Nei negozi italiani importati 53 mila cani e gatti, altri 25 mila «clandestini». «Ma il 70% non sopravvive»

Arrivano soprattutto dall’Ungheria, ma anche dalla Polonia, dalla Repubblica Ceca, dalla Slovacchia. Viaggiano per oltre 40 ore stipati su furgoni sporchi. Con poca acqua e poco cibo. E con qualche foglio di giornale come unico giaciglio. Una vera odissea per cani e gatti: quando va bene arrivano in Italia malati, sette su dieci addirittura non ce la fanno (la mortalità arriva al 70%, dicono investigatori e veterinari). Ma anche un autentico business: vengono acquistati a 35-40 euro, vengono rivenduti nel nostro Paese tra i 700 e i 1.500. Il fenomeno dell’importazione di cuccioli dall’Est europeo è in costante crescita. Basti pensare che solo nel 2003 l’Italia ha importato legalmente oltre 53 mila animali tra cani e gatti (fonte ministero della Salute). Ma si tratta di una cifra molto parziale. Si calcola che altri 20-25 mila cuccioli siano stati introdotti in modo clandestino. Una specie di «tratta» dei quattro zampe. L’Ungheria è la maggiore «fornitrice» di cuccioli, seguita da Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca.
Un giro d’affari enorme. Questo solo tenendo in considerazione le importazioni, per così dire, legali. Mentre gli ingressi regolari seguono canali ufficiali attraverso i controlli doganali e sanitari a Trieste, Malpensa e Fiumicino, tutti gli altri seguono strade diverse. I furgoni-prigione partono da Lubiana, capitale della Slovenia. Entrano in Austria, quindi dal valico di Tarvisio arrivano in Italia. Il passaggio avviene di notte, quando i controlli sono meno rigidi. «E’ un gioco da ragazzi - spiega un commerciante -. Una volta arrivati nel nostro Paese fissano gli appuntamenti per la consegna con il telefonino. Punti di incontro: uscita dei caselli autostradali o parcheggi deserti».
Da mesi la Guardia di Finanza indaga sul traffico di cuccioli. In un recente blitz vicino a Gorizia le fiamme gialle hanno bloccato tre automezzi sospetti. A bordo hanno trovato oltre 260 cani e 36 gattini, provenienti da Budapest e destinati al mercato del Veneto e della Campania. «Quando abbiamo aperto i portelloni - racconta un finanziere - abbiamo visto una scena penosa. Decine e decine di cagnolini di non più di due mesi ammucchiati uno sull’altro. Stremati, sporchi, assetati». Alcuni di loro non avevano il tatuaggio e nemmeno il pedigree per la vendita. Molti spesso sono affetti da patologie come il cimurro, con il rischio di infettare gli altri compagni di gabbia nei negozi. A Milano si sono registrati numerosi casi di mortalità di cuccioli provenienti dall’Est europeo. A denunciarli sono stati gli stessi acquirenti, che dopo pochi giorni si sono trovati a gestire situazioni spiacevoli sul piano sanitario, economico e affettivo.

Emilio Nessi
Corriere della Sera
27.03.04