MESOPOTAMIA 1. PERCHÉ L’INSURREZIONE CAMBIA TUTTO
Il terzo fronte degli sciiti fa fallire il piano di Bush
Dubya torna al dilemma del padre: salta l’alleanza «due su tre»
Un brutto affare. La rivolta degli sciiti cambia completamente la situazione in Iraq. Sebbene protagonista degli scontri sia solo l'ala filokhomeinista della comunità, il segnale è chiaro: la fragile tregua tattica tra l'ala quietista di Sistani e quella radicale guidata da Mokatda Sadr è saltata. La tregua aveva come oggetto dello scambio politico tempi e modi del passaggio di poteri agli iracheni. Passaggio che l'intera comunità vedeva come sostanziale passaggio di poteri alla maggioranza, ovvero agli sciiti. Una volta instaurata la tirannia della maggioranza, quietisti e radicali si sarebbero disputati poi il futuro del paese. Sistani vuole uno stato tradizionalista sotto forma di «democrazia religiosa», con un governo eletto dal popolo ma deciso a mantenere fermo il riferimento all'Islam; Sadr, spalleggiato dai radicali iraniani, uno stato islamico come quello nato dalla «rivoluzione nera» d'oltreconfine. I neocons, Wolfowitz in primis, avevano teorizzato la carta sciita. Dalla domenica di sangue questa sembra sottrarsi alle mani dell'amministrazione Bush. Dopo il varo di una costituzione che gli sciiti dell'interno, tutti, non hanno digerito, le tensioni della comunità sono aumentate. E Jimaat Al-Sadr-Thani, il movimento di Mokhtada Sadr, ha aperto le ostilità. La chiusura del giornale Al Haa al Natiqa, organo del movimento costretto a sospendere le pubblicazioni su ordine di Bremer, perché accusato di aver inneggiato agli attacchi contro le forze della coalizione, e l'arresto del braccio destro di Sadr, Mustafa Yaqubi, accusato di complicità nell'assassinio dell'ayatollah Abdul Majid Khoei, inviato a Najaf di Blair e Bush subito dopo l'inizio della guerra, sono serviti da detonatori in una situazione esplosiva. Da tempo Sadr aspettava di aprire le ostilità contro i willing. Non solo la sua organizzazione era fuori dal Consiglio di governo provvisorio; ma si era data una struttura armata, la «milizia del Mahdi», gruppo che mirava a calamitare gli insoddisfatti dell'Armata di Badr, l'altra formazione paramilitare sciita che fa capo allo Sciri, in forte crisi di identità politica dopo la morte del suo leader Baqir Hakim, ucciso in un devastante attentato a Najaf qualche mese fa.
Il terzo e più temuto fattore della possibile guerra civile, quello sciita, entra così rumorosamente in campo. Modalità dell'insurrezione, dilagata in diverse città; il tragico bilancio degli scontri con le truppe della coalizione, la maggior parte nella città santa di Najaf, dove i soldati del contingente spagnolo hanno fatto fuoco sulla folla che li attaccava; le parole di Sadr a Koufa, che ha definito inutili i cortei di protesta e ha invitato gli sciiti a terrorizzare il nemico in una nuova «guerra asimmetrica», non lascia presagire nulla di buono per il futuro. Così come la risposta americana, la messa fuorilegge dello stesso Sadr, apre una partita mortale in cui non sembra più esserci spazio per le mediazioni politiche.
Occorrerà vedere se Sistani sarà in grado di far pesare la sua autorità religiosa e quella della haa, il corpo tradizionale del clero sciita, ed evitare che alle posizioni di Sadr diventino egemoni tra gli sciiti. Ma la situazione sta sfuggendo di mano al vecchio ayatollah quietista. Del resto Sistani non è stato molto aiutato dagli americani, che hanno di fatto respinto le sue richieste sul futuro assetto istituzionale del paese. La costituzione provvisoria, approvata e poi negata dagli uomini di Sistani, nulla dice in merito; ma per gli sciiti non è indifferente se l'assetto statale sarà di tipo centralizzato o etnofederale. Nel primo saranno gruppo dominante; nel secondo, solo uno dei comprimari alla pari in uno stato federale di fatto cantonalizzato.
Un'ambiguità quella americana verso gli sciiti, prima solleticati poi emarginati, che sta costando caro a Bush. In Iraq nessuna soluzione è possibile se non si fanno convergere politicamente almeno due delle tre principali componenti etnoreligiose. Gli americani puntavano inizialmente a una tacita alleanza tra curdi e sciiti, entrambi vittime di Saddam, a spese dei sunniti. Ma la formula «due su tre» è diventata impossibile di fronte alle resistenze curde, che vogliono uno stato di fatto autonomo e non intendono spartire politica estera, monopolio della forza e petrolio con gli sciiti. Bush non ha saputo sciogliere questo nodo ed è così ripiombato nel «dilemma di Schwarzkopf». Lo stesso che paralizzò il padre, Bush senior, davanti a Baghdad e fu sciolto con la scelta di non scegliere.
Così oggi le forze della coalizione si trovano di fronte a tre nemici: il nazionalismo sunnita, lo jihadismo islamista, e il radicalismo sciita. Tre fronti che pongono notevoli problemi politici e militari per la coalizione. Non a caso il generale John Abizaid, responsabile delle forze americane in Iraq, si è affettato a chiedere al Pentagono l'invio in Iraq di più truppe nelle prossime 48 ore. Ma l'allargamento del fronte coinvolge anche inglesi, spagnoli e italiani, insediati nel Sud dell'Iraq. L'assalto di domenica alla base al Andalus, gli attacchi di ieri a colpi di mortaio contro le basi spagnole di Najaf e Diwaniyah, il fuoco britannico a Bassora, gli attacchi degli Apache americani a Baghdad, il tentativo di obbligare le nostre truppe a sgomberare Nassirriya, dicono che il quadro politico e militare è mutato. Se Washington e Londra vogliono depotenziare la rivolta dovranno fare concessioni vere a Sistani. In tal caso saranno però i curdi, che vogliono le altre due comunità politicamente deboli, a essere scontenti. Un quadro apparentemente senza soluzioni. A meno che la formula «due su tre» non rimetta in gioco i sunniti, gruppo alla disperata ricerca di uno spazio di negoziazione. Il puzzle iracheno appare sempre più complicato e la questione del trasferimento di poteri sempre più complessa. A meno che non si traduca in un rapido «tutti a casa» per convergenza di interessi oggettivi. Una prospettiva che lascerebbe la regione completamente destabilizzata.
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a al Natiqa, organo del movimento costretto a sospendere le pubblicazioni su ordine di Bremer, perché accusato di aver inneggiato agli attacchi contro le forze della coalizione, e l'arresto del braccio destro di Sadr, Mustafa Yaqubi, accusato di complicità nell'assassinio dell'ayatollah Abdul Majid Khoei, inviato a Najaf di Blair e Bush subito dopo l'inizio della guerra, sono serviti da detonatori in una situazione esplosiva. Da tempo Sadr aspettava di aprire le ostilità contro i willing. Non solo la sua organizzazione era fuori dal Consiglio di governo provvisorio; ma si era data una struttura armata, la «milizia del Mahdi», gruppo che mirava a calamitare gli insoddisfatti dell'Armata di Badr, l'altra formazione paramilitare sciita che fa capo allo Sciri, in forte crisi di identità politica dopo la morte del suo leader Baqir Hakim, ucciso in un devastante attentato a Najaf qualche mese fa.
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