L'anniversario dell'omicidio politico provoca polemiche contro chi ha rinnegato...
LEO SIEGEL
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Una volta arrivavano tutti insieme, cameratescamente, oggi non più. Quelli delle auto blu, gli "on.", i "sen.", gli "ass.", i "cons." saranno di turno la mattina. Un blitz rituale, una formalità, una pratica da sbrigare prima di tuffarsi nella quotidianità politica e amministrativa in fibrillazione per l'imminente scadenza elettorale.
Nel tardo pomeriggio, invece, sarà la volta degli "altri". Alle 19, partendo da piazza Susa, sfileranno in corteo sino all'angolo di via Amadeo con via Palladini. Il silenzio sarà rotto solo dal fruscio dei passi sull'asfalto. Deporranno una corona di fiori, chineranno le bandiere abbrunate, saluteranno alla loro maniera, grideranno "presente!". Come un tempo, come sempre, loro non sono cambiati, da 29 anni restano uguali a se stessi, e anche i più giovani paiono modellati a loro immagine e somiglianza.
Valutano la fedeltà agli ideali che costarono la vita, dopo 47 giorni di agonia, a Sergio Ramelli, sprangato da un commando di Avanguardia Operaia, vergognosa usurpazione etimologica della più nobile classe lavoratrice. Gli assassini erano infatti studenti universitari della Facoltà di Medicina, altra grottesca contraddizione missionaria.
Una volta marciavano tutti insieme, oggi non più, perché ormai sono incompatibili tra loro. Nel senso che quelli del mattino si ritengono ex camerati, mentre quelli del pomeriggio si vantano di esserlo ancora.
Si detestano reciprocamente, pure nei cimiteri. A Milano, al "Campo X" di Musocco, il 25 aprile i pochi delle auto blu sono stati pesantemente contestati dagli altri. "Badogliani", "rinnegati", "traditori" gli epiteti riferibili. Narrano le cronache che sia accaduto anche altrove. Quelli del corteo affidano la memoria di Sergio Ramelli ai manifesti e alle scritte sui muri, nelle sedi esistono ancora gli sgabuzzini con secchi e pennelli. Quelli delle auto blu battono invece strade burocratiche.
A Milano un loro assessore donna propone che a Ramelli venga intestato l'auditorium del Liceo Carducci, quelli della scuola si ribellano, dicono che Sergio non frequentò mai l'istituto, e suggeriscono di ripiegare piuttosto al Molinari, la scuola dove studiò. Ma all'Itis Molinari pare comandino ancora quei "rossi" che perseguitarono Ramelli al punto di costringere i genitori a ritirarlo. Allora un alleato consiglia all'assessore di lasciar perdere, e di accontentarsi magari dell'intitolazione di un giardinetto. Su questo potrebbe mediare.
Povero Sergio, anche con le campagne elettorali avrebbe dovuto fare i conti la sua memoria. Proprio lui che, diciannovenne, non aveva ancora partecipato al rito democratico.
A Lodi, dove Ramelli riposa, qualcuno andrà a deporre fiori. L'avvocato difensore (ma sì, Ignazio, la citazione te la meriti) auspicò in tribunale che un giorno gli si potesse portare "il più bello dei fiori, quello della Giustizia". E così fu, nessuno se n'è scordato.
Ma quelli del corteo si vantano di continuare a donare a Sergio fiori altrettanto belli, i fiori della fedeltà e della coerenza, che profumano d'antico. Se ne inebrieranno anche oggi, al calar del sole.
[Data pubblicazione: 29/04/2004]




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