Nell'aprile 1797 la città si ribellò all'invasione delle truppe di Napoleone
Domani e domenica si celebra la ricorrenza con una manifestazione e una messa tradizionale

FRANCESCO MARIO AGNOLI
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Col nome di Pasque Veronesi è passato alla storia il più importante episodio di Insorgenza nel territorio della Repubblica di San Marco, uno dei più significativi dell' intero triennio giacobino.
Si tratta, difatti, di un'Insorgenza per così dire "totale", in quanto coinvolge non solo il contado (per l' esattezza un contado molto "allargato", in quanto si salda con quella delle valli bergamasche e bresciane), ma, in prima linea, tutti i ceti cittadini nonostante la fortissima presenza all' interno del centro urbano di truppe francesi, che controllano tutte le fortezze, inclusi i castelli San Pietro e San Felice, le cui artiglierie dominano, per la loro elevata collocazione, l'intera città.
Fra i più determinati gli abitanti del popolare quartiere di San Zeno, fino all' ultimo contrari a qualunque ipotesi di resa, ma a Verona la partecipazione diretta di esponenti dell' aristocrazia, altrove modesta, è particolarmente intensa. Ferma l'identità di fondo, l'Insorgenza veronese presenta, rispetto ai contemporanei fenomeni dell'Italia settentrionale, alcune peculiari caratteristiche a causa, da un lato, della politica di stretta neutralità proclamata dalla Serenissima, dall' altro, del fatto che, in apparenza, i francesi non vengono come conquistatori, ma per la necessità di inseguire l'esercito austriaco del generale Beaulieu in ritirata, dopo le sconfitte patite in Lombardia, verso il Tirolo.
ARRIVA IL BONAPARTE
E' lo stesso Bonaparte, che il 29 maggio 1796, al momento di varcare il confine veneto, invece di presentarsi, secondo il costume suo e di tutti i generali della Rivoluzione, nelle vesti di liberatore dei popoli dal dispotismo, ribadisce il legame di amicizia che unisce le due Repubbliche e quasi si scusa per essere costretto dalle esigenze della guerra a portare uomini in armi in territorio amico. Sul momento, nonostante che non pochi indizi facciano sospettare il contrario (i francesi si affrettano a prendere possesso dei tre forti cittadini), i veronesi possono illudersi che non si tratti soltanto di parole. Restano difatti in carica sia i rappresentanti del veneto governo sia le autorità locali (Verona, come tutte le città della "Terraferma", gode di una vastissima autonomia politica e amministrativa), la guardia alle porte cittadine è svolta da pattuglie miste franco-venete, nelle vie continuano a vedersi reparti schiavoni, lo stendardo di San Marco sventola sempre sulla città e sui forti, anche se le loro guarnigioni sono ormai totalmente francesi. La situazione resta allarmante e non facile da sopportare, tuttavia il permanere delle antiche cariche e la presenza in città dei soldati veneti ed in particolare degli schiavoni, provenienti dai domini veneziani in Dalmazia, indisciplinati, ma animati da una vera e propria passione per San Marco e altrettanto violentemente avversi ai francesi, coi quali spesso si azzuffano, lasciano sperare che si tratti di un periodo transitorio, destinato a cessare alla fine della guerra fra Francia e Austria. In quegli anni le popolazioni delle terre venete si sentono legatissime al paterno (il termine non piace più, ma allora non era così) governo di San Marco, sicché i veronesi si lasciano facilmente convincere dagli inviti alla prudenza e alla pazienza provenienti dai Rappresentanti Veneti, impegnatissimi ad evitare qualunque atto che possa passare per violazione di una neutralità che il Senato vuole ad ogni costo mantenuta.
LA RIBELLIONE DEI VERONESI
Un' opera di freno e pacificazione nella quale si distingue il Commissario Estraordinario di Terraferma, Francesco Battaia, inviato da Venezia in sostituzione del debole Nicolò Foscarini, non perché più forte e deciso di lui, ma perché si conta sulla sua abilità diplomatica e sulla sua facondia per ammansire il temibile Bonaparte. Si spiega così perché, mentre, in genere, le Insorgenze scattano pressoché in contemporanea con l'ingresso delle truppe francesi o comunque dopo un breve intervallo, a Verona la fase violenta e armata del moto popolare abbia inizio nel tardo pomeriggio del 17 aprile 1797, lunedì di Pasqua (si protrarrà fino alla successiva domenica 23 aprile), mentre i francesi sono entrati in città quasi un anno prima, il 1° giugno 1796. Inevitabilmente, col passare del tempo, il prolungarsi della presenza di soldati sempre più inclini a comportarsi da conquistatori e l' intensificarsi delle trame dei non numerosi giacobini locali, una parte sempre più larga della popolazione comincia a dubitare dello spontaneo ritiro dei francesi. Tuttavia l'ancora incondizionata fiducia sull' accortezza e previdenza della Serenissima, confermate da secoli di felici esperienze, impedisce a lungo l' accendersi dell' Insorgenza, la cui esplosione è preceduta e in qualche modo ritardata, indirizzando la tensione verso altri obiettivi, da una campagna militare condotta dai veronesi contro i giacobini bergamaschi e bresciani, impadronitisi, con il determinante aiuto francese, delle loro città, che il Bonaparte intende sottrarre a Venezia per accorparle (assieme a Crema, anch' essa dominio veneto) alla Lombardia, destinata a diventare il centro e la base del suo potere in Italia. Nel tentativo di conciliare il tentativo di recupero col mantenimento della neutralità, le autorità veronesi, pure assai più decise e bellicose dei Rappresentanti Veneti, non solo si sforzano di non coinvolgere i francesi, tutelati dai severissimi ordini del Senato, nella guerra contro i giacobini, ma si spingono fino a chiedere al comando francese, che in apparenza acconsente, l' autorizzazione a riportare questi sudditi ribelli all' obbedienza del legittimo sovrano.
UNA SCONFITTA PER I GIACOBINI
Di conseguenza, il 27 marzo l'esercito veronese, composto in gran parte dei volontari delle "cernide", varca il Mincio sotto il comando del brigadiere generale Antonio Maffei, dando inizio ad una campagna, che, sulle prime, assume le caratteristiche di una marcia trionfale, perché la gran massa delle popolazioni dei paesi, come allora si diceva, "democratizzati" è rimasta fedele a San Marco. Per di più la spedizione si salda con l' Insorgenza dilagante nelle valli bergamasche e bresciane e sulla sponda lombarda del Garda. Se i montanari delle Valli Seriana, Gandino, Callina, Imagna, scesi a porre l' assedio a Bergamo non riescono nell'impresa, gli abitanti di Salò, ai quali si sono uniti i vicini di Maderno, Tuscolano e Teglie e i valligiani della Val Sabbia, guidati da Don Andrea Filippi, parroco di Barghe, il 29 marzo cacciano la nuova municipalità e il 31 infliggono una severa sconfitta ai giacobini accorsi per restaurarla e che, intercettati durante la ritirata al passo dei Tormeni dall' armata del Maffei, vengono definitivamente disfatti. Sarebbe la vittoria decisiva se i francesi, accortisi dell'incapacità dei giacobini di reggere la controffensiva veneta, sostenuta dalle popolazioni, non scendessero direttamente in campo, costringendo a ripiegare fino al Mincio il Maffei, gravemente impacciato dall'obbligo di astenersi da qualunque azione che possa essere interpretata come violazione della neutralità (si arriva all' assurdo che alla richiesta di ordini per il caso di attacco a paesi tenuti dai veronesi deve rispondere di resistere se si tratta di bresciani e bergamaschi, ma di non opporsi se francesi).
«DISTRUGGERE LA SERENISSIMA»
Del resto la situazione sta precipitando anche a Verona, perché il Bonaparte, quali che fossero le sue intenzioni iniziali, ha ormai deciso la distruzione della Serenissima, i cui territori intende usare come merce di scambio nei colloqui di pace con l' Austria per ottenere la cessione alla Francia della Lombardia. Di conseguenza sono proprio i servizi segreti francesi, alla ricerca di un pretesto che giustifichi quest' ultima e definitiva violenza, a provocare la scintilla destinata a fare esplodere la sempre più viva e incontenibile indignazione popolare. Ai primi di aprile fallisce per le rivelazioni di un infiltrato, il giovane Giovambattista Malenza, che pagherà con la morte l' essersi finto giacobino per amor di patria, un complotto giacobino organizzato dall' avvocato piemontese Angelo Pico, 007 al servizio del Bonaparte, e dal colonnello Giovanni Landrieux, Venerabile del Grande Oriente di Milano e capo del Bureau de Police Politique, il servizio segreto dell'Armée d'Italie.
Tuttavia i francesi non possono rinunciare ai loro progetti, dal momento che le trattative con l'Austria procedono spedite (il 18 aprile saranno firmati a Leoben i preliminari di pace, destinati a sfociare nel trattato di Campoformido), sicché il Landrieux nella notte fra il 16 e il 17 aprile, fa affiggere per le strade un manifesto da lui commissionato un mese prima a tale Salvadori, ma apparentemente sottoscritto da Francesco Battaia per invitare, nella sua qualità di Provveditore Estraordinario in Terra Ferma (in realtà ha lasciato l'incarico già alla fine di marzo), i veronesi a prendere le armi senza più distinguere fra francesi e giacobini. Il proclama, pur nella sua manifesta falsità, corrisponde troppo alle aspirazioni dei veronesi per non produrre un notevole fermento. Tuttavia i cittadini, complice anche l' atmosfera festiva del lunedì di Pasqua, lascerebbero probabilmente cadere la provocazione, prestando una volta di più obbedienza ai Rappresentanti Veneti, Contarini e Giovanelli, affrettatisi a fare diffondere un controproclama col pressante invito di "non lasciarsi sedurre da simili ragioni, per supporre alterate minimamente le costanti massime del Senato, della più perfetta amicizia e armonia colla nazione francese", se alle cinque del pomeriggio, il generale Balland, deciso a provocare comunque la sommossa necessaria al Bonaparte, non facesse tirare i cannoni di Castel San Pietro sul palazzo pretorio in piazza dei Signori.
INIZIA LA RIVOLTA
E' troppo. Il suono delle campane a martello, prima la maggiore della torre civica, poi, via via, quelle di tutte le chie_se, dà l' avvio invece che alla modesta sommossa preparata dal Landrieux, ad una Insorgenza che, nonostante la sproporzione delle forze e le posizioni dominanti tenute dai francesi, potrebbe concludersi vittoriosamente e addirittura mutare le sorti della guerra, se il Senato veneto, ripetutamente sollecitato dagli insorti, trovasse la forza di rinunciare all'inutile neutralità e facesse scendere in campo le non indifferenti forze di cui ancora dispone prima che l'affluire di nuove truppe francesi da Mantova e da tutta la Lombardia strangoli dall' esterno la coraggiosa città, bloccando anche l'arrivo dei volontari dalla contado, che hanno a loro volta preso le armi non appena diffusasi la notizia dell'insurrezione cittadina.
Dopo sei giorni e sei notti di furibonda battaglia e di pressoché continuo cannoneggiamento da parte dei tre forti (San Pietro, San Felice e Castelvecchio), venuta meno la speranza di ricevere da Venezia gli aiuti disperatamente richiesti, domenica 23 aprile i veronesi si piegano all' armistizio, preludio, nonostante il permanere di una disperata opposizione popolare, alla resa, divenuta inevitabile dal momento che, sconfitte il giorno 20 in località Croce Bianca dalle soverchianti forze francesi e più che dimezzate dalle perdite subite le truppe del Maf_fei, accorse dal Mincio a difesa della città, Verona, oltre ad avere i nemici all' interno, ne è completamente circondata. Ai francesi non basta la vittoria e, con un rituale tipico della cultura illuminista-giacobina, come tale destinato a ripetersi nei secoli successivi, pretendono di travestire la vendetta da giustizia.
LA VENDETTA DEI FRANCESI
Vengono, quindi, arrestati e processati un gran numero di insorti o presunti tali, aristocratici, popolani, sacerdoti, fra i quali il vescovo Giovanni Battista Avogadro, in realtà estraneo all' Insorgenza e che, assolto a stento una prima volta, subirà dopo qualche mese una seconda carcerazione.
Numerose le condanne a morte. Particolare sdegno e commozione suscita in tutto il popolo l' esecuzione (16 maggio 1797) del conte Francesco Emilei, Provveditore del Comune e del conte Augusto Verità, di null'altro colpevoli, come scrisse nelle sue memorie un altro protagonista di quei fatti, pur non avverso ai francesi e alle "idee nuove", di avere "servito con il maggiore coraggio il proprio sovrano". Con loro viene fucilato il giovane Giambattista Malenza, reo di essersi finto giacobino per scoprirne i complotti. Eguale sorte tocca il successivo 8 giugno al cappuccino settantaduenne padre Luigi Maria da Verona, al secolo Domenico Frangini, addirittura assente dalla città durante l'Insorgenza, ma colpevole di avere condannato in una lettera ad un confratello l'empietà dei francesi, da lui definiti "peggiori dei cannibali", dopo avere assistito "alla profanazione delle chiese e delle Sante Specie". La sua vera colpa è di essere frate.
Non per nulla i giacobini locali, non appena "democratizzata" Verona, aprono una Sala di Pubblica Istruzione, una sorta di club destinato all' indottrinamento dei cittadini e a discussioni nel corso delle quali si avanzano proposte come quella che i preti "fossero stati col cannone a mitraglia sullo stradone di San Pietro in Carnario tutti là condotti e fatti morire".


[Data pubblicazione: 23/04/2004]