Finalmente un modo di pensare condivisibile
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Da IL GAZZETTINO di Lunedì, 26 Aprile 2004
DUE MODI DIVERSI DI FARE LA RESISTENZA
di MASSIMO FINI
Adesso che è in ballo la vicenda irachena si assiste a un curioso ribaltamento di posizioni sulla Resistenza italiana del 1943-45. Le destre, che l'hanno sempre detestata o comunque sottostimata, ritengono improponibile, e offensivo, qualsiasi parallelo fra la Resistenza e la ribellione degli iracheni all'occupazione americana, le sinistre vi vedono invece delle affinità anche se attribuiscono alla Resistenza italiana, non a caso sempre citata con la maiuscola, una caratura e un valore superiore alla resistenza irachena, sempre citata in minuscolo.
Emblematico dell'atteggiamento delle destre è l'articolo di Franco Cangini, pubblicato sul Giorno del 23/4, in cui l'opinionista, in polemica con le sinistre, afferma che "non tutte le resistenze sono una cosa buona, e non tutte le occupazioni una cosa cattiva". Ora, io non so se la resistenza in sè, declinata con la maiuscola o con la minuscola, sia una cosa buona, credo però che sia un diritto, oserei dire naturale, di ogni popolo di ribellarsi all'occupazione armata del proprio territorio da parte di truppe straniere, quale ne sia la motivazione e foss'anche animata, tale occupazione, dalle migliori e più nobili intenzioni. Era un diritto degli italiani nel 1943, è un diritto oggi dei ceceni e degli iracheni, a meno che non si voglia precipitare nell'arbitrio più assoluto per cui taluni diritti esisterebbero solo quando appartengono a noi o ai nostri amici.
Tuttavia il parallelo fra Resistenza italiana e resistenza irachena non convince nemmeno me, ma per motivi opposti a quelli che provocano la pelosa indignazione delle destre, ma anche diversi da quelli che lo fanno ritenere lecito alle sinistre.
La Resistenza, che nasce peraltro da un vergognoso tradimento dell'alleato, fu un fatto del tutto marginale all'interno di quella grandiosa e tragica epopea che è stata la seconda guerra mondiale, riscattò moralmente solo quelle poche decine di migliaia di italiani che vi presero parte (e non certo i milioni che stavano alla finestra e divennero improvvisamente tutti antifascisti, da fascisti che erano stati, il 25 aprile del 1945), in quanto al suo apporto materiale nessuno può sostenere, nonostante la tambureggiante e asfissiante retorica che se ne fa da più di mezzo secolo, che la Liberazione fu opera dei partigiani e non degli angloamericani.
La resistenza irachena di oggi mi sembra molto più consistente di quella italiana di allora, sia per numero e incisività delle azioni di guerriglia, sia per l'apporto fattivo che riceve da una buona parte della popolazione (è impossibile viaggiare al ritmo di una mezza dozzina di attacchi, e più, al giorno senza avere un habitat favorevole in cui nuotare). Ma, soprattutto, se gli iracheni riusciranno mai a liberarsi degli occupanti lo dovranno solo a se stessi e non, com'è stato per l'Italia, all'intervento decisivo di truppe straniere.
E la libertà conquistata sulla punta delle baionette altrui non è mai una vera Libertà. Perché manca del sacrificio e della consapevolezza. Ecco perché il mito fondante della Resistenza è un equivoco. Ha infatti consentito agli italiani di far finta di credere che avevano vinto una guerra che invece avevano perso, e nel peggiore dei modi, e soprattutto di non fare i conti con se stessi e con la loro adesione plebiscitaria al Fascismo che della libertà era la negazione. E questo è anche il motivo per cui l'italiano di oggi resta intimamente quello dell'epoca del Fascio, un suddito che non ha il gusto della libertà, perché non se l'è conquistata con le proprie mani ma gli è stata regalata, pronto a servire docilmente, sotto il velo ingannevole della democrazia, qualsiasi tipo di potere, purché sia tale, cioè in grado di minacciare e/o di concedere favori.
Massimo Fini




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