I cadaveri giacciono abbandonati sulle strade di Falluja, la città nel cuore del 'triangolo sunnita' iracheno dove da alcuni giorni gli americani affrontano una resistenza così forte e feroce da aver fatto risorgere lo spettro di un nuovo Vietnam
Quanti siano i morti ancora non si sa, è presto per contarli, la città è un vero e proprio teatro di guerra, fra fiamme e colonne di fumo ovunque e il passaggio continuo degli F-16. I marines americani - racconta l'inviato della France Presse Ned Paker - avanzano a fatica, strada per strada, combattono casa per casa, bersagliati dai cecchini dai tetti e dalle finestre, o dai continui attacchi a colpi di razzo anticarro e mortaio. Squadre di quattro-cinque guerriglieri compaiono improvvisamente dai vicoletti o sui tetti, da fabbriche abbandonate, dalle case o dall'interno di moschee per poi sparire immediatamente nel nulla. I guerriglieri si spingono sempre più vicini al nemico e sono comparsi anche all'interno del perimetro dell'area industriale di Falluja, che gli americani credevano di controllare. Un'avanzata, quella dei marines, di soli due chilometri in due giorni. Una resistenza più intensa di quella che oppose la guardia repubblicana di Saddam Hussein un anno fa, in piena guerra, secondo la stima di un medico militare Usa. "E' come a Hué, in Vietnam", dice il tenente colonnello Brennan Byrne, un veterano della guerra in Indocina, che prese parte ai feroci combattimenti casa per casa nell'antica capitale imperiale vietnamita che gli americani dovettero affrontare nell'inverno del 1968 durante la famosa "offensiva del Tet' dei vietcong. "L'anno scorso, nel pieno della guerra - dice il medico militare Percy Davila, di 29 anni, si identificava l'obiettivo, lo si colpiva e poi si andava a dormire. Ma qui...qui è più come una guerra vera". "Questi tipi sono molto decisi. Un solo uomo può tenere in scacco un intero gruppo di soldati", dice il capitano Chris Chown, ufficiale dei marines. Il giornalista dell'Afp nota il cadavere di un iracheno, sulla quarantina, giace sul marciapiedi con la testa squarciata da un colpo. I militari dicono di avergli sparato dopo che aveva lanciato loro contro un razzo anticarro, di quelli a spalla (rpg). "Non sappiamo dove trasportarlo", dice un marine mentre sullo sfondo risuona assordante il passaggi dei cacciabombardieri. Sotto un cavalcavia - osserva Paker - alcuni medici cercano di rianimare un marine il cui sangue forma un lungo rivolo sull'asfalto. Ma dopo un pò desistono e i compagni gli si fanno intorno cercando di immaginare raccoglimento in mezzo al frastuono e pregano, uno di loro in lacrime. Poco lontano un proiettile di mortaio piomba sul tetto di una casa. Dentro, si viene a sapere, muore una bambina. (ANSA-AFP).




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