E' un film che mi ha dato molte emozioni. In auto, tornando a casa, ho avuto la netta sensazione che mi mancasse un taccuino per la mente, tanta era l'esigenza di appuntarmi ciò che avevo provato, per paura che svanisse.
L'ho vissuto come si vivono, più che guardano, i film preceduti da critiche di tutti i tipi, devo dire che mai come durante la visione di questo film, lo scrocchiare dei pop corn accanto, con il sorseggio, dall'altro lato, di coca_cola quasi terminata con la cannuccia ed il suo glu glu, mi ha dato fastidio.
Una crudezza, se così si può dire, che c'è fin dall'inizio con l'arresto di Gesù e che ci accompagna fino alla fine, perché anche il momento della resurrezione vede un primo piano, l'ultimo, sulla ferita alla mano...non credo che sia eccessiva questa crudezza, come qualcuno ha detto, più che altro l'esagerazione è quella dei colpi inflitti ad un corpo e soprattutto la sua sopportazione, e le scene più incredibili, contrariamente a quello che si può immaginare, non riguardano la crocifissione ma la flagellazione, troppi i colpi inferti per poter pensare che un uomo possa sopravvivere a quel dolore, a così tanta perdita di sangue. Molto forte quindi, ma forse questa sensazione è data dal fatto che vede come protagonista Gesù, e quando si parla di lui siamo abituati ormai a considerare la passione una cosa scontata, forse perché per noi, al di là di quando Adel Smith smarrona, i crocifissi ormai sono pezzi di legno messi lì, solo simbolici, o preziosi ciondoli, la passione è nella nostra mente una passioncina, tanto appunto -si pensa- era Cristo, o Dio, o lo Spirito Santo, e quindi non poteva soffrire più di tanto e anche se ha sofferto, è comunque risorto.
Il fatto che qualcuno dica che il film alimenta l'antisemitismo è una benemerita stronzata, almeno secondo me…chi ha certe fisse non ha bisogno di farsi convincere da un film, tanto più che la storia e la religione ci insegnano come i sacerdoti, a qualunque tempio essi appartengano, da sempre siano una cosa a sé rispetto ai fedeli, al di là della religione di appartenenza.
Il punto che mi ha fatto più riflettere è quando da solo non ce la fa più a portare la croce e allora viene obbligato un estraneo ad aiutarlo. Questi è notevolmente arrabbiato e tiene a precisare che lui, innocente, è obbligato a portare la croce come il colpevole, e la ritiene una ingiustizia…i soldati romani gli fanno notare che anche lui, come Gesù, è un giudeo, presupponendo che in virtù di questo fosse dunque quasi obbligato a fare quella fatica. Ma, per come la vedo io, quello, era un estraneo in tutti i sensi, l’unica figura atea di tutta la storia. L’ateo, da sempre, si chiede perché anche lui, come i peccatori che credono, è obbligato in terra a portare la croce pur non credendoci, ed è l’unico che la ritiene davvero una ingiustizia. Ad un certo punto, in salita, l’estraneo guarda la meta e quella destinazione finale la vede come un miraggio, che per fortuna si fa sempre più vicino, e cadono più volte, quando lui, quando Gesù, e poco meno che alla fine l’estraneo giudeo, quasi sorridendo, riesce a dire a malapena dai forza che siamo quasi arrivati. Ho avuto la sensazione che pretendesse che l’altro, Gesù, fosse quasi contento di essere giunto alla fine, forse perché pensava che doveva pur morire, e allora tanto valeva che morisse il prima possibile. Di solito, quando si ha uno scopo da realizzare, una meta da raggiungere, ogni fatica viene dimezzata grazie alla visione del traguardo, ma non è raro che pur intravedendo la meta finale si cominci ad avere l’amaro in bocca, e ci sembra una contraddizione perché abbiamo faticato tanto. Nella vita non tutte le mete nascono traguardi voluti, sinceri, anche quando sembrano spontanei e cercati, quasi reclamati. Ognuno deve fare la sua strada, si dice. Forse è più esatto affermare che ognuno di noi, più che deve, fa sempre la sua strada, anche se il percorso è identico a quello di un altro, ed è per il fatto che spesso si fa il medesimo percorso materiale, che non si comprende perché chi ci è accanto la vede diversamente da noi, è infelice quando noi non lo siamo, è felice quando noi lo siamo, ma di una felicità sempre diversa. Credo che quel percorso con la croce in comune sia stato fatto per insegnare ad ognuno, che pur vive nella normale diversità, la tolleranza verso l’altro, la diversità dei pensieri e quindi la diversità di obiettivi, di mete, di risultati…la gratuità dell’aiuto verso il prossimo, un prossimo che non è detto che abbia le stesse nostre aspettative e speranze anche se con noi fa la stessa strada. Il problema è che troppo spesso si cerca di mantenere la strada perché è solo quella che ci accomuna, quando si dovrebbe almeno aiutarsi a mantenere noi stessi, reciprocamente, per poter continuare a fare quel percorso insieme.


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