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23 Aprile 2004
DOCUMENTO DEL CORRENTONE DS
Note a margine del programma Amato
della Lista Uniti nell'Ulivo
1. C’è innanzitutto una questione di impianto e di filosofia. Impianto e filosofia dovrebbero diversamente e incisivamente essere delineati fin dalle prime pagine, offrendo così un messaggio immediato forte, in continuità con il messaggio contenuto nello stesso Manifesto lanciato da Prodi. Infatti:
- una forza di centrosinistra non può non presentarsi in primo luogo con il rilancio di grandi valori e idealità, la pace, l’eguaglianza, la giustizia, i diritti fondamentali, la solidarietà, la qualità, la sostenibilità ambientale, lo sviluppo di qualità. Una forza di centrosinistra non può non esprimere una critica netta della globalizzazione e dei suoi effetti, anche in sintonia con l’elaborazione migliore del movimento new global. Solo da qui può scaturire la forza di un progetto che susciti anche passione e speranza, senza limitarsi ad offrire una neutralizzazione (pure rilevante) delle paure o la sola prospettiva (pure vitale) del “buon governo” o obiettivi importanti (la “tutela dell’ambiente”, “servizi migliori”) più come minacce che come opportunità (“questo vuol dire saper rinunciare a molte comode posizioni di rendita”, “questo vuol dire imparare a guardare al di là dei propri cancelli e dei propri steccati”, etc.).
- La ridefinizione e il rilancio dei valori sono richiesti dai problemi enormi a cui il mondo e l’Europa sono di fronte, primi fra tutti la guerra (rispetto a cui non ha molta pregnanza analitica ipotizzare che vi siano quelli che vogliono “semplicemente tirarsene fuori”) e l’esplosione delle diseguaglianze. Diseguaglianze di reddito, di salute, di mortalità, di istruzione, di sapere, di conoscenza, di informazione, di “capacità”, di possibilità di partecipazione democratica. Il futuro dell’Europa è affidato alla possibilità che essa adotti le necessarie trasformazioni – politiche, istituzionali, di coordinamento delle misure economiche e di allargamento del bilancio comunitario – per operare come soggetto di “pace”, di “democrazia partecipata” (non solo “buon governo”), di “equità”, in una globalizzazione che invece mantiene anche gravi caratteri di iniquità e di autoritarismo.
2. Dal modo di porre impianto e filosofia seguono alcune coordinate generali:
- per l’Europa l’accento non può non essere assai più fortemente posto sul nesso modello economico/modello sociale, sottolineando:
• la possibilità di sinergia e di interazione strategica (ben al di là della sola “conciliazione”) tra sfera economica e sfera sociale, tra efficienza ed equità, tra competitività e giustizia sociale, tra crescita e diritti (del resto questa possibilità è centralmente presente nella stessa Commissione Europea, la quale non a caso ha messo allo studio un nuovo approccio analitico denominato “The cost of non social policy”). Infatti, la possibilità di fornire risposte adeguate a problematiche come quella della transizione demografica o di attivare il potenziale di soggetti come le donne richiede cambiamenti radicali nel rapporto tra sfere, nella cultura, nell’organizzazione sociale;
• la valorizzazione del modello sociale europeo, di cui il welfare è stato ed è parte integrante. È completamente diverso affermare il persistente significato del welfare riconoscendone al tempo stesso il bisogno di adeguamenti e innovazioni per renderlo meglio in grado di fronteggiare le sfide odierne, dall’esordire con frasi che rischiano di suonare come la conferma delle visioni della destra (“…l’Europa, dalle imprese alla ricerca…, dal welfare ai sistemi formativi soffre per un uso sbagliato e distorto delle sue risorse” o “…lo stato sociale europeo da strumento di inclusione sociale sta diventando sempre più una ragione di esclusione di chi sta fuori”).
- In questo quadro la concorrenza e il mercato sono cruciali ma: a) considerati per quello che sono e cioè strumenti per la realizzazione dei valori suddetti; b) delimitati nello spazio che deriva dall’essere sottoordinati, per l’appunto, ai valori suddetti.
- Sulle questioni fiscali andrebbe con chiarezza adottato il motto “tributi a fronte di servizi”. Invece, mentre questo motto è indicato nella scheda specifica, nelle pagine iniziali si sceglie una formulazione ambigua (senza politiche pubbliche “neppure una riduzione delle tasse può generare una crescita solida e duratura”) che lascia comunque presupporre l’idea di una correlazione automaticamente positiva tra riduzione delle tasse e crescita.
3. Coerentemente con un diverso modo di porre le questioni basilari di impianto e di filosofia, andrebbero ricollocate singole ma decisive parti:
- Lavoro. Nelle problematiche del lavoro precipitano tutte le grandi questioni – anche di soggettività – del nostro tempo, donne, giovani, over 55, lavoratori qualificati, lavoratori dequalificati, lavoratori atipici. Questo è vero per tutti: ma perché nelle fotografie dei soggetti riportati nelle schede non c’è la fotografia di un operaio o di un insegnante o di un tecnico o di un impiegato o di un dirigente o di un operatore sanitario, in una parola dei lavoratori dipendenti? Il titolo del paragrafo relativo al lavoro (“Un’Europa in cui si lavori di più, perché si può lavorare di più”) lascia pensare che si accolga la tesi che il problema fondamentale del differenziale di crescita e di produttività fra Europa e USA sia il minore numero di ore lavorate dagli europei. Nel corpo del paragrafo la questione menzionata è solo quella del tasso di attività e di occupazione. Ma decisivi per il centrosinistra sono tutti gli aspetti di istruzione e formazione, di mercato del lavoro e sua regolazione, di eccessi di flessibilità e precarietà, di diritti da tutelare e da introdurre (vedi formazione permanente), di ammortizzatori sociali, di estensione delle tutele per giovani e lavoratori atipici. Qui ci sono enormi responsabilità pubbliche da esercitare (altro che la sola “tutela sul mercato” di cui parla il centrodestra). Anche in termini di difesa dei redditi dall’inflazione, non si può dire che “lo Stato ha una sola arma per combatterla: la concorrenza”. La concorrenza è importante ma il ragionamento andrebbe rovesciato: “fermare l’inflazione anche completando le liberalizzazioni”.
- Welfare. È necessario partire dalla riaffermazione del suo valore, ad essa subordinando – logicamente e temporalmente – l’invocazione al riformismo di non “sottrarsi alla sfida di riformare le istituzioni sociali”. Non si può menzionare il reddito minimo e non menzionare (fornendone una qualche articolazione) politiche sociali e servizi decisivi: istruzione, sanità, previdenza per i quali va ribadito che non possono essere offerti dal mercato (se non in via integrativa e solo per alcune funzioni) e per i quali, dunque, occorre government, capacità non solo di indirizzo ma anche di gestione e di offerta del settore pubblico (qualificata, rinnovata, etc.). I diritti universali non possono essere adeguatamente assicurati se si consente che baleni una sorta di dicotomia tra una “rete di protezione minima” da una parte, dall’altra “la riduzione delle diseguaglianze attraverso le politiche attive del lavoro e la formazione permanente”. Non si può nemmeno suggerire l’idea che per combattere le diseguaglianze gli strumenti privilegiati possano essere i benefici per via fiscale quali i crediti d’imposta. Ad essi sono da preferire strumenti, a parità di efficacia redistributiva, molto meno costosi e più capaci di intervenire attivamente sui processi disegualitari, come i servizi di istruzione e di formazione su cui andrebbe ritarato l’intero welfare. Si pone, infatti, la necessità di una inversione delle politiche neoliberiste di privatizzazione del sapere: rilanciare gli obiettivi di Lisbona comporta sottolineare il nesso tra eguaglianza dei diritti di tutti all’apprendimento lungo l’intero arco della vita e crescita economica e democratica del sistema Europa.
- Ambiente, ricerca e innovazione. E’ giustamente richiamata l’importanza dell’attuazione del Protocollo di Kyoto. Tuttavia non è condivisibile l’acritico riferimento alla modernizzazione come leva automatica di progresso e di crescita economica. Il tema centrale è la riconversione ecologica dell’economia: la stessa riduzione delle emissioni di gas serra non comporta solo benefici ambientali, elimina spese (per il disinquinamento, per le calamità) e stimola competizione sulla qualità del modo di produrre e dei prodotti. Un discorso analogo può essere svolto per la contrarietà agli ogm in agricoltura, per la conservazione della biodiversità, per la tutela del mare (Mediterraneo in particolare), per il diritto all’acqua, per la cooperazione allo sviluppo sostenibile (lo 0,7% del Pil europeo). È correttamente indicato il ruolo importante degli stati negli investimenti innovativi ma non è mai menzionata la necessità di una politica industriale europea, con tutti i problemi connessi (specializzazione produttiva e qualità dei prodotti, convergenza delle strutture, assetti dimensionali e così via). È sorprendente il mancato recupero del Piano Delors (tra l’altro, su questo terreno perché suggerire che si debba apprendere solo dall’Irlanda?). Per la ricerca il problema maggiore sembra essere l’“abbattimento di barriere, nazionali e corporative”, per le Università l’introduzione “di un po’ di sana concorrenza” fra di esse e l’eliminazione di “barriere e nicchie”. Non c’è menzione per l’Italia della sorte dei centri pubblici di ricerca, oggi tutti drammaticamente in crisi. Solo nel contesto di una elaborazione sulla politica industriale europea si può meglio trattare il tema (peraltro debordante) privatizzazioni/liberalizzazioni, cominciando a sanare quella che è stata la loro carenza maggiore, cioè la mancata definizione delle “finalità” a cui debbono servire.
[Laura Pennacchi, Fabio Mussi]





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