....dieci giorni fa
Da due anni, intorno alla decisione di portare la democrazia in Medio Oriente sulla punta delle baionette, è in corso la più grande battaglia o deriva mediatica dei tempi moderni. L’informazione primaria è quella dal territorio, e la costruiscono i servizi d’informazione, i centri di comando e controllo degli eserciti e delle milizie tribali o di clan, le agenzie di stampa occidentali e mediorientali, il pool dei corrispondenti televisivi e della carta stampata, soprattutto le televisioni arabo-islamiche che sono la colossale novità politica di questo periodo.
L’informazione secondaria è quella che arriva, dopo il filtro decisivo che abbiamo appena menzionato, ai lettori della stampa occidentale e a chi guarda le tv europee e americane: è cucinata nella salsa delle analisi, delle opinioni e dei commenti politici (elaborati spesso dagli “esperti” e dai diversi centri di analisi o think tank), dipende da equilibri di cultura e di potere legati alle diverse situazioni nazionali, ma si esprime in una tendenza civile via via sempre più forte, perché più facile e fluente nel linguaggio comune, cioè quella umanitaria e, in moltissimi casi, apertamente pacifista.
Il suo succo è semplice: la guerra è stata un errore che genera terrorismo, l’Iraq è un carnaio bestiale da cui occorre fuggire al più presto, la democrazia non si esporta con le armi, prima bisogna risolvere la questione israelo-palestinese che è all’origine di tutto, va ripristinata la legalità internazionale ovvero una cosa che non si sa che cosa sia sotto il comando di un’entità che non si sa che cosa sia ma si chiama Onu.
Ci sono modi più o meno da minchioni di sostenere questo trend, e in qualche caso gli scettici più intelligenti vanno letti e ascoltati, ma l’impasto prevalente è pura ideologia, disprezzo della storia e della cronologia, facilismo e pregiudizio antiamericano e antisraeliano e antioccidentale.
Vedremo che cosa dirà oggi il presidente degli Stati Uniti, che parla in serata dopo giorni assai duri per la coalizione e per molte città irachene. Bush è alle prese con il funzionamento giustamente ostico e bilanciato della democrazia americana, in particolare in fase elettorale, e la mossa interna già annunciata è la riforma dei servizi di sicurezza che non riuscirono a prevenire la strage dell’11 settembre.
Ma per il resto è tutto estremamente chiaro: il tentativo di mettere a ferro e fuoco il paese è destinato al fallimento, come dice l’Economist non c’è alcuna guerra civile in corso, le bande claniche fanno il loro disperato mestiere, che è quello di uccidere, rapire e torturare, e la repressione militare è un dovere senza scampo della coalizione.
Un dovere agganciato all’unico progetto politico serio per favorire la pace nel mondo: trasformare l’Iraq in un paese stabile e affidabile per la comunità internazionale, dotato di istituzioni rappresentative.
Chi è dentro questo progetto difficilissimo, che giornali e tv in maggioranza non comprendono o rigettano, lavora per la pace. Chi è fuori, per la dissoluzione e l’anarchia internazionale.
saluti




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