Scaduta la tregua: colpita la città-simbolo sunnita
Duri scontri anche a Najaf: 64 i morti
Bombe su Falluja
marines all'attacco
La Croce Rossa ha potuto visitare Saddam per la seconda volta
dal nostro inviato DANIELE MASTROGIACOMO



BAGDAD - Un vero inferno di fuoco. Dal cielo e da terra. Con elicotteri, carri armati e "cannoniere volanti" AC 130 H, bestioni ipertecnologici capaci di colpire due obiettivi simultaneamente. E' il grande attacco dei marines sui quartieri nord di Falluja tante volte annunciato e sempre rinviato. Non si sa quante siano le vittime. Il comando centrale delle forze Usa parla di un morto tra le forze speciali e di numerosi feriti. Ma dalle immagini delle tv e dalle notizie, frammentarie, che siamo riusciti a raccogliere via telefono, appare ormai certo che da ieri sera è in corso la più massiccia incursione dentro la città-simbolo delle milizie sunnite da quando è iniziata questa seconda guerra di guerriglia.

I 2000 marines appostati da due settimane attorno a Falluja iniziano ad avanzare poco prima delle 23, ora locale, verso il quartiere di Golan dove sono asserragliati almeno trecento miliziani sunniti, sostenuti da un nutrito gruppo di combattenti stranieri. Dopo una giornata trascorsa in una calma relativa, da Bagdad arriva l'ordine di sferrare l'attacco.

L'ennesima, fragile tregua, concordata tre giorni fa e che prevedeva ronde di pattuglie miste tra marines e poliziotti iracheni, non regge al battesimo fissato proprio per ieri. In mattinata ci sono ancora delle trattative sulla modalità dei pattugliamenti. Gli sceicchi e gli imam di Falluja sono contrari alla presenza di forze statunitensi. Il generale Mark Kimmitt insiste per un attacco che spezzi la situazione di stallo.

"Falluja va liberata e riconquistata", commenta nel consueto briefing del pomeriggio. Paul Bremer è contrario e chiede tempo. Propone pattuglie di soli poliziotti. "Se vogliamo riprendere il controllo della città", argomenta, "ci vuole un approccio diverso". Kimmit e il vertice del Centcom sono scettici, ma accettano. Circa 200 poliziotti, trasportati anche da Bagdad, entrano a Falluja verso le 11 di ieri mattina, girano in lungo e in largo, ma evitano di entrare nel quartiere di Golan. L'esperimento sembra funzionare.
- Pubblicità -


Ma solo in apparenza. Il comando militare della coalizione torna a riunirsi, si consulta con il Pentagono, si valutano tutte le opzioni e le conseguenze di ogni iniziativa. Compresa quella, non secondaria, della possibile presenza dei nostri tre connazionali ancora tenuti in ostaggio nei dintorni di Falluja. Alla fine passa la linea dura: l'attacco va sferrato. Non è solo un problema di immagine, ma di sostanza.

Alle 23 arriva l'ordine direttamente dal Pentagono. Duecento carri armati e blindati stringono a semicerchio il quartiere di Golan e iniziano a bombardare. Piccole squadre di marines scivolano nei vicoli e entrano nelle case diroccate. Dal centro del quartiere, anche dalle moschee, arriva la risposta. Raffiche di armi automatiche, selve di razzi e di Rpg, colpi di mortaio. I tank continuano a martellare il quartiere, ma la resistenza non desiste. Impossibile fare un bilancio anche provvisorio.

Paul Bremer mette le mani avanti: la città verrà comunque ricostruita nel giro di 6-8 settimane. Uso della forza e spirito umanitario. Si attacca Falluja, ma si acconsente anche alla Croce rossa internazionale di visitare Saddam Hussein. E' la seconda volta da quando è stato catturato, il 13 dicembre scorso. Non si sa dove sia avvenuto l'incontro. Il luogo dove è tenuto prigioniero l'ex dittatore dell'Iraq resta misterioso.

Su tutto pesa anche lo scontro, duro e violento, avvenuto martedì notte alle porte di Najaf. Le forze americane hanno sostituito quelle spagnole che si sono ritirate. Le milizie di Moqtada Al Sadr hanno reagito: nella sparatoria sono morti 64 guerriglieri. E' intervenuta anche in questo caso l'aviazione che ha centrato in pieno una postazione antiaerea.


(28 aprile 2004)