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  1. #1
    SENATORE di POL
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    Predefinito Un Ministro Palestinese Sincero...

    da www.israele.net

    " 23-04-2004
    Kaddoumi: L'Olp punta ancora alla distruzione di Israele

    Quando parla della necessita' di continuare la lotta contro Israele, Yasser Arafat intende la lotta armata giaccha' la lotta armata e' il solo mezzo per costringere Israele ad accettare le richieste palestinesi. Lo ha dichiarato Farouk Kaddoumi, il "ministro degli esteri" dell'Olp, in un'intervista rilasciata giovedi' al quotidiano giordano Al-Arab.
    Kaddoumi ha anche affermato che la Carta Nazionale dell'Olp, che indica la distruzione dello stato di Israele come obiettivo principale dell'Olp, non e' mai stata realmente modificata.
    "Fatah venne fondata sulla base della lotta armata - ha detto Kaddoumi - e questa infatti e' l'unica strada che conduce a negoziati politici che costringano il nemico ad accettare le nostre aspirazioni nazionali. Dunque non c'e' altra lotta che non sia la lotta armata militare".
    A proposito del piano di disimpegno dalla striscia di Gaza del primo ministro israeliano Ariel Sharon, Kaddoumi ha detto: "Se Israele vuole andarsene da Gaza, lo faccia. Cio' significa che la resistenza palestinese l'ha obbligato a farlo. Ma la resistenza continuera'. Faremo di Gaza un Vietnam del Nord da dove useremo tutti i mezzi a nostra disposizione per liberare il Vietnam del Sud".
    Kaddoumi ha poi spiegato che la dirigenza dell'Olp gli ha affidato la responsabilita' di sostenere la "resistenza irachena" contro le forze guidate degli Stati Uniti in Iraq. "Non c'e' dubbio - ha aggiunto il responsabile esteri dell'Olp - che la rivoluzione palestinese sostiene la resistenza irachena, e infatti assistiamo nei territori palestinesi occupati a manifestazioni in favore di intifada e resistenza in Iraq". Kaddoumi ha salutato come "un ottimo fenomeno" la nascita in Iraq di un gruppo armato intitolato al capo di Hamas Ahmed Yassin, spiegando che cio' aumentera' la pressione sugli Stati Uniti.
    Kaddoumi ha inoltre affermato che, contrariamente a quanto molti credono, la Carta dell'Olp non e' mai stata modificata nel senso di accettare il diritto ad esistere di Israele. "Finora la Cara Nazionale Palestinese non e' stata emendata - ha spiegato - E' stato detto che alcuni suoi articoli non sono piu' in vigore, ma non sono stati cambiati. Io sono tra coloro che non accettarono alcun cambiamento". (Fin della firma dei primi "accordi di Oslo" nel 1993, l'Olp si e' impegnata, fra l'altro, a emendare la propria Carta Nazionale per renderla compatibile con lo spirito e la lettera del processo di pace. Dopo molte resistenze, nell'aprile 1996 l'Olp votava la cancellazione degli articoli della Carta in contrasto con il processo di pace, senza tuttavia specificare quali, e rimandava la loro riformulazione. Tale posizione veniva ribadita il 14 dicembre 1998 con un voto del Consiglio Nazionale Palestinese riunito a Gaza alla presenza del presidente americano Bill Clinton.)
    A una domanda sulla richiesta di Stati Uniti e Israele che cessi il terrorismo come condizione per la ripresa del processo di pace, Kaddoumi ha risposto: "Possono andare al diavolo".
    Kaddoumi ha infine aspramente criticato il ministro degli esteri dell'Autorita' Palestinese Nabil Sha'ath, accusandolo di essere una nullita', di non rappresentare nessuno e di essere falso e contraddittorio.

    (Da: Jerusalem Post, israele.net, 22.04.04)
    "



    Shalom

  2. #2
    SENATORE di POL
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    Predefinito

    da www.shalom.it

    ripetere...giova...

    " Yassin: un veto per la pace
    Pubblicato Mercoledì, 14 aprile 2004 @ 21:18:02 CEST


    di Fiamma Nirenstein
    La totale eliminazione degli ebrei era il suo unico Credo

    L'ultima vicenda che si riporta per descrivere lo sceicco Yassin è un colloquio fra il leader "spirituale" di Hamas e il fratello di un sospetto collaborazionista: l'uomo ha chiesto a Yassin indicazioni sul da farsi, e il capo gli ha risposto "Seppelliscilo vivo": pare che l'ordine sia stato rispettato. Ma senza avventurarsi in vicende non facilmente controllabili, sono nelle cronache centinania di suoi discorsi in cui l'incitamento a uccidere più ebrei possibile è il tema principale, il rifiuto dell'esistenza di Israele e la promessa di genocidio e la cacciata degli ebrei da tutto il sacro territorio dell'Islam la linea politica da attuare col legittimo uso del sangue.

    Le operazioni terroriste suicide in cui lo sceicco ha avuto parte dirigente sono certamente una cinquantina, di più ancora gli attacchi alle persone in generale, centinaia i morti da lui fatti direttamente, con i suoi ordini; la fondazione e la conduzione di Hamas come organizzazione eminentemente terrorista è sua, suo l'allevamento di personaggi indottrinati secondo l'idea politico-religiosa di sterminare gli ebrei e riconquistare così all'Islam non uno stato palestinese, ma la terra intera d'Israele, ritenuta sacra proprietà dell'Islam.
    Una scelta teologica di cui l'Islam moderato certamente è il primo a vergognarsi. Yassin non si era tuttavia limitato alla direzione ideologica, e neppure alla conduzione dei suoi propri uomini verso la strage degli innocenti: era riuscito a trascinare tutta l'Autonomia palestinese e verso una direzione estrema, aveva creato una politica di forti legami anche con Fatah di Arafat, che non aveva osato se non per un brevissimo periodo la contrapposizione, e con cui peraltro gareggiava sul terreno del potere a Gaza e anche nell'Autonomia Palestinese in genere; aveva assicurato al terrorismo un ruolo tale nella conquista e la legittimazione del consenso popolare, che i tanzim e le Brigate di Al Aqsa del Fatah di Arafat non si erano potute né volute districare da questo dictat.
    Una viscida politica di "unità nella diversità" quando si trattava dell'uso del terrore ha caratterizzato la vita di Yassin nel suo rapporto con l'Autonomia in generale. Ogni giorno della vita di Yassin è stato un contributo mortale alla proibizione per tutta la popolazione palestinese di fare la pace con Israele, ogni suo gesto trascinava la guerra palestinese per la terra dentro, una dimensione di generale odio anti occidentale e religioso, in cui uccidere gli ebrei era un ordine dal cielo prima ancora che una strategia, e la "intifada delle moschee" veniva prima di quella per la patria indipendente. Yassin era un veto per la pace.

    Eppure, lo sappiamo bene, quando la sua eliminazione è avvenuta nell'ambito di una tragica guerra contro il terrorismo che pretende senza remissione la difesa della popolazione civile, pena altri morti innocenti sugli autobus e nelle pizzerie, abbiamo di nuovo sentito il coro europeo di disprezzo e condanna unirsi a quello del mondo arabo: ambedue hanno giustificato il proprio disappunto sulla linea della illegitimità dell'azione "extragiudiziaria": come se la legittima difesa, la necessità e il dovere immediato di salvare vite umane non avesse alcun valore, mentre lo ha ben chiaro, in qualsiaso contesto democratico di legge; come se fosse legittimo tanto cinismo, tanto rifiuto di responsabilità, tanta menzogna ("Un povero vecchio tetraplegico, un leader spirituale"!) quando a essere destinati a morire sono gli ebrei. Nessuno ha osato portare giustificazioni morali al proprio sdegno; ma oltre all'argomento legalistico, si è fatto grande uso di un'altro tipico inganno concettuale: "così si genera altro odio, altra vendetta, ogni reazione suscita un ciclo di violenza in crescita".

    Questa, purtroppo, è una pura menzogna. Purtroppo, perché altrimenti davvero sarebbe possibile interagire col terrorismo e, forse, placarlo come hanno pensato gli spagnoli quando hanno risposto all'attentato di Madrid alzando le mani; putroppo, perché è un vero peccato essere obbligati a battersi contro un nemico tanto crudele e senza norme come il terrorismo, è rischioso per la democrazia, costringe a abbandonare la logica virtuosa del mondo occidentale, che considera che ogni gesto abbia una sua causa, ogni violenza una sua possibile pacificazione.
    Non è così: essendo più gentili con i terroristi non li convinceremo a essere meno aggressivi, o persino a concedere una tregua, né, tantomeno, la pace. Il terrorismo islamista ha uno scopo scritto a chiare lettere nei discorsi e negli scritti dei suoi leader militari e spirituali che siano: è una guerra totalitaria di conquista, decisa a procedere fino alla vittoria, formatasi negli anni della guerra dei talibani in Afghanistan, quando Bin Laden e gli altri immaginarono di essere stati loro e solo loro ad aver causato la sconfitta sovietica.
    "Abbiamo sconfitto una delle due potenze mondiale, l'abbiamo portata al collasso completo e al crollo del regime sovietico. Adesso tocca agli USA e ai suoi alleati". Fu allora che Bin Laden dichiarò la sua guerra ai "crociati e agli ebrei", allora che senza scherzare chiese a tutti gli infedeli di farsi mussulmani, pena l'annientamento e la sconfitta totale.

    Quando si preparava l'attentato dell'11 di settembre il più pacifista dei presidenti americani, Bill Clinton, porgeva al mondo intero i suoi rami d'olivo; quando si preparava l'Intifada del terrorismo, Barak siedeva con Arafat a Camp David e poi a Taba offrendogli il 97% dei territori. Non c'è interazione col terrore, non c'è pacificazione possibile se non nell'avvento della democrazia nei Paesi che lo ospitano, lo nutrono, lo allenano.

    Il fatto che Abu Ala, il Presidente palestinese, avesse come interlocutore-antagonista politico Yassin, ne faceva un ostaggio del terrorismo, e quindi un uomo incapace di combatterlo e di venire a qualsiasi compromesso di pace. Chi ama la pace deve desiderare che i terroristi vengano battuti innanzitutto: il terrorismo ne distrugge ogni accordo, e anche ogni desiderio.
    E la cosa più ripugnante è forse che per cercare giustificazioni alla nostra pusillanimità, si cerchi di schiacciare Israele sotto responsabilità immaginarie e propagandistiche: se prendiamo per esempio l'episodio del bambino con la cintura di tritolo, il cui viso terrorizzato è apparso su tutte le televisioni del mondo, ho visto le più importanti reti di informazione, come la CNN, pretendere di spiegare il perché della sua scelta suicida e omicida descrivendone la vita nei campi profughi come "una vita che non è tale" a causa dell'occupazione, una vita che non vale la pena di essere vissuta, e a cui quindi si desidera porre termine. La disperazione è la chiave preferita per spiegare il terrore, perché laddove c'è disperazione qualcuno deve averla pur causata, e quindi è lecito tornare al solito pattern delle responsabilità di Israele.

    La realtà per chi la conosce, è completamente diversa: non che non ci sia disperazione e pena nel mondo palestinese trascinato in questa follia da capi indegni di guidarlo. C'è, e speriamo che la leadership attuale riesca ad emanciparsi dal terrorismo e torni a sedersi con Israele a parlare di due stati per due popoli.

    C'è anche la difficoltà da parte di Israele a combattere una guerra che talora trascina con sé innocenti e bambini, dato che la si combatte (in tutto il mondo) non fra due eserciti convenzionali, non con le regole della convenzione di Ginevra, ma cercando di catturare o fermare civili, i terroristi, che si annidano, si nascondono fra i civili e se ne servono abbondantemente. La verità tuttavia è che spesso i terroristi, anche bambini, non vengono reclutati sulla base della disperazione: la loro appartenenza sociale lo dimostra secondo tutti gli studi statistici.

    La verità è che lo shahid è una figura simbolo per la quale la tv palestinese, la radio, i giornali, i libri di testo, il discorso sociale corrente, ha creato un'aura di alta considerazione, una venerazione che si riverbera nei manifesti sui muri, nella parole di Arafat, nei nomi di terroristi che vengono dati ai campi estivi e a altre istituzioni pubbliche in cui si crescono i bambini, nell'intera piramide sociale e culturale palestinese. I bambini sono un'arma strategica di questa Intifada.

    Gli esempi di indottrinamento sono infiniti, i videoclip che alla tv vengono mandati e rimandati in onda mentre affascinanti canzoni descrivono il paradiso che aspetta lo shahid bambino, o mentre un padre legge la lettera del figlio che gli chiede di non piangere sono all'ordine del giorno. Eppure la chiave che a noi occidentali è più cara, è quella della cornice concettuale colonialista, in cui la sofferenza del popolo è causata da un bieco sfruttatore: Israele. E' difficile sopportare tanta ingiustizia informativa, tanto cinismo concettuale.
    "

    Shalom!!!

  3. #3
    Super Troll
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    CHE C'è DI SORPRENDENTE ??
    GLI EBREI NON STANNO FACENDO ALTRETTANTO CONTRO I PALESTINESI DA 120 ANNI..
    OPPURE NON TE NE SEI ANCORA ACCORTO????
    su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
    PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)

 

 

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