Contrordine compagni, si resta...
...in Iraq
Così si esprime il "leader?" dell'Ulivo momentaneamente all'estero.
Aggiungendo:"Bisogna evitare il collasso di quel Paese".
Se mai di soldati se ne devono aggiungere altri, quelli dei Paesi arabi moderati.
Come ai bei tempi dei "trinariciuti" di Guareschi.
Ma certo che l'Ulivo ce l'ha il leader!
saluti
Entro metà maggio si vota...
…il ritiro dall’Iraq
Roma. Ufficialmente sono tutti d’accordo, nella Lista Prodi: “Entro un paio di settimane si vota sul ritiro dei militari dall’Iraq”.
Quella che fino a due giorni fa era per Fabio Mussi
“un’accelerazione inevitabile”, ora è la linea ufficiale del centrosinistra (escluso Mastella). Sbaragliata ogni resistenza visibile, il lodo Zapatero si traduce nella richiesta, “al massimo entro il 15 maggio, di richiamare le truppe italiane”.
L’aveva anticipato in mattinata a Radio Radicale Luciano Violante, al termine di un breve incontro a Montecitorio con Pierluigi Castagnetti (Margherita) e Ugo Intini (Sdi). Lo ha ribadito lo stesso presidente dei deputati ds, più tardi, dopo una riunione dei capigruppo della Lista Unitaria con i colleghi di Rifondazione, Verdi, Pdci e correntone.
“Tutti concordiamo sulla necessità che ci sia una discussione parlamentare e che quel dibattito si concluda con il voto di un documento unitario del centrosinistra per il ritiro dei soldati”,
ha sentenziato Violante prima d’incassare, alla conferenza dei capigruppo di Montecitorio, la promessa che entro maggio il governo riferirà sugli ultimi sviluppi della vicenda irachena.
Non c’è ancora una data certa, perché nessuno vuole infilarsi in un dibattito che si preannuncia al calor bianco prima che la questione degli ostaggi sia risolta.
L’Ulivo allargato a sinistra sta già “approfondendo i dettagli della
mozione”, annuncia soddisfatto Paolo Cento, visto che non c’è nessuna possibilità di una svolta e allora – rincara Castagnetti – “stando così le cose la scelta diventa ineludibile”.
Reazioni diverse tra le poche (e per ora inascoltate) voci dissenzienti rispetto alla deriva zapaterista. Intanto c’è la sorpresa per l’allineamento apparentemente indolore della Margherita (ma Franco Marini, “a Bruxelles per preparare gli ultimi pacchi e dire arrivederci”, confessa che “la cosa non mi convince”).
C’è lo sconcerto di Clemente Mastella: per il leader di Alleanza Popolare-Udeur “il fatto che al Qaida tenga sotto scacco uno Stato-canaglia come la Siria dovrebbe far riflettere chi spera di ottenere benefici dal ritiro dei nostri soldati”.
Certo è che “la radicalizzazione di cui è vittima l’Ulivo origina dal timore di perdere voti verso la sinistra intransigente – aggiunge al Foglio—ma il punto è questo: quando l’opposizione reclama il rientro dei militari e al contempo Berlusconi si prepara a ricevere Bush, il 4 giugno, si capisce che c’è una tendenza trasversale a far prevalere le ragioni elettorali sugli effetti del dramma in corso”.
“Proprio ora che l’Onu incoraggia Brahimi?”
E c’è lo spiazzamento dei riformisti chiusi nell’angolo: delusi ma battaglieri.
Comunque in disaccordo. Combattivo il senatore dei Ds Enrico Morando, che si aggrappa all’ultima relazione del consigliere di
Annan, Brahimi, e per quanto possibile invita a ragionare.
“Possibile – dice al Foglio- che l’Ulivo ripieghi proprio nel momento in cui il rappresentante tedesco della presidenza del Consiglio di sicurezza, Guenther Pleugerl, plaude al lavoro di Brahimi, lo incoraggia a proseguire e attende con ansia il suo nuovo rapporto? Mentre si prospetta entro un mese la possibilità che in Iraq si chiarisca il rapporto, cito testualmente, tra le ex potenze occupanti, il gruppo base del governo provvisorio e le nazioni che fossero disposte a sostenere l’intervento dell’Onu”.
L’impressione è che il centrosinistra indietro non tornerà. “Non è detto. Anzi – conclude Morando – le priorità sono due: sostenere le iniziative delle Nazioni Unite e incalzare il governo perché assuma una posizione più esplicita con gli alleati anglo-americani. I margini di successo restano significativi”.
“Ovviamente contrario” alla linea Zapatero il senatore ds Franco Debenedetti, non da oggi e con decisione:
“L’Italia non deve andar via dall’Iraq, a prescindere da quel che accadrà entro il 30 giugno”.
In sintonia con Morando, Debenedetti individua “un elemento di forte novità” nelle dichiarazioni del Consiglio di sicureza dell’Onu, “considerato a ogni pie’ sospinto depositario di speranza e virtù”, e non si spiega “come sia possibile proprio oggi parlare di una mozione per il ritiro da votare entro il 15 maggio”. La protervia del centrosinistra può essere interpretata come un segno di debolezza di fronte al ricatto dei terroristi islamici? “Io credo che uno Stato possa trattare coi terroristi ma non cedere ai loro ricatti. Non m’illudo che nel centrosinistra la tendenza si possa raddrizzare facilmente, il confronto interno è affidato per lo più a iniziative personali ma non è detto che non ci sia più spazio per riunirsi e battagliare. E non solo in Italia. Resto convinto che sia necessario radunare un consenso internazionale quasi totalitario intorno alla ragionevolezza. Per non abbandonare l’Iraq in uno stato di guerra civile o sotto un regime talebano”.
dedicata al "leader?" Prodi Romano
saluti
Nota per la lista Prodi dopo Melfi: il....
…il riformismo senza popolo è stato già bocciato dalle urne nel 2002
Al direttore – Dopo la campagna sull’impoverimento dei ceti medi, la denuncia della condizione operaia. La rivolta di Melfi costringe il centrosinistra a riscoprire le tute blu. Un problema per l’Ulivo, che aveva scelto come asse del suo riformismo sociale una maggiore solidarietà nei confronti degli esclusi e più forti libertà di mercato. Tagliare le tasse non basta, si afferma nel programma della Lista Prodi. Sono altri gli ostacoli che ci impediscono di crescere e di lavorare di più. Sono le liberalizzazioni bloccate, una ricerca e un’innovazione tecnologica cenerentole d’Europa.
Non un cenno al cuneo contributivo. L’omissione è singolare, perché la differenza tra costo del lavoro e retribuzione netta è stata sempre annoverata tra le cause delle nostre difficoltà competitive. Non solo. Margherita e Ds hanno presentato un emendamento alla legge delega previdenziale che prevede di fiscalizzare ciò che resta degli “oneri impropri”, i quali finanziano istituti non pensionistici (oggi pari all’1,68 per cento per la copertura degli assegni familiari).
Per Tiziano Treu e Paolo Onofri (Il Sole-24 Ore) la riduzione del cuneo contributivo è una scelta alternativa alla riforma fiscale del governo. Può aumentare il reddito disponibile del lavoratore e incentivare i consumi se la diminuzione degli oneri sociali va in busta paga.
Se va all’impresa può favorire l’occupazione. In effetti, la fiscalizzazione di una quota dei contributi sociali sui bassi salari è una soluzione caldeggiata dall’Ue. E’ curioso che siano esponenti di spicco della Margherita a rilanciare questa proposta. Come è degno di nota il silenzio dei Ds. Ma una spiegazione c’è. Perché nel documento presentato da Giuliano Amato non è tanto il costo del lavoro, ma la questione stessa del lavoro che viene declassata a problema sindacale. Grande spazio viene dedicato alla tutela di giovani, donne, anziani, immigrati, consumatori, risparmiatori, agricoltori, imprenditori.
Brilla l’assenza del lavoratore dipendente. Non è poco, per chi dichiara di voler fondare l’unità delle forze riformiste su un nuovo patto tra produttori.
Manca un punto di vista convincente sul futuro del lavoro nella società del rischio e della conoscenza, assunta come paradigma culturale dal listone unitario. La prospettiva di una nuova cittadinanza viene legata all’inclusione dei poveri e dei non garantiti, magari attraverso la panòplia dei redditi minimi e di inserimento a carico della mano pubblica. Il dominio della precarietà viene aggirato. Nel presupposto di poter costruire, oltre il mondo lacerato del lavoro, una sfera del “buon governo” che trova radici e giustificazione nelle intuizioni di un gruppo dirigente illuminato. Eppure il “riformismo senza popolo” è stato già bocciato dagli elettori nel maggio 2001.
al Foglio
Michele Magno, della direzione dei Ds....
...che non si rivolge al "leader?" Prodi Romano. Chissà perchè?
...ce lo spiegherà brunik col contorno dei seguaci
saluti