Israeliani e palestinesi a Gerusalemme in una maratona voluta da Cei, Csi e Opera Romana pellegrinaggi. Col card. Ruini al via e Petrucci in gara.
GERUSALEMME (Israele-Territori Autorità palestinese, 23 aprile 2004) - "La pace è possibile, la pace, quindi, è un dovere. E noi, come ha detto Giovanni Paolo II, dobbiamo provarci". Il nunzio apostolico monsignor Pietro Sambi lancia il messaggio e subito Gianni Petrucci, il presidente del Coni - tuta dell'Italia sulle spalle, calzoncini corti e scarpette da footing ai piedi -, lo raccoglie. "Come ha detto il profeta: 'Dimentichiamo quello che è successo e guardiamo avanti', anche questa 'maratona' (in realtà poco più di 13 chilometri, da Gerusalemme a Betlemme, ndr) può contribuire a portare la pace".
Tre anni di Intifada hanno allontanato ulteriormente (se possibile) palestinesi e israeliani, hanno portato sull'orlo del baratro l'economia israeliana e alla disperazione il popolo palestinese, oltre che ad una lunga striscia di morte (circa 4000 caduti) e disperazione, fatta di attentati suicidi e ritorsioni, più o meno mirate, da parte dell'esercito con la stella di David. Ecco che organizzata dalla Cei (Conferenza episcopale italiana), dal Csi (Centro sportivo italiano) e dall'Opera Romana pellegrinaggi si è dato vita a una corsa multi-etnica, multi-religiosa e multi-culturale attraverso il check point che divide Israele e Territori dell'Autonomia Palestinese, sulla strada che porta da Gerusalemme a Betlemme, proprio di fianco alla tomba di Rachele. Pochi chilometri con una fiaccola benedetta dal Papa e una bandiera olimpica, con 15 atleti italiani, 15 palestinesi e 15 israeliani a correre assieme almeno per un pezzo di strada, visto che politica e regole internazionali vietano a tutti e tre i gruppi di stare spalla a spalla per più di qualche centinaio di metri. Quelli che le due polizie - non chiedendo documenti - permettono di percorrere assieme.
Ci sono grandi campioni del passato come Fabrizio Della Fiori che riceve la fiaccola dal cardinale Ruini, o Moreno Argentin, il canottiere Poli e gli altri che con le loro magliette colorate salutano i ragazzi palestinesi che incontrano poco prima di arrivare al confine. Qualche centinaio di metri e c'è il cambio, gli israeliani non possono andare oltre; un ciao urlato in differenti lingue, prima di iniziare la discesa che porta in Palestina.Un primo passo è stato fatto, molti ne dovranno seguire perché su questa terra si torni a parlare più di sport che di morte.
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