L’altra faccia della storia
I sostituti del re in Sardegna
Luogotenenza statale
di Francesco Cesare Casula
Per chi non l’avesse capito, combatto da anni contro tutto ciò che, a noi sardi, ci rende subordinati e vinti, nel passato come nel presente. Forse è una battaglia persa in partenza, perché l’indole nostra di eterni sconfitti nei confronti della vita viene da lontano ed è radicata nelle nostre menti da secoli d’ignoranza la quale fa parte, ormai, del Dna della razza.
Fra le tante espressioni che potrei portare come esempio storico ce n’è una legata all’idea confusa e distorta che, dopo i pisani, la Sardegna, in epoca moderna, sia andata alla Spagna e poi al Piemonte con la stessa veste di una colonia africana dell’Ottocento, e che i viceré spagnoli e piemontesi che la governavano l’abbiano torchiata e sfruttata per secoli, rapinandola di risorse: portando via cereali, olii, vini, sale, legname, ecc.
Invece non è così. Dal 1324 nell’isola si creò uno Stato, chiamato Regno di Sardegna, il quale, per una strana sorte del destino, nel 1861 si è ingrandito a dismisura ed ha cambiato nome in Regno d’Italia, oggi Repubblica Italiana. Come tutti gli Stati aveva, ed ha, un esecutivo: un re quand’era una monarchia, un presidente da quando è una repubblica; aveva, ed ha, un parlamento; aveva, ed ha, una magistratura. Era, ed è, uno Stato sovrano, cioè non dipendente da nessuno; perciò, non usciva e non esce da esso Stato alcunché che non sia regolarmente esportato. Il difetto, al tempo che lo Stato s’identificava con la Sardegna, e che a noi sardi ci rendeva miseri e poveri, era tutto interno, di natura politica ed economica, non istituzionale (com’è anche oggi, con la mal gestita autonomia regionale).
E allora, i cattivissimi viceré spagnoli e piemontesi, c’erano o non c’erano? Certo che c’erano, insediati nel palazzo regio di piazza Castello, a Cagliari; ma non erano funzionari stabili di carriera, con poteri assoluti. Erano luogotenenti del re, quando il monarca non era in sede per diverse ragioni (nel Regno di Sardegna fu in sede poche volte). Oggidì, questa attività luogotenenziale viene delegata al presidente del Senato della Repubblica quando il presidente della Repubblica si reca all’estero. Perciò, essi erano e sono persone con incarico a tempo e con compiti specifici, variabili e tutt’altro che autonomi. Non facevano e non fanno politica: operavano ed operano in base alle deleghe ricevute, senza travalicare (ad esempio, nel passato non potevano dichiarare guerra; nel presente non possono sciogliere le Camere, ecc.). Dalla nascita alla metamorfosi ecumenica dell’Unità politica, la conduzione buona o cattiva dello Stato sardo è riferibile solo al re. Ed i re del Regno di Sardegna, di qualsiasi dinastia fossero, in qualsiasi luogo si trovassero, operavano attraverso i propri luogotenenti sempre e comunque in qualità di re sardi.
L’insegnamento che se ne trae, se si è perspicaci, è che non c’è stato e non c’è niente di spagnolo o di piemontese nell’isola se non un’influenza culturale, così come oggi abbiamo un’influenza culturale statunitense nella società statale allargata. Il resto, i tanti difetti, le poche virtù, sono tutti imputabili a noi sardi. Questo per l’ieri come per l’oggi. Smettiamola, dunque, di dar le colpe - o i meriti - agli altri.
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