Un'interessante visione della "cosa"
Perchè rivendico le indagini su Berlusconi e Dell'Utri
(di Luca Tescaroli)
Ho svolto le funzioni di pubblico ministero presso la procura di Caltanissetta dal 1992 fino all'autunno dello scorso anno. E, in quella veste, ho condotto insieme ad altri colleghi le indagini sulla strage di Capaci e di via D'Amelio.
Ora lavoro presso la procura di Roma, avendo constatato che a Caltanissetta non vi erano più le condizioni per rimanere. Dopo il caso Luttazzi-Travaglio, sono stato chiamato più volte in causa per le indagini sui "mandanti a colto coperto" delle stragi del 1992-93, svolte in coordinamento con le procure di Firenze e Palermo, e sotto l'egida della procura nazionale antimafia. Finché ho potuto, ho fatto la scelta più naturale per un magistrato: quella della riservatezza. Ma il 26 marzo 2001, il Corriere della Sera ha pubblicato stralci della richiesta di archiviazione inoltrata dalla procura di Caltanissetta, che avrebbe "assolto" Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri, ritenendo "una forzatura arbitraria" credere che dietro i massacri di falcone e Borsellino ci fosse "l'istigazione dei fondatori di Forza Italia". Sarebbero state così demolite le accuse del pentito Salvatore Cancemi, perché "incompatibili" con le dichiarazioni di Giovanni Brusca. Nell'articolo si citavano persino alcuni stralci dell'originaria versione della richiesta di archiviazione, da me a suo tempo redatta, che avrebbe lasciato "un marchio infamante" sui due indagati. Se le anticipazioni lette sono vere, si tratta di un fatto grave e sorprendente: sia per la fuga di notizie su atti riservati proveniente da ambienti giudiziari che hanno sempre vigilato sul rispetto del segreto investigativo; sia per la sovraesposizione e la delegittimazione di chi ha semplicemente svolto il proprio dovere, indagando senza distinguere le persone sulla base del censo, del potere personale e del ruolo sociale, com'é previsto dal nostro ordinamento (almeno siano ad oggi).
Si è parlato di "teoremi fantasiosi", si è scatenata l'ennesima campagna di aggressione politico-mediatica contro chi ha condotto quelle indagini. A questo punto, ritengo doveroso rievocare, in estrema sintesi, gli elementi di prova emersi e le valutazioni espresse sui presunti "mandanti a volto coperto" nei processi a carico dei supposti responsabili delle stragi di Capaci e via D'Amelio. Cominciando dai principali collaboratori di giustizia.
Angelo Siino racconta di aver appreso da Nino Gargano e Giuseppe Madonia che nei primi anni Novanta Bernardo Provenzano stava adoperandosi per "agganciare Craxi tramite Berlusconi". Successivamente, Antonio Gioè gli avrebbe riferito che Leoluca Bagarella, tramite un ex ufficiale della guardia di finanza, stava cercando di contattare una persona influente vicina all'onorevole Craxi e che, a tal fine, era necessario fare "più rumore possibile" (alludendo ad attentati) per consentirgli poi di intervenire per far sistemare la "situazione in Italia" a favore di Cosa Nostra. Insomma, fare la guerra per fare la pace.
Salvatore Cancemi, al processo d'Appello di Capaci, rivela che Riina, prima della strage, si era incontrato con "persone importanti" e gli aveva riferito che si trattava di Berlusconi e Dell'Utri. Aggiunge che appartenenti al gruppo Fininvest versavano periodicamente 200 milioni di lire a titolo di contributo a Cosa Nostra. Sottolinea che Riina si era attivato, dagli anni '90-91, per coltivare direttamente (mettendo in disparte Vittorio Mangano, che fino a quel momento li aveva gestiti) i rapporti con i vertici della Fininvest, e che tramite Craxi stava cercando di mettersi la Fininvest nelle mani e viceversa. Cancemi non sa precisare se Riina avesse preso il controllo diretto di questo rapporto, ma ricollega la stagione stragista proprio a tale avvicendamento fra Mangano e Riina. Poi aggiunge che Riina, nel 1991, gli aveva riferito che Berlusconi e Dell'Utri erano "interessati ad acquistare la zona vecchia di Palermo" e che lui stesso (Riina) si sarebbe occupato dell'affare, avendo i due personaggi "nelle mani". Le indicazioni sui versamenti Fininvest a Cosa Nostra hanno trovato puntuali conferme da altri collaboratori (Anzelmo, Neri, Ferrante, Galliano e Calogero ganci) e da alcuni riscontri oggettivi.
Giovanni Brusca afferma anche lui che Berlusconi "mandava qualche cosa giù come regalo, come contributo, come estorsione" a suo cugino (di Brusca), Ignazio Pullarà. Quest'ultimo inviava tali Contorno (omonimo del noto pentito) e Zanga a ritirare il denaro negli anni 1981-82-83.
Salvatore Cancemi racconta che in una riunione, circa 20 giorni prima di Capaci, Riina aveva fatto presente che esistevano accordi con Berlusconi e Dell'Utri per una serie di leggi favorevoli all'organizzazione, interventi sull'autorità giudiziaria e garanzie dalle conseguenze derivanti dalla strage di Capaci. Parla di contatti tra i vertici di Cosa Nostra e soggetti capaci di orientare la legislazione in senso favorevole all'organizzazione, intercorsi sia prima sia dopo l'arresto di Riina. E racconta che, nella riunione tenutasi per brindare alla strage di Capaci e deliberare quella di via D'Amelio, presenti anche Raffaele Ganci e Salvatore Biondino, Riina confermò con una frase ("la responsabilità è mia") di aver ricevuto precise garanzie in favore di Cosa Nostra, nonostante l'immediato eclatante attentato, da parte "persone importanti" (che ha indicato in Dell'Utri e Berlusconi) ai quali aveva presentato una serie di richieste: "Far annullare 'sta legge sui pentiti", abolire l'ergastolo, eliminare o affievolire la legge sul sequestro dei beni e così via. In quell'occasione (fra la strage di Capaci e quella di via D'Amelio) Cancemi riferisce che Riina disse: "Io mi sto giocando i denti, possiamo dormire sonni tranquilli: ho Dell'Utri e Berlusconi nelle mani, che questo è un bene per tutta Cosa Nostra. (…) Queste persone sono quelle che ci devono portare del bene, e noi li (le) dobbiamo garantire ora, e nel futuro di più".
Giovanni Brusca dichiara di aver saputo anche lui, fra la strage del 23 maggio e quella del 19 luglio '92, di una trattativa condotta da Riina per ottenere benefici in tema di revisione dei processi, sequestri di beni, collaboratori di giustizia eccetera. Dopo via D'Amelio, per agevolare la ripresa e la definizione del negoziato, richiese l'effettuazione di un ulteriore attentato contro un rappresentante delle istituzioni, individuato nel giudice Pietro Grasso. Eliminato Salvo Lima -racconta Brusca- si "andavano a cercare i nuovi contatti". Un canale era costituito dall'impresa Reale.
Dopo la strage di Capaci, incontrò due volte Riina a tu per tu. E gli chiese: "Come va? Che si dice? Che notizie abbiamo? Reazioni?". La prima volta (10-15 giorni dopo la strage), Riina rispose che i suoi interlocutori volevano "portare a questo Bossi", persona che Riina considerava un pazzo e che non gli interessava. La seconda (una o due settimane prima di via D'Amelio), Riina gli confidò che "si sono fatti sotto". Tre-quattro mesi dopo, tramite Biondino, Riina gli fece sapere: "Si sono fermati, ci vuole un altro colpetto", cioé un nuovo attentato. Brusca si attivò per colpire il giudice Pietro Grasso. Riina gli disse anche di aver consegnato a questi interlocutori "un papello" con le sue richieste legislative. Brusca allora non sapeva chi fossero quegli interlocutori; ma, su sollecitazione degli inquirenti, ha fatto delle deduzioni basate su fatti vissuti, ed ha concluso che potessero essere Antonino Cinà (uomo d'onore del clan San Lorenzo) e Vito Ciancimino, spiegandone diffusamente le ragioni.
Brusca collega poi la trattativa con il progetto politico-imprenditoriale di Riina, che mirava a sostituire l'Impresem (riconducibile al costruttore Filippo Salomone, che non si era "messa a disposizione" di Cosa Nostra) con l'impresa Reale, che aveva dovuto diventare l'anello di congiunzione tra Cosa Nostra e il mondo politico e istituzionale e, al contempo, consentire un ritorno economico tramite la gestione degli appalti. Il collaboratore è giunto a questa correlazione dopo aver ascoltato la deposizione resa, sulla trattativa fra il Ros e Cosa Nostra tramite Ciancimino, dal capitano De Donno al processo di Firenze sulle stragi del 1993.
Dunque Cancemi e Brusca non si contraddicono affatto. Semplicemente riferiscono ciascuno la propria porzione di conoscenze, che rappresenta una parte di una realtà più complessa, da nessuno dei due conosciuta per intero. Cancemi era in condizione privilegiata rispetto a Brusca, per poter sapere dei contatti di Riina con le "persone importanti": infatti Mangano, che in passato aveva coltivato quelle relazioni, è un uomo d'onore del suo "mandamento", ed era stato proprio Cancemi a convincerlo a mettersi in disparte, per lasciar gestire direttamente quei rapporti a Riina. Per tutti questi motivi le indicazioni di Brusca e quelle di Cancemi devono ritenersi complementari.
Ma i dati probatori sulle iniziative di Cosa Nostra per individuare nuovi canali politico-istituzionali non finiscono qui.
Maurizio Avola riferisce che, negli ultimi meni del 1992, si svolse a Palermo una riunione dei rappresentanti delle varie "provincie" siciliane alla quale aveva partecipato Eugenio Galea (vice rappresentante provinciale di Catania): Riina espone il piano strategico dell'organizzazione, che consisteva nell'attacco allo Stato che avrebbe consentito di "togliere il vecchio" sistema politico e creare un clima favorevole per l'affermazione di un nuovo soggetto politico. La riunione si colloca senza dubbio in una congiuntura tutta particolare, poiché il livello dello scontro con lo Stato s'era fatto consistente e le "trattative" erano in corso, mentre altre forme di aggressione nei confronti delle istituzioni erano in cantiere, quali il progetto di attentare al giudice Grasso. L'accostamento delle indicazioni di Avola a quelle di Cancemi e Brusca consente di inquadrare le ipotesi di trattativa coltivate e gli attentati eseguiti e programmati, nell'azione volta a propiziare l'affermazione di una nuova formazione politica.
Sulla stessa linea del sottoscritto, i pm Antonino Di Matteo e Anna Maria Palma, nella requisitoria del "via D'Amelio ter", comparando le dichiarazioni di Brusca e Cancemi rese in quel processo, le hanno definite "complementari e univoche e plausibili, nella parte in cui collocano i rapporti tra Riina e personaggi esterni all'organizzazione mafiosa nel 1992".
Questi elementi, acquisiti nei dibattimenti, non solo giustificano, ma obbligano qualunque magistrato inquirente a investigare. E gli impongono di porre ai collaboratori tutte le domande utili ad accertare la verità: anzitutto, a Salvatore Cancemi -reo confesso come esecutore e mandante delle stragi di Capaci e via D'Amelio- a proposito di eventuali "suggeritori" esterni a Cosa Nostra. Invece, la stessa sera in cui Cancemi fu escusso nel processo D'Amelio ter, si scatenò una levata di scudi, per stigmatizzare l'operato dei magistrati che avevano osato porre domande al collaboratore, senza interromperlo quando faceva riferimento ai discorsi di Riina su Berlusconi e Dell'Utri. Vi furono persino rappresentanti delle istituzioni che colsero l'occasione per affermare che i "pentiti" erano sempre meno credibili, senza conoscere gli esiti delle indagini né le dichiarazioni dei collaboratori.
Reazioni impensabili se elementi di prova di quel calibro fossero stati acquisiti sul conto di un indagato per un furto al supermercato o uno scippo ai danni di una vecchietta. Ma, nella nostra società, il principio "la legge è uguale per tutti" è ormai realtà virtuale. L'equanimità viene sempre più tacciata di faziosità. Qualcuno vorrebbe una magistratura che garantisce come "legibus soluti" i detentori del potere e i loro amici, affossando in concreto il principio-cardine della nostra civiltà giuridica: l'obbligatorietà dell'azione penale.
Nel nostro paese, vi sono vari personaggi dotati di tanto potere da riuscire a condizionare l'esito dei processi mettendo in campo una macchina dell' "informazione" capace di delegittimare le fonti di accusa e di rappresentare i magistrati come soggetti scorretti, portatori di interessi diversi da quello del ripristino della legalità violata. La riprova si può cogliere nel circuito mediatico che tende a presentare, in una contingenza pre-elettorale, come "archiviate" le indagini sulle stragi prima del pronunciamento del gip di Caltanissetta; ad addebitare al sottoscritto dichiarazioni mai rese e iniziative mai adottate, come il rinvio a giudizio di Filippo Alberto Rapisarda per aver calunniato l'onorevole Berlusconi, falsamente "accusato di riciclaggio". Pare di essere tornati al 1989, alla famigerata estate del corvo di Palermo, con una nuova intossicazione dell'informazione per delegittimare alcuni magistrati e investigatori che hanno cercato di svolgere doverose indagini di fronte a precise notizie di reato.
E' sorprendente che si senta il bisogno di demolire i risultati raggiunti, anziché implementare gli strumenti investigativi per rispondere ai molti quesiti emersi dai dibattimenti sulle stragi. Perché, ad esempio, non creare un pool temporaneo sovraterritoriale di magistrati, trasversale alle singole procure, che convogli le migliori energie ed esperienze professionali e continui a lavorare sulle stragi del '92-93 e sul tema connesso del riciclaggio?
Quanto alla mia persona, rivendico con orgoglio di aver fatto il mio dovere senza riguardi per nessuno. E di non dovermi vergognare oggi, dinanzi ai tanti indagati e imputati poveri e derelitti, che quotidianamente subiscono, essi soli, investigazioni e sanzioni molto rigorose.