il concetto di "popolo" è ripreso unicamente nel Veneto: lungimiranza degli amministratori locali eletti nel 1970, o supponenza del legislatore romano, per il quale il termine "popolo", indicante una collettività etnicamente omogenea, è inteso nell'accezione più spregiativa di "sudditi identificati nella classe sociale meno privilegiata" ? Forse un po' l'uno e un po' l'altro: fatto sta che il popolo veneto è da allora riconosciuto per legge dallo stato italiano.

    Purtroppo, fin dagli esordi il Consiglio regionale frustrò le aspettative, dimostrandosi essere quello che non ci si augurava: un parlamento in miniatura, che riproduceva tutti i difetti di quello romano, gestito da partiti che applicavano esclusivamente i disegni politici decisi nell'Urbe.

    In questo contesto deludente fiorirono alcune associazioni culturali, che si distinsero per le loro provocatorie attività. Tra esse, va menzionata in primis la Società Filologica Veneta, micro associazione veneziana dalla chiara impronta di sinistra fondata da Maurizio Calligaro e Rosaria Stellin, alla quale aderì un giovane che al congresso radicale regionale del 1977 stava distribuendo volantini con fare quasi profetico. Si trattava di un veneziano con precedenti esperienze politiche variegate e multiformi: Franco Rocchetta..

    Un gruppo di aderenti alla S.F.V. uscì dall'ombra il 4 febbraio 1978, con un articolo sul "Corriere della Sera", commentando il testo del volantino diffuso nelle settimane precedenti in tutto il Veneto. "La difesa di una lingua locale, in questo caso quella veneta", vi si poteva leggere, "non è soltanto un'operazione culturale, ma una vera e propria operazione politica". Il volantino in oggetto, firmato "genitori ed insegnanti di lingua e cultura veneta", indicava come recapito il Gruppo Archeologico del Montello, capitanato da Tarcisio Zanchetta di Treviso. Iniziò così un dibattito, ripreso da molti organi d'informazione, in particolare emittenti radiofoniche locali, sull'opportunità di introdurre l'insegnamento del veneto nelle scuole.

    Nella primavera del 1978 cominciarono a circolare anche i primi volantini in lingua, in verità redatti in un veneto alquanto arcaico, ed i primi autoadesivi con il motto "Mi a so veneto. E ti?".

    Il 18 giugno 1978, in concomitanza con le manifestazioni per il quinto secolo dalla nascita del Giorgione, la Società Filologica Veneta organizzò una manifestazione nel duomo di Castelfranco (TV), città natale del grande pittore, con la deposizione di una bandiera marciana sull'altar maggiore e la lettura di una poesia in veneto.

    Nel novembre 1978, presso l'Istituto Linguistico "Bertrand Russell" di Padova, i fratelli Michel e Albert Gardin (quest'ultimo fu uno dei primi obiettori di coscienza al servizio militare, cosa che gli costò il carcere) istituirono il primo corso di lingua e cultura veneta. Intervennero, tra gli altri, Chiara Zambon, Otello Seno e Franco Rocchetta, aderenti alla Società Filologica Veneta o all'Associazione Archeologica Altinum, presieduta dall'ingegnere mestrino Francesco Pescarollo. Il corso terminò sei mesi dopo; le posizioni estremiste di alcuni partecipanti provocarono l'allontanamento di un gruppo di insegnanti e la dissociazione della Società Filologica Veneta da ogni ulteriore impegno e attività. In ogni caso, l'esperienza maturò nei corsisti la consapevolezza che formulare nuove proposte politiche per il Veneto era indifferibile.

    Nel 1979 Franco Rocchetta, le cui lettere ai quotidiani venivano di tanto in tanto pubblicate, tentò di organizzare autonomamente a Venezia e Campodarsego (PD) lezioni di lingua e storia veneta, senza alcun esito.

    Dal 23 al 25 marzo, su invito dell'Union Valdôtaine, Michel Gardin, Lucia Contato, Rosaria Stellin e Rocchetta parteciparono al congresso di Saint Vincent. In quell'occasione il movimento autonomista valdostano propose l'apertura delle proprie liste ai rappresentanti dei raggruppamenti etnici ed autonomisti di tutta Italia, in vista delle prime consultazione europee a suffragio universale diretto. La proposta si concretizzò nella candidatura dell'insegnante padovano Achille Tramarin, laureato con una tesi sulla lingua rumena, ed una campagna elettorale limitata all'affissione di alcuni manifesti scritti a mano.

    Gli oltre 8000 voti raccolti dalla lista nel Veneto posero le basi per un interessante e coinvolgente ragionamento politico.




    Nasce la Liga Veneta e il leone alato irrompe in parlamento

    Nell'autunno del 1979, si tennero numerose riunioni del gruppo coinvolto nell'esperienza elettorale europea, a S. Giustina in Colle (PD), Vicenza, Valdagno (VI) e Padova, con l'intento di discutere simbolo e statuto della "Lega Veneta" (desunto da quelli dell'Union Valdôtaine e del Partito Radicale). Sporadicamente, continuarono ad essere affissi manifesti scritti a mano.

    Il 7 dicembre, mentre cominciarono ad apparire sui cavalcavia le prime scritte "Veneto libero" e "il Veneto ai Veneti", venne rilasciata a "Il Resto del Carlino" un'intervista sulla Lega, movimento politico "per battere il nuovo colonialismo italiano" di cui veniva annunciata la prossima costituzione. Contemporaneamente, videro la luce i primi manifesti a stampa.

    Il 9 dicembre a Recoaro Terme (VI) si tenne la prima riunione pubblica della "Liga Veneta", denominata "congresso". Assente Franco Rocchetta, tra il centinaio di partecipanti molti espressero vivacemente uno sfegatato antimeridionalismo. In quell'occasione, venne presa la decisione di costituire legalmente il movimento.

    Il 16 gennaio 1980, nello studio del notaio padovano Giovanni Battista Todeschini, venne ufficialmente fondata la Liga Veneta. Soci fondatori furono: Michel Gardin di S.Giustina in Colle (PD), Luigi Ghizzo di Farra di Soligo (TV), Bruno da Pian di Venezia, Patrizio Caloi di Erbè (VR), Paolo Bergami di Padova, Giuseppe Faggion di Quinto (VI), Marilena Marin di Conegliano (TV), Agostino Alba di Vicenza, Giannico Faggion di Quinto (VI), Rino Basaldella di Venezia, Valerio Costenaro di Marostica (VI), Luigi Fabris di Conegliano (TV), Guido Marson di Gorgo al Monticano (TV) e Achille Tramarin di Padova. La versione finale dello statuto venne materialmente stesa da Tramarin, mentre Gardin ne disegnò il simbolo. Franco Rocchetta preferì non essere della partita: "ero io il padre della Liga, non volevo mischiarmi abbassandomi al livello degli altri", disse con supponenza in seguito, affermando di aver parlato per la prima volta di Liga a Danzica nell'agosto del 1968! In realtà, pare che non potesse firmare l'atto costitutivo in quanto incompatibile con gli incarichi in essere con la Società Filologica Veneta.

    Il 27 gennaio, in ogni caso, la prima riunione dei soci fondatori della Liga Veneta, oltre a distribuire le cariche sociali, provvide a cooptare alcuni aderenti, tra cui lo stesso Rocchetta; non passarono neanche due mesi che il futuro sottosegretario agli esteri smentì la sua appartenenza alla L.V., dando inizio a quella personalissima interpretazione dell'attivismo politico che lo accompagnò fino a tutti gli anni novanta.

    Nel contempo, cominciò il secondo ciclo di lezioni di lingua veneta presso l'Istituto Russell di Padova (con risultati modesti, se paragonati a quello dell'anno precedente), e l'Università di Padova istituì ufficialmente un corso di Dialettologia Veneta.

    L'iniziativa fu presa dal prof. Manlio Cortelazzo, dell'Istituto di Glottologia e Fonetica, che inviò un proprio assistente al secondo incontro pubblico della Liga Veneta, tenutosi a Feltre il 9 marzo 1980. Tuttavia, il docente universitario rifiutò ogni coinvolgimento nelle vicende del movimento venetista.

    Il 1980, però, fu anche anno di elezioni amministrative. La macchina della L.V. difettava di sufficiente organizzazione, e la raccolta di firme necessaria per la presentazione alle consultazioni regionali ottenne esito positivo solamente a Padova e Vicenza. L'8 giugno la Liga raccolse circa 12000 voti, poco più dello 0,5%, ma a Valdagno (VI) riuscì ad eleggere il suo primo consigliere comunale: l'architetto Claudio Pizzati. Venne espulso poco dopo, dando avvio a quella tradizione di epurazioni religiosamente applicata da tutti i soggetti autonomisti nati negli anni ottanta. Se ne andò in fretta anche un socio fondatore: Valerio Costenaro, per dare vita al movimento culturale "Dexmisio", uno dei cui pochi gesti degni di nota in quindici anni fu l'esposizione di uno striscione inneggiante alla libertà del popolo veneto, in occasione della visita del Papa a Vicenza nel 1991.

    Passate le elezioni, per quasi tre anni la Liga Veneta tornò nell'oblio, se si eccettuano alcuni sporadici interventi sui giornali (Rocchetta suoleva firmarsi con pseudonimi, quali Nico Orso, Piero da Ruos e Dhoane Nogara). Continuarono con regolarità, invece, i corsi di dialettologia veneta del prof. Cortelazzo, che contribuirono a dare un valido supporto al dibattito in atto nella L.V., ma furono anche l'occasione per meglio definire la personalità di Franco Rocchetta: al quarto corso pretese di spacciare per neologismi veneti strani termini da lui inventati quali "xbregacaigo" (fendinebbia), "s-ciantixadori" (lampeggiatori), "furbiviri" (tergicristallo), ed il mitico "tiravoxe" (microfono) ripresi senza pudore alcuni anni dopo dal giornale della Liga. Ovviamente, il prof. Cortelazzo da quel momento evitò di intrattenere rapporti con Rocchetta.

    L'attività della Liga Veneta riprese con vigore in concomitanza con le elezioni politiche del 1983. Da poco avevano cominciato ad apparire sui cavalcavia le scritte "Roma ladrona" e "Forza Etna", la cui paternità venne frettolosamente attribuita allo sciovinismo lighista, allo scopo di deviare l'attenzione dell'opinione pubblica dalle tematiche autonomiste e federaliste. Un lampante esempio di questa controinformazione di regime fu l'attribuzione di significati razzisti allo slogan "Fora i mafhioxi dal Veneto", teso a denunciare l'abbietta pratica del soggiorno obbligato.

    La tentata demonizzazione della Liga Veneta, in realtà, si rivelò un boomerang. Vennero raccolte senza patemi le firme necessarie per presentare le liste del Senato in tutto il Veneto, mentre per la Camera dei deputati il "Leone" giocò anche fuori casa (in quanto la circoscrizione di Belluno all'epoca comprendeva Pordenone e Udine) e con una campagna elettorale costata in tutto circa otto milioni, senza accesso alle reti televisive e radiofoniche nazionali, la L.V. ottenne un inaspettato successo.

    I 125.347 voti per la Camera (4,3% dei consensi veneti) consentirono al Segretario Achille Tramarin di occupare uno scranno a Montecitorio nella nona legislatura, mentre il commerciante solighese Graziano Girardi, in forza dei 91.122 voti conquistati al Senato, venne catapultato dai banconi nei mercati paesani a Palazzo Madama.

    Nella fascia pedemontana non furono pochi i Comuni nei quali la Liga Veneta divenne improvvisamente seconda forza politica, pur con candidati sconosciuti, alle spalle di quella Democrazia Cristiana dalla quale attinse gran parte dei consensi; in diversi centri industriali-artigianali di medie dimensioni si collocò al terzo-quarto posto. Nelle medesime consultazioni del 26-27 giugno 1983, la "Lista per Trieste" candidò a Varese Umberto Bossi, il quale ottenne 157 preferenze.

    Tutta la stampa italiana si occupò del successo ottenuto dalla Liga Veneta, interpretandolo sbrigativamente come un segno di intolleranza, sottocultura e provincialismo, strumentalizzato da uno pseudo-movimento politico. Analizzarono gli eventi anche l'agenzia di stampa sovietica Tass e Radio Mosca, curiosamente allineate al parlamentare neofascista Olindo Del Donno nell'accusare la L.V. delle più terribili nefandezze.

    Pochi furono i commentatori illuminati che intravidero l'embrione di un radicale cambiamento nella società veneta, che con la L.V. poté finalmente trovare una valvola di sfogo. Tra questi Goffredo Parise, che reputò il risultato elettorale un fenomeno istintivo di autodifesa politica e territoriale, e l'allora direttore de "Il Gazzettino" Gustavo Selva, secondo il quale la Liga aveva il torto di dare voce sbagliata a problemi giusti.

    L'euforia per la vittoria, tuttavia, nascondeva impreparazione politica, carenze organizzative e pericolosi personalismi; il patrimonio della Liga Veneta, in termini di consenso, soldi (il finanziamento pubblico divenne una realtà), presenza istituzionale (un simbolo disponibile per le successive consultazioni) era un capitale che andava regolamentato con circospezione e per tempo.





    Baruffe chiozzotte: come dilapidare un patrimonio politico-culturale

    Una settimana dopo le elezioni, domenica 1° luglio, la Liga Veneta al gran completo si ritrovò a festeggiare la vittoria in una pizzeria di Castelfranco (TV). Erano ovviamente presenti i due parlamentari: il deputato Achille Tramarin, la cui elezione fu il coronamento di un'attività culturale-politica lunga oltre un lustro, ed il senatore Graziano Girardi, avvicinatosi alla L.V. pochi giorni prima della presentazione delle liste, e candidato nel collegio uninominale della pedemontana trevigiana per carenza di attivisti disponibili. Si aggirava con fare inquieto anche Franco Rocchetta: nella circoscrizione Venezia-Treviso aveva conseguito il maggior numero di preferenze, e con una percentuale nel voto di lista superiore rispetto al raggruppamento del Veneto occidentale, dove però era scattato il quorum per effetto del più alto numero complessivo di voti. Nel bel mezzo della serata, sputò addosso a Tramarin il rancore covato per una settimana: "La Liga è mia, è una creatura mia, a Roma go da andarghe mi", intimandogli di dimettersi subito, anche perché la carica di Segretario era incompatibile con l'ufficio di deputato. Questa, almeno, è la ricostruzione dei fatti che fornisce G.A.Stella in "Dio Po". La risposta non è riproducibile in questo contesto, ma si può immaginare. Va ricordato che Rocchetta non era neppure il primo dei non eletti: se pure Tramarin avesse ceduto alla sua richiesta, doveva far fuori anche Ettore Beggiato.

    Il deputato convocò affrettatamente un congresso per il 9 ottobre all'Hotel "Plaza" di Padova, facendosi riconfermare segretario e modificando le incompatibilità statutarie. La risposta dell'altra fazione non si fece attendere: il 12 novembre venne convocato il primo congresso straordinario della Liga Veneta, seguito da un consesso ordinario il 27 novembre, entrambi nel Salone dei Trecento a Treviso. Supportato dai suoi simpatizzanti, Rocchetta decretò l'espulsione del deputato (nel frattempo resosi disponibile alle dimissioni, purché, per motivi di serietà, non immediate) e degli altri lighisti di non provata fiducia, fece eleggere Marilena Marin segretaria, e decise di ricorrere in pretura per ottenere la potestà sulla Liga Veneta.

    La successiva vertenza giudiziaria, con pronunciamenti della magistratura favorevoli ora all'uno, ora all'altro schieramento, si protrasse per anni, decretando alfine che un raggruppamento politico può concorrere democraticamente alla vita del paese, senza per questo essere organizzato in modo democratico al suo interno (sic!); sul piano formale, forse, Rocchetta aveva anche la legge dalla sua parte.

    Graziano Girardi nell'autunno 1983 se la cavò: per sua fortuna Rocchetta all'epoca della presentazione delle liste non era ancora quarantenne, e pertanto non aveva potuto essere candidato al Senato. La resa dei conti per il parlamentare arrivò quando venne erogato il finanziamento pubblico ai partiti che per effetto della causa pendente manco la magistratura seppe a chi assegnare.

    Come prevedibile, la spaccatura del movimento, e la messa a nudo dei limiti del personale politico che ne incarnava le due anime, ingenerò una profonda delusione in quelli che appoggiavano disinteressatamente le proposte politiche della Liga Veneta, minando in modo quasi irreversibile le potenzialità dell'ideale autonomista veneto.

    Gli eccessi della divisione apparirono in tutta la loro perniciosità in occasione delle elezioni europee del 1984. L'on. Achille Tramarin era pronto per depositare il simbolo al Ministero degli Interni, così come Franco Rocchetta. Quest'ultimo vinse la partita, ma non per effetto di una sentenza della magistratura: nel bel mezzo della notte il deputato venne aggredito e posto fuori combattimento davanti ai cancelli del Viminale dai fedelissimi di Rocchetta (tra cui Umberto Bossi). Pur riconoscendogli l'attenuante della buona fede, ancora oggi non si capisce come mai, in una situazione così delicata, l'on. Tramarin non avesse chiesto una particolare tutela da parte delle forze dell'ordine, o quantomeno di alcune guardie giurate.

    Alle elezioni del 17 giugno la Liga Veneta di Rocchetta si presentò in tutte e cinque le circoscrizioni, forte dell'accordo siglato con Lega Autonomista Lombarda, Movimento d'Arnassita Piemonteisa, Partito Federalista Europeo e Partito Popolare Trentino Tirolese, ottenendo complessivamente 160.955 voti. Rocchetta mancò la conquista dell'agognato scranno a Strasburgo, essenzialmente a causa della forte flessione patita nel Veneto (circa 20000 voti in meno).

    La speranza di avere un rappresentante al parlamento europeo, per gli osservatori più accorti, era già caduta nelle elezioni amministrative di medio termine, allorquando la Liga Veneta riuscì a presentarsi solo in un ristretto numero di comuni, senza oltretutto esprimere alcun consigliere. Questo fu un chiaro messaggio di debolezza: nel momento in cui la consultazione da politica scendeva al livello amministrativo, per vincere e rappresentare compiutamente le istanze dei cittadini era necessario essere radicati nel territorio. Evidentemente, ad un anno di distanza dalla vittoria che aveva portato il Leone di San Marco nel parlamento romano, poco o nulla venne fatto in questo senso, impegnati come si era in baruffe chioggiotte di bassa lega.

    C'era un anno di tempo per preparare il terreno alle amministrative del 1985, e capendo che non si poteva continuare soltanto a lanciare strali sui traditori, un minimo di struttura la Liga Veneta di Rocchetta cominciò a crearla. Il destino dell'altra fazione era invece segnato: impegnato a Roma, ed esautorato del simbolo anche da una ordinanza provvisoria della magistratura, nonché scarsamente carismatico, Achille Tramarin non si risollevò più.

    Alle elezioni regionali del 12-13 maggio 1985 la Liga Veneta conquistò il 3,7%, molto meno delle politiche del 1983, meno anche delle europee del 1984, ma ottenne comunque due rappresentanti nel parlamento regionale: Ettore Beggiato e, finalmente, Franco Rocchetta. Tramarin riuscì a raccogliere le firme per presentare una lista antagonista che non ebbe alcun eletto, la Serenissima Union Veneta, solamente nel collegio provinciale di Padova: qui, le percentuali ottenute dai due schieramenti quasi si equivalsero.

    Nei comuni e nelle provincie la Liga Veneta, titolare del simbolo e quindi esentata dal raccogliere firme, mieté poco rispetto alle aspettative: 7 consiglieri provinciali ed una quarantina di consiglieri comunali, tra cui Rocchetta a Venezia. Lo scarsa penetrazione nel territorio portò a stravaganze quali un trevigiano nel consiglio provinciale di Belluno (Franco Licini, dodici anni dopo coinvolto nella vicenda dei "serenissimi"), ed un bellunese nel consiglio provinciale di Treviso (Fabio Calzavara, attuale parlamentare della Lega Nord), nonché consiglieri comunali non residenti laddove si ritrovarono ad amministrare. Il tutto suonava decisamente stonato, per un movimento che predicava di "tornare padroni in casa propria".

    Sulla base dell'accordo siglato l'anno prima, che prevedeva anche un prestito di alcune decine di milioni, Lega Lombarda e Movimento d'Arnassita Piemonteisa poterono fare la prima comparsa con il proprio simbolo, senza ottenere tuttavia risultati apprezzabili. Il patto stipulato con l'Alleanza Italiana Pensionati comportò, invece, l'elezione sotto le ali del leone marciano di un consigliere regionale nel Lazio: il settantenne Giulio Cesare Graziani di Affile, storica roccaforte del Movimento Sociale Italiano. Alla Liga tale bizzarra convenzione fruttò un bel po' di soldi sotto forma di rimborso elettorale.

    Nonostante l'assenza di una scuola quadri, e l'approccio approssimativo alle elezioni, l'impegno di una frazione abbastanza consistente degli amministratori fece sì che l'esperienza negli enti locali non si rivelasse ovunque quel gioco al massacro che alcune cassandre profetizzarono.





    L'esigenza di una struttura organizzata, necessaria a far presa sui cittadini e per avviare le nuove leve all'attività politica autonomista, cominciò a farsi sentire. Ma Rocchetta non volle saperne di creare un organismo snello, democratico e non verticistico. Il capogruppo regionale insistette nel mantenere in vigore l'art.26 dello statuto, che recitava "Fino al completamento dell'organizzazione della Liga Veneta, questa è retta con pieni poteri, nei limiti dello spirito e delle finalità del presente Statuto, dai soci fondatori". Il senso di questo articolo, peraltro transitorio, venne completamente stravolto da Rocchetta, il quale cooptò di quando in quando qualche fedelissimo, al fine di mantenere il potere assoluto sul movimento.

    Apertura di sezioni, organizzazione in proprio di incontri pubblici o convegni, stampa di volantini o pubblicazioni, redistribuzione in periferia di parte delle risorse disponibili grazie al finanziamento pubblico, superamento del sistema di tesseramento a più livelli, democratizzazione del movimento: furono tutte richieste che provocarono l'ostracismo del leader maximo, il quale, temendo di perdere il controllo della Liga Veneta, preferì farla languire nell'inedia: in fin dei conti, col sistema elettorale in vigore bastava mantenere l'1,2-1,3% per confermare un posto da consigliere regionale (sic!).

    Le uniche attività che videro la luce nei due anni successivi furono la pubblicazione di "Mondo Veneto", organo ufficiale della Liga Veneta (sul quale trovò spazio, oltre ai ridicoli neologismi di Rocchetta già citati, anche un surreale elogio della pizza veneta), la distribuzione al pubblico di piante autoctone nel corso di fiere et similia, l'invio gratuito della copia di una stampa seicentesca del "Dominio Veneto nell'Italia", la piantumazione dell'"albero dell'amicizia armeno-veneta" nell'isola di San Lazzaro e poco altro.

    Non tutti gli aderenti alla Liga Veneta erano disposti a veder deperire in questo modo il partito. Per iniziativa del consigliere provinciale vicentino Luigino Chemello (attualmente riconfermato in tale ruolo per conto del Movimento del Nord-Est), che interpretò il pensiero di un consistente numero di affiliati, tutti gli iscritti al movimento vennero pubblicamente convocati per un congresso, con all'ordine del giorno le modifiche statutarie necessarie a conferire democraticità ed incisività all'azione politica del movimento, che non poteva continuare ad essere gestito dai pochi soci fondatori rimasti.

    La reazione di Rocchetta non si fece attendere: espulsione immediata di Chemello e di quanti, dirigenti ed attivisti, ebbero il torto di non uniformarsi costantemente alla linea del Presidente. l 1° marzo 1987 venne imbastito anche un processo-farsa al consigliere regionale Ettore Beggiato, reo di aver partecipato il all'assemblea autoconvocata, ed aver dimostrato qualche simpatia per il gruppo di Chemello: com'era immaginabile, venne espulso.

    Grazie a queste lungimiranti decisioni, la Liga Veneta si presentò all'appuntamento con le elezioni politiche del 1987 decimata, ed impropriamente alleata con il gruppo "Pensionati Uniti" dell'ex-parlamentare missino Stefano Menicacci (che qualche anno dopo si ritrovò coinvolto suo malgrado nelle vicende relative al sequestro dell'arzignanese Carlo Celadon). Nelle tre circoscrizioni del Veneto venne imposta quale capolista Marilena Marin, moglie di Rocchetta dall'anno precedente. Nel resto d'Italia ebbe mano libera Menicacci, e la presentazione delle liste in Lombardia provocò la collera di Umberto Bossi, che evidentemente riteneva la L.V. un alleato affidabile.

    La lista ottenne 298.000 voti alla Camera, e 297.000 al Senato, ed ancora alla sera del 15 giugno 1987 la Doxa attribuì 6 o 7 deputati al raggruppamento. Forse pochi ricorderanno questa previsione, inficiata dalla poco accurata scelta del campione rispetto al quale attribuire il pronostico.

    Nella circoscrizione del Veneto occidentale, infatti, si presentò il Movimento Veneto Regione Autonoma, capitanato dai fratelli Geppino e Umberto Vecchiato di Borgoricco (PD), nato da una delle tante defezioni lighiste. Con il supporto di molti tra coloro che erano stati allontanati dalla Liga Veneta, l'M.V.R.A. (che scomparve dalla scena fino alle elezioni successive) ottenne circa 19000 voti, alcuni dei quali oggettivamente per effetto della confusione che il simbolo ingenerò. Pochi per sperare in un seggio parlamentare, sufficienti per far mancare di sole 1.500 unità il quorum alla L.V.: niente quorum, niente ripartizione nel seggio unico nazionale. Risultato: pur con quasi 300.000 voti, la Liga Veneta perse la sua rappresentanza parlamentare.





    L'agonia dell'autonomismo veneto

    All'indomani delle elezioni politiche del 14-15 giugno 1987 un Rocchetta furioso denunciò brogli elettorali: "nella circoscrizione Vicenza-Verona-Padova-Rovigo il numero di schede nulle è doppio rispetto alla media nazionale". Chiese di ripetere lo scrutinio, ma non se ne fece nulla.

    Buon per lui che la Lega Lombarda riuscì, pur con il disturbo della Liga Veneta-Pensionati Uniti, ad eleggere il deputato Giuseppe Leoni ed il senatore Umberto Bossi: almeno gli alleati lombardi acquisirono la titolarità di un simbolo, indispensabile ad evitare di raccogliere firme per partecipare alle successive consultazioni. Ma i rapporti di forza cambiarono, in favore del Senatùr, il quale rimase comunque fedele alla Liga Veneta: riconoscenza per il prestito di una cinquantina di milioni ottenuto alcuni anni prima, o consapevolezza di aver messo Rocchetta in ginocchio?

    L'atteggiamento di Rocchetta e della moglie (sempre più la Liga Veneta stava diventando proprietà privata dei due coniugi) verso la base, nonostante la pesante sconfitta che avrebbe dovuto consigliare loro le dimissioni da presidente e segretario, non mutò: le richieste di cambiamento di rotta vennero evase con la defenestrazione dei proponenti (così fu per alcuni membri del "senado").

    Si faceva strada, ormai, l'idea di costituire un nuovo gruppo autonomista, ed il 23 novembre 1987 venne fondata l'Union del Popolo Veneto, con coordinatore il consigliere regionale Ettore Beggiato. Diversi ex-attivisti della Liga Veneta vi aderirono, in particolare dalla provincia di Vicenza. Il primo congresso dell'U.P.V. si tenne a Ponte San Nicolò (PD) nel febbraio 1988, con l'approvazione di uno statuto ampiamente democratico e l'elezione degli organi dirigenti. Segretario venne eletto il consigliere provinciale veronese Gianni Butturini, presidente lo stesso Beggiato. Aderirono all'U.P.V. anche Achille Tramarin, che ne divenne pure consigliere federale, Graziano Girardi, il cui sostegno si limitò al pagamento della tessera, e alcuni tra i fondatori del M.V.R.A..

    Una delle prime decisioni assunte dal Consiglio Federale dell'U.P.V. fu quella di dare alle stampe l'organo ufficiale del movimento "Veneto Novo", giornale di livello decisamente superiore al "Mondo Veneto" lighista.

    Il primo appuntamento elettorale del 1988 venne con le elezioni comunali di Belluno. L'Union del Popolo Veneto si impose, per motivi di visibilità, di partecipare alla consultazione, pur non avendo alcun aderente in città. Com'era facile prevedere, l'affrettata mossa si tradusse in un fiasco: mentre la Liga Veneta elesse Doriano Cadorin, l'U.P.V. non andò oltre lo 0,6 %. Negli stessi giorni (29- 30 maggio 1988) la Lega Lombarda conseguì l'elezione di 2 consiglieri provinciali a Pavia e 44 consiglieri comunali.

    Ciò nonostante, la Liga Veneta si ridusse a poche decine di iscritti (come riportato nel bilancio redatto dal tesoriere Carletto Baccioli, estensore di una relazione che distribuì generosamente epiteti quali "traditore", "giuda iscariota", "gaglioffo", "ignavo" e così via), e praticamente scomparve dalle cronache e dalle piazze, con l'eccezione di Treviso. Qui, l'attivissimo futuro deputato Mauro Michielon entrò, primo assessore comunale autonomista della Liga, in una giunta multicolore appoggiata esternamente anche dall'Union del Popolo Veneto. Franco Rocchetta cercò di non essere da meno, ma le febbrili trattative tese ad assicurargli l'assessorato alla storia e cultura veneta in quel di Venezia alla fine fallirono.

    Inesorabile continuò il travaso di attivisti ed amministratori verso l'U.P.V., che con impegno e dedizione cercò di mantenere accesa la fiaccola dell'autonomismo mediante volantinaggi, organizzazione di incontri pubblici, affissione di manifesti, diffusione del vessillo marciano. Ne è una dimostrazione il fatto che Ettore Beggiato riuscì a far approvare dal Consiglio regionale una mozione sull'esposizione della bandiera veneta, senza ottenere sostegno da parte del consigliere lighista Rocchetta.

    Tra gli atti parlamentari regionali depositati dall'U.P.V, va segnalata la proposta di modifica dell'art. 117 della Costituzione, nonché il progetto per l'istituzione del Senato delle Regioni. Il 20 luglio 1988 Ettore Beggiato presentò il disegno di legge per la costituzione della Regione Veneto a Statuto Speciale. Oggi la proposta verrebbe giudicata anacronistica, ma all'epoca fu il primo progetto mai elaborato in direzione della sovranità veneta. L'attività qualificante dell'U.P.V. divenne quella di battere costantemente le piazze del Veneto onde raccogliere adesioni al progetto di legge per lo Statuto Speciale, anticipando di quasi un decennio l'esperienza dei gazebo leghisti. Nel giro di un paio d'anni, circa 50000 cittadini veneti la sottoscrissero.

    Nel 1989 due furono gli appuntamenti elettorali. Alle elezioni comunali di medio termine del 28 maggio 1989 Liga Veneta ed Union del Popolo Veneto si scontrarono a Feltre (BL); entrambe presentarono candidati locali, ma nessuno dei due schieramenti entrò in municipio: la L.V. si assestò sul 2,9%, l'U.P.V. raggiunse il 2,4%.

    La settimana successiva fu la volta delle elezioni europee. La Liga Veneta confluì nell'Alleanza Nord, nata a Bergamo poco prima, mentre l'Union del Popolo Veneto aderì al cartello "Federalismo" assieme a Union Valdôtaine, Partito Sardo d'Azione, Slovenska Skupnost, Union Für Süd-Tirol, Union Furlane, Movimento Autonomista Occitano e Movimento Meridionale. L'impossibilità di raccogliere le 35.000 firme indispensabili per chi non sia rappresentato in parlamento provocò la scomparsa del leone marciano dalle schede elettorali.

    Il 18 giugno 1989 l'autonomismo veneto raggiunse il più basso livello di consensi. Alleanza Nord, nella cui lista figuravano ai primi tre posti Franco Rocchetta, la moglie Marilena Marin ed il suo parente Rodolfo Herbst, non andò oltre l'1,7% nel Veneto, mentre "Federalismo" agguantò un misero 0,3%, più o meno quanto l'Union Valdôtaine dieci anni prima, benché fossero stati candidati quattro veneti: Ettore Beggiato, Furio Gallina, Gianni Butturini e Giancarlo Dal Prà.

    La campagna elettorale, condotta con impegno dagli attivisti dell'U.P.V., che nei mesi precedenti avevano fatto confluire in Veneto l'on. Luciano Caveri dell'Union Valdôtaine e l'ex presidente della Provincia autonoma di Bolzano Alfons Benedikter dell'Union Für Süd-Tirol, non venne ripagata in maniera adeguata. Ciò nonostante, senza i circa 8.500 voti conquistati nel Veneto, il sardista Mario Melis non avrebbe conquistato il seggio a Strasburgo.

    Dal canto suo, Alleanza Nord ottenne a livello nazionale l'1,7% e due eurodeputati, con un consistente successo in Lombardia e Piemonte. Raggiunto il minimo storico, l'autonomismo veneto venne dato frettolosamente per spacciato dalla maggior parte degli osservatori politici. In realtà, tali previsioni furono poco oculate: l'effetto "traino" che la Lega Lombarda di Umberto Bossi avrebbe prodotto negli anni successivi in Veneto si sarebbe andato a saldare con la stagione di Tangentopoli, producendo consensi notevoli ed inaspettati.

    Per ulteriori approfondimenti vedi il link:

    http://digilander.libero.it/Venethia...omismo_ven.htm

  8. #18
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    Predefinito Segue (in breve) la storia della Lega Nord

    Storia della Lega Nord

    Dal Veneto viene la "madre di tutte le leghe", la Liga Veneta. Nasce da un ricco, vitale retroterra autonomista, tanto che partecipa alle elezioni -nel '79- ancor prima di essere formalmente costituita. Prende poche migliaia di voti, quanto basta perchè Franco Rocchetta, Marilena Marin, Achille Tramarin un gruppo dirigente formatosi nell'impegno culturale prima che politico decida di dare veste ufficiale al movimento. Usando un linguaggio inedito e diretto (celebre lo slogan: "Via i Romani dal Veneto") la Liga conquista spazio nel Veneto bianco. La vicenda politica della Lega Nord e la storia personale di Umberto Bossi sono fittamente intracciate. La Lega Lombarda nasce nel 1984, a firmare l'atto costitutivo, insieme ad Umberto Bossi, sono Giuseppe Leoni, Dino Daverio, Marino Moroni, Sergio Sogliaghi e Manuela Marrone, che diverrà poi sua moglie. Bossi quindi imbocca la via dell'alleanza con la Lega Lombarda, che nell'87 lo ha eletto al Senato. La Lega Nord nasce, quindi, nel 1991, dopo che le Leghe del Nord Italia si uniscono celebrando il primo congresso a Pieve Emanuele.

    Il movimento fondato da Umberto Bossi interpreta la lotta politica non più come scontro fra classi o categorie sociali, ma come conflitto tra Stati centralisti e popoli che rivendicano il diritto all’autodeterminazione e alla libertà. Fondamentale nel percorso del leader leghista è l'incontro nel 1979 con Bruno Salvadori, animatore dell'Union Valdotaine, che punta ad esportare l'idea federalista oltre i confini della Valle d'Aosta.

    Il marchio della Lega diviene il guerriero Alberto da Giussano sovrapposto al profilo della Lombardia, un riferimento storico - mitologico al giuramento di Pontida e alla battaglia di Legnano, dove i comuni padani riuniti intorno al Carroccio si batteranno vittoriosamente contro l'imperatore Federico Barbarossa.

    Nel 1985 la Lega Lombarda conquista i primi seggi nelle elezioni comunali a Varese e a Gallarate.

    Nel 1987 arriva la prima rappresentanza parlamentare: Bossi viene eletto senatore, da qui l'appellativo di "Senatur", e con lui Giuseppe Leoni viene eletto deputato (già nel 1983 la Liga Veneta aveva ottenuto due parlamentari: Achille Tramarin e Graziano Girardi).

    Nel 1992 la Lega Nord porta a Roma 80 parlamentari, 25 senatori e 55 deputati.

    Nel 1994 i parlamentari diventano 180.

    Bossi lancia la Repubblica del Nord come progetto politico da conseguire.

    Nel Giugno 1995 si Insedia a Mantova il Parlamento del Nord; qui vengono elaborate e votate le proposte legislative che i parlamentari si impegnano a far approvare nel parlamento Italiano.

  9. #19
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    Va bene Alessandra, ma guardiamo al sodo: tu cosa pensi di PV?

  10. #20
    PADANIA LIBERA!
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    In origine postato da Alessandra
    Il fatto che anche prima della Lega vi fossero delle istanze autonomiste fortemente orientate verso l'indipendentismo credo sia sconosciuto ai più di noi itagliani avendo saputo il tutto, compresi i vostri problemi nonchè le vostre fisse (non ce lo neghiamo), soltanto attraverso l'epoca bossiana, quasi come se prima vi fosse stato il nulla.
    Ti ricordo che ci sono stati due partiti/movimenti,l'union valdostaine e la SVP Sud Tirolese che per anni hanno lottato per la secessione/indipendenza...ora questi due movimenti sono alleati della sinistra che tanto odia la lega perchè secessionista.
    Anche in Sardegna ci sono stati e ci sono movimenti secessionisti...purtroppo però hanno poca fortuna.Idem la sicilia,forse la prima nel '45 o 46 a chiedere la secessione dall'italia.
    Saluti Padani

 

 
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