In questa estate che scivola via lasciando sulle pagine dei giornali le ferite di battute sarcastiche e perlopiù inutili, forse è il momento di raccontare cosa stiamo facendo nel PD. E spiegare perchè molti di noi hanno deciso di impegnarsi a fondo e con cura in una stagione congressuale per molti aspetti decisiva. La fotografia che rischia di passare è quella di una lotta intestina, come tante altre volte opaca e sfocata, in cui ci si azzuffa per ragioni personali o di clan. Non sfuggirà, invece, quanto gli esiti del congresso influenzeranno il futuro del paese.
Di mezzo non ci sono solo le scelte contingenti, ma il modo con la quale una leadership saprà intervenire per "rifare lo stato". Se la politica non è concepita solo come esercizio burocratico del potere, la missione fa la differenza. E il punto da cui partire sono le condizioni del paese e dei suoi cittadini. Possiamo continuare a vivere così, e per quanto tempo ancora?
Le opzioni congressuali di Bersani e Franceschini divergono anche profondamente. Da una parte, si batte su misure per tamponare una situazione di degrado sostenendo meccanismi premiali; dall'altra, si cerca di avviare una stagione per ristrutturare la casa comune. Da una parte, si cerca di ricompattare l'identità, aggiornandone con generosità forma e contenuti; dall'altra, di consentire a sensibilità diverse di continuare a rimettersi in gioco. Da una parte, si considera prioritario concentrare tutti gli sforzi in opere di correzione del mercato, ma dovendo speficicare "che un imprenditore che sta nelle regole fa parte del nostro progetto" (Bersani); dall'altra, di "usare" la crisi per rimettere a fuoco un nuovo compromesso tra democrazia e capitalismo nell'era della globalizzazione.
I punti di vista sono diversi ed implicheranno scelte diverse.
Da 15 anni evitiamo di intervenire su un tetto malmesso. Piove, aggiustiamo qualche tegola e ricomincia inevitabilmente a gocciolare da un'altra parte. Come sempre avviene, nella vita domestica e in quella sociale, a un certo punto occorre prendere il coraggio di scoperchiare, coibentare, e rifare il tetto...Questa è la sfida che abbiamo davanti.
Come si può coniugare l'aspirazione alla giustizia con un mercato del lavoro che produce esclusione? Sono sufficienti correttivi, o c'è qualcosa di più profondo che la politica deve interventire? Come si può conservare un sistema sanitario, copiato da quello Obama, con poteri regionali inefficienti che dilapidano risorse e finiranno per mettere all'asta un bene di famiglia così importante?
L'Italia è un paese popoloso e se non sapremo dargli un'organizzazione ed efficienza vivremo male. Efficienza vuol dire anche regole nuove, organizzazione, strutture responsabili. Dopo Tangentopoli abbiamo avuto classi dirigenti stordite che hanno consentito ad un Mago Maghetto di sostenere che la sua bachetta magica avrebbe prodotto miracoli. Passati tanti anni, i problemi si sono aggravati e i cittadini non sanno più con chi prendersela quando la sanità viene commissariata, l'amministrazione non ha più qualità "terze" ma è soffocata dalle nomine politiche, la gestione del territorio è in mano al Tar. Viviamo in un paese con un decentramento moltiplicatore di uffici che non ha eguali nel resto d'Europa, dove beni primari come l'acqua vengono privatizzati, in cui comuni di 60 abitanti hanno le medesime regole di comuni con 3 milioni di abitanti, dove la giustizia non può essere applicata con celerità, i giovani devono andare all'estero, le tasse per molti sono un optional e il governo non può decidere neppure di fare una strada se lo ritiene indispensabile... Quale politica per un paese così?
Abbiamo bisogno di aprire una stagione fondativa. E' già successo nel Dopoguerra. Oggi occorre una forte discontinuità, con la prudenza di "spingere più a fondo le radici e non scuotere i rami" (H.Hesse). I bisogni degli uomini cambiano la loro cultura e anche la loro vita privata e pubblica. Le parole da declinare impongono il futuro. I tempi al passato, e in un certo senso al presente, rischiani di portarci fuori strada e farci conservare regole ammuffitte e consuetudini obsolete. Servirà a poco individuare un buon amministratore sanitario se le regole resteranno quelle attuali, con quasi 13 milioni di cittadini che convivono con il commissariamento della loro sanità.
La sfida che i democratici hanno davano non è solo ambiziosa, ma obbligata. Ci è chiesta responsabilità nel tempo e verso il tempo.
Ne saremo capaci? Di sicuro abbiamo bisogno di una politica che torni a legare con fierezza i nostri destini alla difesa e alla promozione della persona e della comunità. I riferimenti della politica, d'altronde, sono sempre gli stessi. Le vecchie culture politiche non ce l'hanno fatta; il liberismo "fai da te" non produce più neppure illusioni. Al sociologismo occorre contrapporre filosofia. Il cambiamento non è soltanto tecnica giuridica o giuslavoristica, anche se ne occorrerà.
Caro direttore, queste sono alcune delle riflessioni che ci impegnano in questa fase congressuale. Crediamo che questo sia il tempo giusto per lasciarci il passato alle spalle e per assumere il peso di una profonda riforma dello stato. Certo, serviranno mezzi omogenei ai fini, ma senza l'ambizione dei fini non vi sarebbe nessuna scommessa degna di essere vissuta da una nuova leadership democratica che noi vogliamo costruire attorno alla candidatura di Dario Franceschini.
La Gara del PD: le opzioni di Bersani e Franceschini divergono profondamente




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