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    Predefinito Cosa si diceva sull'Iraq....

    ....dieci giorni fa

    Da due anni, intorno alla decisione di portare la democrazia in Medio Oriente sulla punta delle baionette, è in corso la più grande battaglia o deriva mediatica dei tempi moderni. L’informazione primaria è quella dal territorio, e la costruiscono i servizi d’informazione, i centri di comando e controllo degli eserciti e delle milizie tribali o di clan, le agenzie di stampa occidentali e mediorientali, il pool dei corrispondenti televisivi e della carta stampata, soprattutto le televisioni arabo-islamiche che sono la colossale novità politica di questo periodo.
    L’informazione secondaria è quella che arriva, dopo il filtro decisivo che abbiamo appena menzionato, ai lettori della stampa occidentale e a chi guarda le tv europee e americane: è cucinata nella salsa delle analisi, delle opinioni e dei commenti politici (elaborati spesso dagli “esperti” e dai diversi centri di analisi o think tank), dipende da equilibri di cultura e di potere legati alle diverse situazioni nazionali, ma si esprime in una tendenza civile via via sempre più forte, perché più facile e fluente nel linguaggio comune, cioè quella umanitaria e, in moltissimi casi, apertamente pacifista.
    Il suo succo è semplice: la guerra è stata un errore che genera terrorismo, l’Iraq è un carnaio bestiale da cui occorre fuggire al più presto, la democrazia non si esporta con le armi, prima bisogna risolvere la questione israelo-palestinese che è all’origine di tutto, va ripristinata la legalità internazionale ovvero una cosa che non si sa che cosa sia sotto il comando di un’entità che non si sa che cosa sia ma si chiama Onu.
    Ci sono modi più o meno da minchioni di sostenere questo trend, e in qualche caso gli scettici più intelligenti vanno letti e ascoltati, ma l’impasto prevalente è pura ideologia, disprezzo della storia e della cronologia, facilismo e pregiudizio antiamericano e antisraeliano e antioccidentale.
    Vedremo che cosa dirà oggi il presidente degli Stati Uniti, che parla in serata dopo giorni assai duri per la coalizione e per molte città irachene. Bush è alle prese con il funzionamento giustamente ostico e bilanciato della democrazia americana, in particolare in fase elettorale, e la mossa interna già annunciata è la riforma dei servizi di sicurezza che non riuscirono a prevenire la strage dell’11 settembre.
    Ma per il resto è tutto estremamente chiaro: il tentativo di mettere a ferro e fuoco il paese è destinato al fallimento, come dice l’Economist non c’è alcuna guerra civile in corso, le bande claniche fanno il loro disperato mestiere, che è quello di uccidere, rapire e torturare, e la repressione militare è un dovere senza scampo della coalizione.
    Un dovere agganciato all’unico progetto politico serio per favorire la pace nel mondo: trasformare l’Iraq in un paese stabile e affidabile per la comunità internazionale, dotato di istituzioni rappresentative.
    Chi è dentro questo progetto difficilissimo, che giornali e tv in maggioranza non comprendono o rigettano, lavora per la pace. Chi è fuori, per la dissoluzione e l’anarchia internazionale.

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Re: Cosa si diceva sull'Iraq....

    In origine postato da mustang

    ...
    trasformare l’Iraq in un paese stabile e affidabile per la comunità internazionale, dotato di istituzioni rappresentative.
    Chi è dentro questo progetto difficilissimo, che giornali e tv in maggioranza non comprendono o rigettano, lavora per la pace. Chi è fuori, per la dissoluzione e l’anarchia internazionale.

    saluti
    26 Aprile 2004
    11.40 - AVVIATE TRATTATIVE CON EX DIRIGENTI BAATHISTI DETENUTI.
    Sarebbero già iniziate le trattative tra il comando alleato in Iraq e numerosi esponenti dell'ex partito al potere Baath, per un loro coinvolgimento nel futuro governo iracheno. La notizia sarebbe stata confermata da fonti del consiglio governativo riprese dal giornale arabo Al-Sharq Al-Awsat. Ci sarebbe anche un accordo tra le parti che prevedere la liberazione di 2500 esponenti dell'ex partito guidato da Saddam Hussein presenti nelle carceri irachene, tra cui il nipote di Saddam Hussein.


    Il nipote di Saddam Hussein in una foto d'archivio

  3. #3
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    Predefinito Una strategia per....

    .... l’Iraq, si intitola così l’articolo scritto ieri sul Washington Post dal candidato democratico anti Bush, John Kerry.
    Il senatore del Massachussetts, cioè la speranza del centrosinistra europeo, non è uno Zapatero né uno del correntone né un riformista pentito.
    Kerry è più simile a Tony Blair che a Massimo D’Alema.
    A suo tempo votò per la guerra in Iraq, mentre ora che la coalizione si trova in difficoltà non scarica le responsabilità sul suo avversario.
    Kerry invece tiene a sottolineare che sta sul fronte della sinistra antifascista, dalla parte di chi non cede alla minaccia del nemico:
    “Gli estremisti che attaccano le nostre forze devono sapere che non riusciranno a dividere l’America né a fiaccare la determinazione americana né a costringere un ritiro prematuro delle truppe degli Stati Uniti. Il nostro paese è impegnato ad aiutare gli iracheni per costruire una società stabile, pacifica e pluralista. Non importa chi sarà eletto presidente a novembre, in ogni caso noi continueremo questa missione”.
    Per fare questo, e per ridurre al minimo le possibilità di fallimento, Kerry scrive che “dobbiamo usare completamente le risorse che abbiamo. Se i nostri comandanti militari chiedono più truppe, dobbiamo mandargliele”.

    Kerry ovviamente critica anche Bush:
    “Il nostro uso della forza deve essere legato a un obiettivo politico più complessivo della semplice cacciata di un regime”. Bush, spiega Kerry, ha avuto “parecchi piani per una transizione democratica, ma ciascuno di essi, dopo che si è dimostrato inadatto, è stato abbandonato”.
    Ora, ricorda il candidato democratico, c’è la data del 30 giugno per il ritorno della sovranità agli iracheni, ma non c’è ancora un accordo su chi prenderà il potere.
    Kerry non invoca l’Onu, perché sa, a differenza della sinistra italiana, che l’Onu in Iraq c’è già.
    Scrive, infatti, che “il rappresentante Onu Lakhdar Brahimi sta sviluppando una formula per un governo provvisorio che ogni singola fazione irachena possa accettare. E’ fondamentale che Brahimi compia la sua missione”.
    La proposta di Kerry è questa: “Gli Stati Uniti potranno dare una mano a Brahimi dicendo già adesso che sosterremo (Kerry usa appositamente la prima persona plurale, ndr) qualsiasi suo piano che si sarà guadagnato il sostegno dei leader iracheni”.
    Kerry, che è più multilateralista di Bush, spiega che si dovrà rinnovare lo sforzo per attrarre un sostegno internazionale che, per Kerry, non deve essere a parole ma “nella forma di più truppe sul terreno”.
    L’avversario di Bush invoca il coinvolgimento della Nato, anche se l’Iraq non rientrerebbe nelle competenze territoriali dell’Alleanza atlantica, per dare vita a “un’operazione per l’Iraq sotto la guida di un comandante americano”. Alle Nazioni Unite, Kerry affiderebbe, come già è affidata, la gestione della transizione politica e, insieme, quella economica e sociale. “La responsabilità della sicurezza deve rimanere in mano all’esercito americano, con l’aiuto della Nato fino a che avremo una forza di sicurezza irachena pienamente preparata a prendersi la responsabilità”.

    Un’America diversa
    I giornali americani, anche i più liberal, raccontano un’America diversa da quella che si legge sui giornali italiani a proposito dell’inchiesta sull’11 settembre.
    Il primo editoriale del Washington Post di ieri, quello che dà la posizione del giornale, diceva che “leggendo il memorandum nelle sua interezza è dura sostenere, come fanno gli oppositori di Bush, che sia la smoking gun che prova come l’Amministrazione stesse dormendo prima dell’11 settembre”. Secondo il Washington Post è “ingiusto e non realistico”. Certo, scrive il giornale, il memo conteneva avvertimenti che avrebbero dovuto spingere il presidente a fare di più.
    Ma è David Brooks, editorialista del New York Times, a spiegare bene la questione. Venti anni fa, ha scritto ieri Brooks, il segretario di Stato di Ronald Reagan, George Shultz, disse in un famoso discorso che combattere una guerra al terrorismo significa avere a che fare con l’incertezza. I terroristi operano al di fuori delle regole normali e i loro attacchi sono difficili da anticipare, per questo “le nostre risposte dovrebbero andare oltre la difesa passiva fino a considerare azioni preventive, precauzionali e di rappresaglia. Il nostro obiettivo deve essere prevenire e scoraggiare atti terroristici futuri”. Secondo Brooks “non possiamo attendere quelle prove definitive che servono in un processo”.
    Il segretario alla Difesa di Reagan, Caspar Weinberger, scrive ancora Brooks, la pensava in modo diverso e diceva che
    “l’incertezza avrebbe dovuto consigliarci maggiore cautela”.
    Il paradosso è, conclude Brooks, che se si guarda alla Commissione che indaga sull’11 settembre sembrano tutti
    schultziani, perché sia Clinton sia Bush sono accusati di non essere stati abbastanza aggressivi contro i terroristi.
    Se, invece, si dà un’occhiata al dibattito sull’Iraq gli stessi diventano weinbergiani e in questo caso, in mancanza di una prova regina, diconoche l’America avrebbe fatto meglio a
    essere più cauta.

    fascisti, nazisti, comunisti hanno e seguitano a collaborare per governi altamente democratici; perchè no baatihsti?

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Attenzione!

    ....scoop!!

    La direzione di questo giornale (il Foglio) sapeva in anticipo dell’attacco di al Qaida a New York e a Washington e non ha mosso un dito, anzi ha vistato e stampato.
    L’11 settembre del 2001, mentre il mondo dormiva e quasi non aveva mai sentito parlare di Osama bin Laden né dei talebani, il Foglio è uscito con un articolo di prima pagina, scritto ovviamente il giorno prima, cioè il 10 settembre, nel quale lo sceicco del terrore veniva accostato al regime fondamentalista afghano. Il titolo dell’articolo, non di un memorandum per il presidente Bush, uscito in prima pagina la stessa mattina dell’attacco all’America, era: “Gli scudieri di bin Laden influenzano sempre più il regime dei Talebani”. Di più, lo stesso articolo che parlava di Osama e dei talebani, pubblicato nel giorno in cui il mondo è cambiato, si concludeva con queste parole, ci crediate o no: “Nell’attentato delle Torri gemelle di New York”. Punto, fine.
    L’autore era Fausto Biloslavo, non il capo dell’antiterrorismo Richard Clarke, e ovviamente si riferiva al precedente attentato alle Torri gemelle, quello del 1993.
    C’è un’aggravante, che dimostra quanto qui si sapesse e non si sia fatto niente. Altro che le sottovalutazioni imputate a Condoleezza Rice.
    Un anno prima dell’11 settembre, era il 3 settembre del 2000, il Foglio dei ritratti ha pubblicato un articolo scritto da Sukumar Periwal, nostro collaboratore indiano, su bin Laden. Nell’articolo si spiegava, cito da uno dei titoli, che per il capo di al Qaida
    “uccidere gli americani e i loro alleati è preciso dovere individuale per ogni musulmano che possa farlo in ogni paese in cui sia possibile farlo”.
    Più preciso di così si muore, altro che memorandum della Cia. Scrisse Periwal sul Foglio che “l’America è sconvolta dall’esplosione al World Trade Center di New York. L’inconcepibile è accaduto: un attacco terroristico sul territorio americano, il più fiero simbolo della maggiore città d’America sventrato”. Sapevamo, dunque. Abbiamo scritto di Osama e dei talebani, dell’attentato alle Torri e dell’attacco al suolo americano: l’inconcepibile era già accaduto.
    Trovammo, un anno prima dell’11 settembre, anche il legame con l’Iraq:
    “La guerra privata di bin Laden contro gli Stati Uniti è giunta al culmine nell’estate del 1998. Il 7 agosto, ottavo anniversario delle sanzioni dell’Onu contro l’Iraq, due esplosioni simultanee devastano le ambasciate americane di Nairobi e di Dar es Salaam, uccidendo più di duecentoventi persone”.
    Bill Clinton, ricorderete, rispose bombardando senza autorizzazioni Onu i campi di addestramento in Afghanistan e una fabbrica di armi chimiche in Sudan, ma le armi non c’erano (ricorda qualcosa?).
    Bin Laden rimase vivo e vegeto e, scrisse Il Foglio, fece sapere che “la guerra è appena cominciata”.
    Anche il grido di battaglia dei fascisti islamici, diventato noto un anno dopo, apparve sul Foglio un anno prima: “Noi amiamo questa morte, la morte per la causa di Allah, tanto quanto voi amate la vita”.
    Quel giorno del 2000, quando Il Foglio pubblicò queste frasi, al governo c’era Giuliano Amato. Perché il presidente Amato non si mosse? Perché non inviò un memo all’amico Bill Clinton?
    Non era un memorandum segreto, il nostro. Era un articolo di giornale, pubblico per definizione.
    Era tutto chiaro, c’era scritto tutto.
    Eppure nessuno fece niente.
    Ragionassi come chi non ragiona direi che è colpa di Amato e di Clinton, che è colpa di chi vide, lesse e si girò dall’altra parte.
    E’ così? Ovviamente non è così. Nessuno, neanche qui dove queste cose sono state pubblicate, poteva immaginare quello che poi è successo.
    L’11 settembre è un difetto di immaginazione.
    Sostenere che una nota dei servizi segreti, che peraltro avrebbe dovuto restare segreta, avesse avvertito della pericolosità di Osama è una boiata pazzesca. Osama aveva fatto un paio di conferenze stampa per annunciarlo, aveva emanato due fatwe per comunicarcelo in modo tutt’altro che segreto. Aveva già attaccato quattro o cinque volte obiettivi americani, aveva già ucciso qualche centinaio di americani prima dell’11 settembre 2001. Non c’era bisogno di nessun rapporto segreto, sarebbe stata necessaria una maggiore risolutezza della Casa Bianca.
    Ma quando Clinton sparacchiò i Cruise, alcuni dei quali finirono su Baghdad, gli stessi che oggi accusano Bush di non aver agito
    per tempo, dissero che Clinton l’aveva fatto per distogliere l’attenzione dallo scandalo di Monica Lewinsky.
    E se il 7 agosto 2001, proprio sulla base del memo dei servizi del
    giorno precedente, Bush avesse attaccato i talebani, la potenza mediatica che oggi lo accusa di non aver fatto niente, ci avrebbe
    dottamente spiegato che Bush era un criminale di guerra.

    Christian Rocca.

    saluti

  5. #5
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    Predefinito Re: Attenzione!

    In origine postato da mustang
    ...L’11 settembre del 2001, mentre il mondo dormiva e quasi non aveva mai sentito parlare di Osama bin Laden né dei talebani, il Foglio è uscito con un articolo di prima pagina...
    Ma questo Rocca a chi vuole sfottere, oltre a voi pollisti? Di Bin Laden si parlava da quasi 10 anni, dal primo attentato alle torri e poi alle ambasciate africane, alla distruzione dei Budda da parte dei talebani, ecc. Ma questo Rocca dove stava, scriveva articoli su Totti?

  6. #6
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    Predefinito L'Onu che....

    ....c’è

    Milano. Siccome l’Onu in Iraq c’è già e da settimane si sta occupando del passaggio dei poteri agli iracheni, l’inviato del segretario generale Kofi Annan, Lakhdar Brahimi, ieri ha tenuto una conferenza stampa a Baghdad per fare il punto su quale autorità irachena dovrà farsi carico di guidare il paese all’indomani della fine dell’occupazione della coalizione guidata da Paul Bremer, cioè dal primo luglio, e di portarlo fino alle prime elezioni libere del gennaio 2005: “Siamo fiduciosi che sarà possibile formare un governo di questo tipo entro il mese di maggio”, ha detto Brahimi alla fine di dieci giorni di colloqui con i leader politici e i rappresentanti della società civile. L’inviato Onu ha detto che il nuovo governo sarà “guidato da un primo ministro e da donne e uomini iracheni noti per la loro onestà, integrità e competenza”. Ci saranno, ha detto, anche un presidente capo dello Stato e due vicepresidenti. Brahimi ha ricordato che il processo politico nasce dall’accordo del 15 novembre 2003, imposto dalla risoluzione 1511 dell’Onu. Per effetto di quell’accordo tra gli iracheni e la coalizione, il primo luglio si scioglieranno sia la Cpa di Bremer sia il Consiglio governativo iracheno. Brahimi ha detto che alcuni membri del Consiglio hanno già assunto altre responsabilità mentre altri continueranno a lavorare nelle nuove istituzioni.
    Nei prossimi giorni, Brahimi tornerà a New York per informare direttamente Annan, prima di tornare ancora a Baghdad per altre consultazioni. Nulla è deciso in modo ufficiale, ma le parole di Brahimi danno già qualche indicazione. Pare che ci sia un accordo diffuso tra le forze politiche irachene sulla convocazione di un’ampia Conferenza nazionale da tenersi a luglio. Le assise avrebbero l’obiettivo di eleggere un’Assemblea consultiva da affiancare al governo provvisorio fino alle prime elezioni del gennaio 2005.
    Brahimi ha ricordato che il team elettorale dell’Onu è al lavoro da tempo, ma da parte irachena restano da compiere “passi urgenti e necessari per riuscire a tenere le elezioni in tempo”. Brahimi ha criticato l’eccessivo uso della forza da parte degli americani a Fallujah e la politica di debaathificazione, cioè il licenziamento di migliaia di dirigenti pubblici legati al partito di Saddam, decisa dal Consiglio governativo nei mesi scorsi, ma ha detto che il quadro politico “dovrebbe aiutare, spero, questo paese ad andare avanti verso la ripresa, la pace e la stabilità”.

    per i duri d'orecchio....l'Onu in Iraq c'è

    saluti

  7. #7
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    Predefinito L'Onu che

    ….verrà

    Roma. “Vorrei un’altra risoluzione dell’Onu – ha detto il presidente degli Stati Uniti George W. Bush rispondendo ai giornalisti durante una conferenza stampa alla Casa Bianca (vedi pagina tre) – potrebbe invogliare altri alleati a impegnarsi nella stabilizzazione del paese”.
    L’obiettivo di una nuova risoluzione non è tanto quello di affidare al Palazzo di vetro un ruolo centrale nella transizione irachena, ruolo che almeno in parte ha già, come dimostra la missione di Lakhdar Brahimi, inviato del segretario generale Kofi Annan, a Baghdad.
    Lo scopo ora è superare le resistenze, crescenti in un periodo di crisi sul terreno, di alcuni paesi che potrebbero decidere di partecipare attivamente all’opera di pacificazione e di ricostruzione dell’Iraq liberato da Saddam, ma in un quadro generale diverso rispetto al recente passato. Si ripassa dunque per l’Onu – lo chiede anche la diplomazia italiana – per arrivare a un coinvolgimento più diretto della Nato (leggi: Francia e Germania), della Russia, della Lega araba, e di altri Stati come il Pakistan, cui Washington ha già chiesto l’invio di truppe in Iraq.

    Subito giunge un segnale di apprezzamento dalla cancelleria tedesca: Thomas Steg, portavoce di Gerhard Schroeder, dice che quello di Bush è per la Germania “un segnale importante sulla strada giusta”. Anche se Berlino non invierà comunque soldati in Iraq, la voglia di collaborazione cresce.
    Come cresce il desiderio di Mosca di ritornare in gioco nella partita irachena: i russi ben conoscono la zona (i suoi pericoli ma anche i suoi interessi strategici) e hanno forze in grado di essere dispiegate anche sotto le più politicamente sostenibili spoglie di corpi della protezione civile, come sono le unità, ben armate ed equipaggiate, del ministero delle Emergenze.
    Mentre secondo il Sunday Times, la sorpresa vera potrebbe arrivare per Parigi: Londra starebbe meditando di chiedere al presidente Jacques Chirac un impegno a inviare un contingente in Iraq. Per queste ragioni, il premier Tony Blair arriva in America per mettere a punto, con Bush e con Annan, i dettagli del nuovo passaggio all’Onu. L’ambasciatore americano al Palazzo di vetro ci sta già lavorando da mesi, e potrebbe anche essere la sua ultima mediazione newyorchese visto che, secondo indiscrezioni, sarebbe l’uomo scelto dalla Casa Bianca per sostituire Paul Bremer a Baghdad, dopo il 30 giugno.

    saluti

  8. #8
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    Predefinito Pure la Chiesa....

    ...aveva una certa opinione

    Il cardinale Renato Martino è presidente del Pontificio consiglio dellagiustizia e della pace, e in questa veste, alla vigilia della guerra in Iraq, fu tra i più fermi contestatori della politica americana, in sintonia con gli appelli del Papa.
    Non ha nulla da rettificare su quella posizione critica, che trova anzi confermata dalle difficoltà terribili in cui si trovano oggi le missioni militari in quel paese.
    Ma non chiede affatto di ritirarle, anzi.
    Al governo spagnolo, che ha avuto tanta fretta di onorare il suo impegno elettorale, risponde parafrasando l’Ecclesiaste: “C’è un tempo per le promesse e un tempo per la loro realizzazione”. Oggi l’Iraq, lasciato “solo”, precipiterebbe “in una guerra di tutti contro tutti, che finirebbe probabilmente con lo sfociare in un regime fondamentalista”.
    La Chiesa, almeno nelle sue gerarchie, è rimasta realista, non ha dimenticato la lezione di san Tommaso, l’ordine è un bene da costruire sulla base dei fatti, né quella di san Paolo che raccomandava al suo amico Timoteo di “pregare per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità”.
    Non dimentica neppure la comunità cristiana in Iraq, un tempo protetta da Tareq Aziz nell’ambito del regime di Saddam, che oggi rischia di finire stritolata nella guerra tra sunniti e sciiti, come mostra la fuga di molti caldei dai quartieri infuocati di Baghdad. L’essere allo stesso tempo una cattedra spirituale planetaria e l’insieme di tante comunità radicate in ogni parte del mondo conferisce alla Santa Sede la responsabilità di corrispondere all’impegnativo ammonimento evangelico:
    “Siate astuti come serpenti, candidi come colombe”.
    Il Vaticano punta a un intervento multilaterale coordinato dall’Onu, non lo pensa però come un’irrealistica punizione all’America, tanto meno come pretesto per abbandonare il campo. Di questo, invece, Martino accusa Zapatero che, con la sua fretta, ha ostacolato il processo di decisione delle sedi internazionali, processo che ha bisogno di tempo e di concertazione. Realisticamente.

    saluti

  9. #9
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    Predefinito E guarda guarda, pure....

    ....Sartori

    Roma. “La guerra è una cosa orribile, e se la fai vedere è più complicato combatterla”.
    Il politologo Giovanni Sartori, professore emerito alla Columbia University di New York, spiega al Foglio qual è, a suo giudizio, la più attuale lezione del Vietnam:
    “Dobbiamo ricordarci che quella guerra fu persa in televisione, proprio perché fu il primo conflitto ‘visto’ e non solo raccontato dai giornali. Ma il mondo intero vide soltanto le pagine sporche scritte dagli americani, non quelle dei loro avversari, con le conseguenze che tutti conosciamo. Dall’esperienza del Vietnam in poi, sappiamo che in democrazia è molto difficile gestire una guerra e vincerla, avendo contro la televisione. Una dittatura, nascondendo e manipolando, può usarla a proprio beneficio, mentre a una democrazia non può essere consentito. Se ne lamentarono per primi proprio i generali americani impegnati in Vietnam, quando dissero: ‘Combattiamo con le mani legate dietro la schiena’. Certo, sarebbe meglio, per le democrazie, astenersi da qualunque forma di conflitto armato. Non sempre è possibile, e la guerra si può presentare come necessità. Ma anche nella lotta militare contro il terrorismo la lezione vietnamita andrebbe ricordata”.

    La ferita inferta dalla sconfitta nel Sudest asiatico, prosegue Sartori, “per molto tempo ha fatto considerare agli Stati Uniti del tutto inammissibile la prospettiva di perdere anche un solo uomo in guerra. In Serbia, per esempio, furono usati esclusivamente bombardieri ad altissima quota. L’ombra lunga del Vietnam si è spezzata con l’assalto alle Twin Towers. Solo allora l’America è tornata ad accettare l’idea che, se è necessario fare la guerra, questa può comportare perdite umane”.
    A trent’anni dal ritiro degli americani dal Vietnam, è in parte cambiato il giudizio su quella che fu considerata da molta parte
    dell’opinione pubblica occidentale una sporca “avventura imperiale”.
    E dire, commenta Sartori, “che laggiù non c’era neanche il petrolio.
    Ma chi condanna senza appello l’intervento americano in Vietnam
    non conosce la storia.
    In quegli anni era forte il timore, probabilmente fondato, del
    cosiddetto ‘effetto domino’, incombente dopo la perdita dell’Indocina francese”. Si pensava che, se il Vietnam fosse caduto in mano comunista, le ripercussioni sarebbero arrivate ai confini con l’Australia:
    “Non la ritengo una preoccupazione esagerata, e personalmente sono convinto, anche se non c’è la possibilità di prove controfattuali, che quella guerra, seppure perduta, possa essere comunque servita a ottenere lo scopo che si prefiggeva”.
    Oggi c’è chi chiama in causa lo spettro di una “vietnamizzazione” dell’Iraq.
    Ma per Giovanni Sartori, anche tenendo conto che la coalizione sembra scontare una debolezza di tipo “mediatico”, come avvenne nel Sud-est asiatico, il paragone regge solo in parte.
    Nel caso del Vietnam, c’era un’influenza dei media sulle opinioni pubbliche occidentali, mentre “per quanto riguarda l’Iraq, l’influenza della televisione interessa tutti i musulmani.
    Ero contro la guerra preventiva perché pensavo che avrebbe ‘riscaldato’ e fatto dilagare il fondamentalismo, e la televisione, in questo processo di radicalizzazione, è determinante: grazie a lei tutti possono entrare nella scena della storia”.
    Un’altra differenza fondamentale è che “gli americani hanno perso in Vietnam una guerra frontale, con tanto di eserciti schierati, e l’hanno persa perché si combatteva in una fitta giungla tropicale e in acquitrini. Nel deserto questo non avviene: la guerra in quanto tale, in Iraq, è durata pochissimo. Lì, oggi, il problema è la guerriglia urbana. Ho scritto che, a mio avviso, la situazione è assai peggiore di quella vietnamita. E l’America, da sola, non può uscirne. Il danno americano e un’eventuale sconfitta americana, sono un danno e una sconfitta per tutto l’Occidente, di cui l’Europa non potrebbe certo rallegrarsi, perché ne subirebbe le ripercussioni. E sarebbe un disastro per tutto il Medio Oriente, che ne risulterebbe tragicamente destabilizzato. Ero contro la guerra perché in termini di costi-benefici vedevo i primi soverchianti sui secondi. Oggi costringere gli americani a dichiararsi sconfitti sarebbe una catastrofe. E a chi usa l’argomento della ‘guerra per il petrolio’, dico che il petrolio serve anche all’Europa. Anzi, soprattutto a lei”.

    lezione di sano realismo

    saluti

  10. #10
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    Predefinito Il fattore....

    …militare

    La guerra continua la politica con altri mezzi: appunto, con altri mezzi

    E’ dall’agosto dell’anno scorso, dopo l’estate rovinosa culminata con il bombardamento terrorista dell’Onu e della Croce rossa, che insistiamo su un concetto semplice ma apparentemente
    inafferrabile nella congiuntura seguita alla liberazione dell’Iraq:
    la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, ma appunto “con altri mezzi”.
    Questa strana battaglia moderna e leggera contro Saddam
    Hussein, strategica agli effetti della lunga lotta al terrorismo islamista che ci attende, è stata invece preparata e concepita come una variante qualsiasi della politica, su un terreno omologo alla politica, subordinandone integralmente gli sviluppi sul campo
    alla politica e alla diplomazia, e perfino ai labirinti di una campagna
    elettorale.
    In aggiunta, particolare diabolico e rivelatore, politica e diplomazia
    sono diventate sempre di più varianti del sistema dei media e
    della cultura sociologica fatta di indagini demoscopiche, la democrazia dei tg e dei sondaggi.
    L’obiettivo era abbattere con la forza una dittatura destabilizzante nel cuore del medio oriente e introdurre una contraddizione occidentalista, cioè un elemento stabilizzatore di democrazia rappresentativa, in un paese e in un’area stremati dall’arretratezza sociale, dalla miseria clanica e tribale, dal fanatismo religioso ai confini dello scontro di civiltà.
    Chi si proponga una simile ambizione deve avere una forte identità, capace di sostenere e alimentare lo sforzo mentre si attraversa l’oceano delle differenze tempestose, quella religiosa prima di ogni altra.
    E fin qui la spinta delle democrazie anglosassoni, e della coalizione che avevano messo in piedi, sembrava energica e in qualche modo inoppugnabile: patriottismo americano, imperialismo britannico, solidarietà occidentale e atlantica in altre nazioni convergenti o alleate.
    Il problema è però nel fattore militare. Puoi cercare due, tre, dieci risoluzioni Onu; puoi cercare di tessere la tela disfatta da amici, finti amici, rivali ed avversari cento volte; puoi rivestire di mille espedienti retorici la giustificazione della guerra: ma alla fine la guerra è la guerra, e se non controlli il territorio e non imponi con mano ferma la sicurezza, se non offri il senso di una conquista e di una corrispondente resa, se consideri l’Iraq come un quartiere del mondo in cui inviare la polizia internazionale e non come un paese chiave della nazione araba al quale imporre con mezzi non più politici, con “gli altri mezzi” della guerra, la tua pace, allora entri in una zona pericolosa di ambiguità e di equivoco.

    Sono in molti a pensare, un anno dopo, che le forti difficoltà attraversate dalla coalizione in queste settimane dipendano da un deficit di politica e di diplomazia.
    E’ vero esattamente il contrario: i liberatori hanno fatto tutto quanto dovevano in termini politici per limitare l’appoggio civile, etnico, religioso alle bande che portano la sfida terrorista sul fronte principale dal maggio del 2003.
    Lo dimostra la linea di compromesso scelta da Al Sistani, il religioso sciita che tratta autorevolmente con l’inviato dell’Onu Lakhdar Brahimi la transizione a un governo rappresentativo.
    Lo dimostra il molto che in un anno si è costruito per rimettere in piedi quel paese, dall’elettricità alla costituzione, e che il partito del terrore intende distruggere.
    Ma è sul punto cruciale del fattore militare, del potere militare, che la coalizione sta entrando in crisi.
    Non ha nemmeno senso imboccare la via dell’Onu se le vie di Falluja non sono sgombre dei banditi che le occupano, se le milizie private di un mullah di quartiere dettano legge a Najaf, se i paesi confinanti e la rete del canagliume terrorista si muovono a loro agio, sotto la compiacente sorveglianza di numerosi servizi segreti, nel territorio liberato.

    più chiaro di così!!!!

    saluti

 

 
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