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Discussione: Il processo di Verona

  1. #1
    Totila
    Ospite

    Predefinito Il processo di Verona

    Nomadi, le radici dell'odio razziale
    Verona, al processo contro sei militanti leghisti l'accusa spiega i
    pericoli delle campagne xenofobe
    PAOLA BONATELLI
    VERONA
    L'orrore può nascere dalle parole, e quindi scatenare una campagna
    per mandare via gli zingari dalle città può diventare il preludio a
    fatti ben peggiori. E' questa la tesi che ieri mattina, alla
    riapertura del processo che vede imputati a Verona sei esponenti
    della Lega Nord accusati di istigazione all'odio razziale, è stata
    illustrata dalla consulente del pubblico ministero, la studiosa
    torinese Marcella Filippa. Sulla stessa falsariga l'appello diffuso
    in questi giorni e sottoscritto da decine di intellettuali,
    cittadini e associazioni italiane e non perché il tribunale di
    Verona attui la legge senza indugi dato che l'eventuale assoluzione
    sarebbe «una vergogna a livello internazionale». La vicenda risale
    all'estate del 2001, quando la Lega scatenò una campagna dai toni
    violentemente razzisti con l'obiettivo di cacciare gli zingari dalla
    città. Manifesti, volantini, banchetti per la raccolta di firme
    contro i campi nomadi, dichiarazioni battenti sui media locali
    infuocarono il clima cittadino. Proprio in quei giorni la comunità
    dei Sinti veronesi, perseguitata dagli sgomberi attuati dall'allora
    amministrazione di centro-destra, aveva concluso la sua lunga
    odissea in un parcheggio offerto dal presidente dell'unica
    circoscrizione di centro-sinistra. La virulenza della campagna
    leghista e la sua contiguità con la situazione vissuta in quel
    momento dai Sinti veronesi aveva fatto scattare la denuncia delle
    associazioni antirazziste cittadine raccolte nel cartello «Nella mia
    città nessuno è straniero». L'inchiesta, condotta dal procuratore
    Guido Papalia, si era conclusa con il rinvio a giudizio dei sei
    leghisti (tra cui Flavio Tosi, consigliere comunale e regionale ed
    ex-segretario provinciale) che avevano lanciato la campagna contro
    gli zingari. Durante la prima udienza del processo (8 maggio 2003)
    il collegio aveva accolto la costituzione di parte civile dell'Opera
    Nomadi e di alcune persone della comunità sinta, che nel frattempo,
    con l'avvento dell'amministrazione di centro-sinistra, è tornata a
    vivere nell'area da cui era stata cacciata.

    L'udienza di ieri, presenti cinque dei sei imputati, si è aperta con
    l'audizione di Marcella Filippa. La studiosa, autrice di vari saggi
    sul razzismo, ha ricostruito puntualmente sia la storia delle
    persecuzioni subìte dalle popolazioni rom e sinte, culminate con lo
    sterminio nei lager nazisti e più recentemente con la rinascita dei
    pogrom in Romania ma anche in Germania e in Francia, sia lo sviluppo
    del dibattito storiografico che solo negli ultimi dieci anni ha
    iniziato a rendere giustizia alle vittime dimenticate, tra cui anche
    gli zingari. Un excursus necessario per arrivare a descrivere il
    percorso che porta dal pregiudizio, sotto cui si nascondono ansie e
    paure, a forme di discriminazione e segregazione fino alla
    persecuzione, alla deportazione e al porrajmos, l'olocausto in
    romanés. Del resto - ha ricordato - anche il Rapporto 2002
    dell'Unione europea sull'antisemitismo e l'intolleranza suggerisce
    al nostro Paese di fare molta attenzione ai gesti e alle parole,
    dato che si è riscontrata la preoccupante introduzione nel
    linguaggio pubblico di stereotipi e luoghi comuni che certo non
    aiutano a costruire una società di «tutti diversi tutti uguali»,
    come recitano i dettami europei. A seguire, le testimonianze di
    quanti parteciparono a vario titolo alle vicende di quell'estate, da
    Luigi Fresco, presidente della circoscrizione dove furono accolti i
    Sinti dopo gli sgomberi, a Carlo Melegari, direttore del Cestim
    (Centro studi immigrazione) che ha ricordato le preoccupazioni dei
    sinti e delle associazioni per quella campagna che aveva incattivito
    il clima cittadino; da Francesca Bragaja del Coordinamento
    antirazzista Cesar K., che ha fornito una precisa ricostruzione
    delle modalità con cui la Lega raccoglieva le firme dei cittadini, a
    Massimo Converso dell'Opera Nomadi di Roma, che dalla campagna
    leghista sostiene di aver subito un danno diretto perché in quei
    giorni saltò la convenzione prevista con l'ente locale, fino a don
    Francesco Cipriani, che dal 1972 segue, per conto della Curia, le
    popolazioni rom e sinte veronesi. Il processo, che riprende il 20
    maggio prossimo, ha avuto una «coda» interessante: la presenza di
    un'incaricata dell'ERRC (European Roma Rights Center) che nel
    pomeriggio, in visita a uno dei campi rom della città, ha denunciato
    i quotidiani soprusi delle forze dell'ordine soprattutto ai danni
    delle donne rom, spesso portate fuori città e abbandonate in luoghi
    privi di mezzi di comunicazione.


    http://www.ilmanifesto.it/oggi/art61.html

  2. #2
    Totila
    Ospite

    Predefinito Re: Il processo di Verona

    Originally posted by Totila
    Nomadi, le radici dell'odio razziale
    Verona, al processo contro sei militanti leghisti l'accusa spiega i
    pericoli delle campagne xenofobe
    PAOLA BONATELLI
    VERONA
    L'orrore può nascere dalle parole, e quindi scatenare una campagna
    per mandare via gli zingari dalle città può diventare il preludio a
    fatti ben peggiori. E' questa la tesi che ieri mattina, alla
    riapertura del processo che vede imputati a Verona sei esponenti
    della Lega Nord accusati di istigazione all'odio razziale, è stata
    illustrata dalla consulente del pubblico ministero, la studiosa
    torinese Marcella Filippa. Sulla stessa falsariga l'appello diffuso
    in questi giorni e sottoscritto da decine di intellettuali,
    cittadini e associazioni italiane e non perché il tribunale di
    Verona attui la legge senza indugi dato che l'eventuale assoluzione
    sarebbe «una vergogna a livello internazionale». La vicenda risale
    all'estate del 2001, quando la Lega scatenò una campagna dai toni
    violentemente razzisti con l'obiettivo di cacciare gli zingari dalla
    città. Manifesti, volantini, banchetti per la raccolta di firme
    contro i campi nomadi, dichiarazioni battenti sui media locali
    infuocarono il clima cittadino. Proprio in quei giorni la comunità
    dei Sinti veronesi, perseguitata dagli sgomberi attuati dall'allora
    amministrazione di centro-destra, aveva concluso la sua lunga
    odissea in un parcheggio offerto dal presidente dell'unica
    circoscrizione di centro-sinistra. La virulenza della campagna
    leghista e la sua contiguità con la situazione vissuta in quel
    momento dai Sinti veronesi aveva fatto scattare la denuncia delle
    associazioni antirazziste cittadine raccolte nel cartello «Nella mia
    città nessuno è straniero». L'inchiesta, condotta dal procuratore
    Guido Papalia, si era conclusa con il rinvio a giudizio dei sei
    leghisti (tra cui Flavio Tosi, consigliere comunale e regionale ed
    ex-segretario provinciale) che avevano lanciato la campagna contro
    gli zingari. Durante la prima udienza del processo (8 maggio 2003)
    il collegio aveva accolto la costituzione di parte civile dell'Opera
    Nomadi e di alcune persone della comunità sinta, che nel frattempo,
    con l'avvento dell'amministrazione di centro-sinistra, è tornata a
    vivere nell'area da cui era stata cacciata.

    L'udienza di ieri, presenti cinque dei sei imputati, si è aperta con
    l'audizione di Marcella Filippa. La studiosa, autrice di vari saggi
    sul razzismo, ha ricostruito puntualmente sia la storia delle
    persecuzioni subìte dalle popolazioni rom e sinte, culminate con lo
    sterminio nei lager nazisti e più recentemente con la rinascita dei
    pogrom in Romania ma anche in Germania e in Francia, sia lo sviluppo
    del dibattito storiografico che solo negli ultimi dieci anni ha
    iniziato a rendere giustizia alle vittime dimenticate, tra cui anche
    gli zingari. Un excursus necessario per arrivare a descrivere il
    percorso che porta dal pregiudizio, sotto cui si nascondono ansie e
    paure, a forme di discriminazione e segregazione fino alla
    persecuzione, alla deportazione e al porrajmos, l'olocausto in
    romanés. Del resto - ha ricordato - anche il Rapporto 2002
    dell'Unione europea sull'antisemitismo e l'intolleranza suggerisce
    al nostro Paese di fare molta attenzione ai gesti e alle parole,
    dato che si è riscontrata la preoccupante introduzione nel
    linguaggio pubblico di stereotipi e luoghi comuni che certo non
    aiutano a costruire una società di «tutti diversi tutti uguali»,
    come recitano i dettami europei. A seguire, le testimonianze di
    quanti parteciparono a vario titolo alle vicende di quell'estate, da
    Luigi Fresco, presidente della circoscrizione dove furono accolti i
    Sinti dopo gli sgomberi, a Carlo Melegari, direttore del Cestim
    (Centro studi immigrazione) che ha ricordato le preoccupazioni dei
    sinti e delle associazioni per quella campagna che aveva incattivito
    il clima cittadino; da Francesca Bragaja del Coordinamento
    antirazzista Cesar K., che ha fornito una precisa ricostruzione
    delle modalità con cui la Lega raccoglieva le firme dei cittadini, a
    Massimo Converso dell'Opera Nomadi di Roma, che dalla campagna
    leghista sostiene di aver subito un danno diretto perché in quei
    giorni saltò la convenzione prevista con l'ente locale, fino a don
    Francesco Cipriani, che dal 1972 segue, per conto della Curia, le
    popolazioni rom e sinte veronesi. Il processo, che riprende il 20
    maggio prossimo, ha avuto una «coda» interessante: la presenza di
    un'incaricata dell'ERRC (European Roma Rights Center) che nel
    pomeriggio, in visita a uno dei campi rom della città, ha denunciato
    i quotidiani soprusi delle forze dell'ordine soprattutto ai danni
    delle donne rom, spesso portate fuori città e abbandonate in luoghi
    privi di mezzi di comunicazione.


    http://www.ilmanifesto.it/oggi/art61.html

    Ma questa studiosa torinese consulente del piemme di nome Marcella Filippa è torinese?
    Filippa è un cognome torinese o è una ospite del Nord che lavora per mandare in galera i patrioti leghisti?

  3. #3
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    Talking

    Yutti diversi ma tutti uguali ????????


    Ma chi è il grande pensatore eupeo che pensa queste grandi massime di così grande SPESSORE????



    Da moritre dal ridere, vogliono ucciderci con le barzellette......

  4. #4
    Totila
    Ospite

    Predefinito

    Originally posted by Gundam
    Yutti diversi ma tutti uguali ????????


    Ma chi è il grande pensatore eupeo che pensa queste grandi massime di così grande SPESSORE????



    Da moritre dal ridere, vogliono ucciderci con le barzellette......
    Ti riferisci a Marcella Filippa o al giornalista del Manifesto?
    A me fanno ridere tutti e due.

  5. #5
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    Predefinito entrambi

    Concordo con te Totila e aggiungo
    ma ti rendi conto dei pensatori che l'Europa ha sfornato nei secoli oggi sostituiti sui media da questi individui, tutti squallidamente uguali anche nella punteggiatura, senza idee originali, senza alcuna forza del pensierosolo ripetitivi e monotoni ed in più si ritengono delle personalità?
    Ma Marcella Filippa mi faccia il piacere ( fare figli, calzini con i ferri, lavori all'uncinetto eccc.....
    I VERI COMICI DELLA SOCIETA' MODERNA

  6. #6
    email non funzionante
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    Predefinito

    Purtroppo c'è molto poco da ridere invece... siamo arrivati ad uno stato che processa i suoi cittadini per proteggere dei cittadini stranieri, da che cosa poi? Dal semplice fatto che sono sgraditi. Andiamo bene...
    Riaffiorano i ricordi degli anni di passione
    ritorna il vecchio sogno per la rivoluzione.
    Racconti senza fine di gente che ha pagato
    non puoi mollare adesso la lotta a questo stato.
    La rivoluzione è come il vento, la rivoluzione è come il vento.

 

 

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