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    Predefinito Così il Foglio andò....

    ....alla guerra

    Che cosa ha pensato e scritto il Foglio sulla guerra in Iraq? Come ha seguito e sviluppato il dibattito che l’ha preceduta? Con quali cronache e quali commenti ha dato conto delle battaglie combattute dagli alleati contro l’esercito di Saddam Hussein? E quali opinioni ha poi mantenuto nel dopoguerra, dalla presa di Baghdad fino al sangue e alle angosce di queste ultime ore? Oggi rileggiamo l’anteguerra. Quel periodo cioè compreso tra l’8 agosto 2002, giorno in cui comincia la pubblicazione – in cinque puntate – del saggio scritto per Policy Revew da Robert Kagan, il neoconservatore già professore di Scienze politiche a Berkeley, e il 21 marzo 2003, giorno del “first strike”, il primo colpo appunto, sparato da un aereo dell’esercito americano contro i palazzi del regime. Nel mezzo – oltre al confronto di idee che si è sviluppato in Europa e negli Stati Uniti sulle tesi di Kagan – c’è la lunga partita giocata nel palazzo delle Nazioni Unite da George W. Bush e Tony Blair. C’è il duro braccio di ferro che ha portato alla spaccatura dell’Europa – da un lato Inghilterra, Spagna e Italia; dall’altro Francia, Germania, Russia – e c’è pure lo scontro politico che ha accompagnato, in Italia, la decisione del governo di inviare in Iraq i propri soldati.

    Il “morso” all’Europa. Viene definito così, l’8 agosto, il saggio di Kagan. Il giornale sostiene che è “una buona guida per capire il grande caos internazionale” e spiega, in un editoriale, perché ha deciso di pubblicarlo integralmente. “Kagan svolge un’analisi spietata delle umide illusioni di cui si nutrono le cancellerie europee nei confronti del realismo asciutto che ispira le posizioni neoimperiali americane”. “Il peggior errore, come sempre, è respingere al mittente le tesi senza conoscerle. Dunque invitiamo tutti alla lettura. Ma senza nascondere una convinzione di fondo. Una Europa più coraggiosa e meno anemica, anche in termini militari, è la risposta coerente all’eredità di libertà e democrazia che l’Europa ha dato al mondo”.
    Kagan spiega “perché Europa e America non si capiscono più”. “E’ ora di porre fine alla finzione che gli antichi alleati condividano la stessa visione del mondo. Appartengono ormai a pianeti diversi. Sulla questione decisiva, l’esercizio del potere, l’Europa insegue sogni di pace perpetua, mentre l’America vuole mettere ordine tra i lupi di Hobbes”. “Gli americani vengono da Marte, gli europei da Venere”. “Quando erano più deboli anche gli Stati Uniti prediligevano gli accordi multilaterali. Ora che sono la grande potenza devono spesso agire da sceriffo del mondo. E i fuorilegge sparano agli sceriffi. Per questo motivo il Vecchio continentè è più tranquillo e non coglie il pericolo Saddam”. “Qui in Europa si beneficia di una ‘sicurezza gratuita’: si sa che in molte zone e per alcuni problemi può intervenire solo l’America”.

    Il 17 agosto, dopo avere dato voce anche a chi dissente fortemente da Kagan (per esempio all’ex ambasciatore Sergio Romano per il quale “sia gli Usa sia l’Ue possono cambiare idea”) il Foglio pone la questione delle democrazie e la guerra. E solleva un interrogativo: come decidere sull’Iraq? “La questione non sta nel provare che Saddam è collegato al terrorismo internazionale, con in più le armi di distruzione di massa che tutti temono. Saddam è egli stesso un terrorista e si comporta da anni come un fuorilegge che mette a repentaglio la sicurezza della comunità mondiale. Ricordate Slobodan Milosevic? Fosse stato per gli europei, per i sofisticati alla Dini o per gli olandesi sotto egida Onu che ancora si vergognano dell’appeasement di Srebrenica, sarebbe ancora lì dalle parti di Rambouillet” (editoriale).
    Per meglio scandagliare gli aspetti non secondari del rapporto tra le moderne democrazie e la guerra, il giornale pubblica (23 agosto) il “ritratto di un intellettuale di sinistra dopo l’11 settembre”. Lo traccia Paul Hollander, professore emerito dell’Università del Massachussets, il quale spiega “miti e ragioni delle idee anticapitaliste, anti–anticomuniste e ovviamente antiamericane”. E’ la resistenza della cultura antagonista. Nel saggio – spiega il giornale nel presentarlo ai lettori – “si parla naturalmente delle chattering classes, intellettuali scriventi e parlanti nel sistema dei media e dello show business. Gente molto spesso in buona, anzi ottima fede, senza la quale l’Occidente cosiddetto non sarebbe il cosiddetto Occidente, cioè un luogo di libertà e di indipendenza critica”.
    Secondo Paul Hollander, “gli esponenti della cultura antagonista sono disseminati nei più svariati contesti, organizzazioni e gruppi di interesse”. “La convinzione più significativa che li contraddistingue è che la società americana presenti profonde imperfezioni e sia insolitamente ripugnante: iniqua, corrotta, distruttiva, priva di anima, disumana, fasulla e incapace di soddisfare le basilari ed evidenti necessità umane. Il sistema sociale americano non è riuscito a mantenere la promessa storica ori-ginale e si rivela, ai loro occhi, intrinsecamente e irrimediabilmente sessista, razzista e imperialista”.

    “La guerra giusta in democrazia è un problema, non un tabù”, scrive il Foglio qualche giorno dopo, il 5 settembre. Perché il sessantacinque per cento degli europei mette il terrorismo internazionale in testa all’elenco di minacce agli interessi vitali della propria nazione” e individua nella guerra a Saddam “la risposta adeguata e necessaria”. Allora perché tante “stridenti differenze tra i governi europei e l’Amministrazione Bush”? Accanto, l’anticipazione di “L’Obsession antiamericane”, nuovo libro di Jean François Revel, accademico di Francia e “nemico fra i più agguerriti del luogo comune ideologico”.
    Revel, nel suo saggio, sostiene che “il mistero non è la disinformazione ma la volontà di essere disinformati” e che “la manipolazione continua dal tempo della sentenza dei Rosemberg”. “L’assenza di logica porta a rimproverare agli Stati Uniti una cosa e il suo contrario: unilateralismo e isolazionismo”. “Persino De Gaulle ricorse a un ragionamento illogico per sfilarsi dal comando Nato. La passione fa dire sciocchezze anche a un grand’uomo”.

    L’Europa piange sulle vittime dell’11 settembre 2002, ma a un anno da quell’attacco canagliesco non alcuna intesa sulla linea da seguire all’Onu. Berlusconi, in una lettera al Foglio, mostra fermezza. “O le cose cambiano o si dovrà agire, anche militarmente, prima che sia troppo tardi”. E’ deciso anche Blair, che parla per trentasette minuti davanti ai delegati delle Trade Unions: “Da internazionalista e da uomo di sinistra vi dico: o l’Onu disarma Saddam o ci pensiamo noi”. Ma le schermaglie che anticipano il dibattito al Palazzo di vetro fanno capire che “c’è un abisso tra l’evidenza dei fatti e la capacità occidentale di spiegarli”. La tesi del giornale si ritrova in un lungo editoriale, pagina tre. “E’ ovvio che Saddam Hussein deve arrendersi o perire, ma non sembra così ovvio. E’ ovvio che la copertura dell’Onu a una guerra preventiva contro le armi di distruzione di massa può essere una buona scelta, tuttavia non determina di per sé la moralità o l’immoralità dell’azione militare, ma non sembra così ovvio”. Non solo. “E’ ovvio che sugli Stati Uniti pesa una responsabilità globale derivata dalla forza militare, dalla loro solitudine imperiale dopo la fine della confrontation tra democrazia e totalitarismo, ma non sembra così ovvio. E’ ovvio che l’idea di una pace nella giustizia, abbracciata dal Papa nel messaggio dell’anno scorso sulla lotta al terrorismo, non può essere un’idea disarmata, ma non sembra così ovvio. E’ ovvio che nessuno Stato-nazione è esente da responsabilità per il dolore del mondo, ma quelle degli Stati Uniti non possono essere messe sullo stesso piano di quelle degli Stati-canaglia, eppure anche questo non sembra così ovvio. Quando molta gente vede le cose diversamente da te, puoi stare tranquillo e continuare il gioco della persuasione reciproca, il dialogo razionale. Ma quando molta gente non vede le cose o non vuole vederle?”.
    Il giorno dopo il giornale pubblica un saggio (“Nel nome della legge”) scritto per il New Statesman, da Robert Cooper, uno degli architetti della diplomazia di Blair e convinto sostenitore di concetti come “imperialismo difensivo basato sul rispetto dei diritti umani” e “attacchi preventivi”.
    Per Cooper “la forza crea la pace e la minaccia della forza la protegge” e dunque “non c’è nuovo ordine mondiale senza guerra preventiva”. Ne deriva che molte discussioni sulla “legalità” degli interventi militari, “sono oggi solo pedanterie accademiche”. E che la questione centrale è “impedire che due minacce, terrorismo e armi di distruzione di massa si sommino”. “Il Consiglio di sicurezza dell’Onu potrà o non potrà essere in grado di giocare un ruolo fondamentale. In ogni caso non possiamo continuare come se nulla stesse accadendo e pensare che le attuali concezioni dell’ordine legale debbano rimanere immutate”.

    Il 21 settembre il giornale dedica oltre mezza pagina al documento in cui Bush illustra la strategia mondiale per la sicurezza degli Usa e sostiene che, con quel documento, “l’America riprende il comando”. “E’ l’addio definitivo a ogni oscillazione clintoniana tra riconoscimento del multilateralismo e uso della forza ma solo in funzione reattiva”. “Per affrontare il terrorismo gli Stati Uniti sono pronti a colpire anche da soli, anche per primi, individuando e neutralizzando la minaccia laddove si trova”. “L’America è in guerra, ripete Bush. L’Europa invece crede che la dichiarerà Kofi Annan”.
    L’approssimarsi del dibattito al Palazzo di vetro accentua la polemica tra Chirac e Blair (definito dal presidente francese “sicofante di Bush”) e, più in generale, tra America e Francia. Il 4 ottobre, il giornale pubblica per intero il discorso pronunciato dal premier britannico (“un socialista che ci piace”) al congresso del Partito laburista.
    Secondo Blair, ora che la Guerra fredda è finita, “gli Stati Uniti sono l’unica superpotenza”. “L’America è sicura e fiera di sé ma allo stesso tempo è oggetto di rancore. L’Europa è una potenza economica ma non ha coerenza politica. Quanto al rancore nei confronti degli Stati Uniti, ricordate una cosa. I valori degli Stati Uniti sono anche i valori di noi britannici. E sono del resto buoni valori: democrazia, libertà, tolleranza, giustizia. E’ facile essere antamericani, ma ricordate quando e perché questa alleanza è stata forgiata: qui in Europa, durante la Seconda guerra mondiale, quando la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e ogni cittadino europeo degno di rispetto unirono le loro forze per liberare l’Europa dalla piaga nazista”.

    Il 24 ottobre, ecco un’ “Apologia dell’America”. Viene fatta da Marc Fumaroli, francese, conservatore liberale vicino alla rivista di Raymond Aron, “Commentaire”. Il Foglio lo definisce “un dio in terra dell’intelligenza parigina”.
    Con un originale richiamo alla tragedia shakespeariana, Fumaroli paragona l’America di Bush a Fortebraccio, mentre chi continua ad abitare in Europa è Amleto, “principe assai turbato”. In lui “l’innocenza assume il volto del tradimento e la colpa prende l’accento dell’innocenza. L’essenziale ambiguità di parole, esseri e cose lo tormenta. Chiede prove. Quando si decide ad affrontare l’avversario nascosto è troppo tardi. Viene colpito a morte nello stesso momento in cui il nemico è smascherato. Dalla scena disseminata di cadaveri s’alza allora Fortebraccio. Il giovane eroe, senza emozioni, che alla testa dell’esercito si prende carico dell’avvenire del regno”.

    Il giorno dopo, il Foglio – commentando il blitz dei terroristi ceceni nel teatro di Mosca – sostiene che “c’è molto da pensare per gli intellettuali immersi nell’amletismo europeo”. “Il mondo trema, mentre gli europei dubitano. Qualcosa si è inceppato nelle convenzionali regole di equilibrio della sua catena di comando. Ieri New York, poi Bali, poi Mosca e poi altro ancora. Quelle regole infrante bisogna ripristinarle. E chi se non il paese che spende 400 miliardi di dollari l’anno per la difesa, chi se non il paese che è rimasto solo alla guida della comunità internazionale dei liberi, chi se non l’America che ha prodotto una ‘continua e incompiuta’ rivoluzione democratica nel Novecento deve oggi assumere la guida delle operazioni geopolitiche necessarie? Fucilate l’Amleto che è in voi e preparatevi all’arrivo di quell’America di Fortebraccio raccontata con sapienza da un accademico di Francia”.
    Amleto va all’Onu. Ma Amleto, in quei
    giorni, si trova forse al palazzo delle Nazioni Unite, dove “la commedia franco-russa è durata troppo”, si legge nell’editoriale del 28 ottobre. “Gli alti interessi della politica mondiale sono per noi deità in terra ma i baratti perditempo a cui stiamo assistendo sono il sipario straccione dietro al quale ottengono ricovero le peggiori viltà e un miserabile indecisionismo. L’Amministrazione americana, forte di un voto impegnativo del Congresso, dovrà presto decidersi a tagliar corto o a perdere credibilità. Infatti, delle due l’una: o le circostanze invocate contro Saddam Hussein e il terrorismo internazionale sono insuperabili, e questo è motivo necessario e sufficiente per disarmare l’Iraq imponendo ispezioni blindate sotto la minaccia della guerra, oppure sono materia trattabile al mercato dei veti interessati, e allora tutta la linea impersonata da George W. Bush e Tony Blair dopo l’11 settembre va riconsiderata come un semplice eccesso di retorica. Noi siamo convinti che valga la prima ipotesi e da questo deduciamo senza sforzo che procrastinare la formazione di una coalizione, capace di agire, arrendendosi al futile calendario franco–russo vuol dire tornare a mettere la testa sotto la sabbia come negli anni beati della presidenza Clinton e arrendersi alle basse pratiche di un ente immorale chiamato Onu”. Sulla sicurezza, però, i postclintoniani d’America non intendono scherzare. Il 13 novembre, il Foglio pubblica il saggo scritto per il Washington Monthly, da una di loro, Heather Hurlburt, la quale racconta come “i liberal americani hanno trascurato snobisticamente la questione della sicurezza, finendo in bocca ai falchi del Pentagono”, spiegando così “perché i Democratici sono stati travolti dall’11 settembre”.
    Secondo la Hurlburt “la sicurezza nazionale metterà in ombra nella coscienza pubblica tutte le altre questioni: eguaglianza tra le razze, sanità e molte altre sulle quali i democratici fondano la loro forza. Un partito che si dimostra così poco serio rispetto alla sicurezza nazionale si trova costantemente in una posizione vulnerabile, indipendentemente da quanto sia penetrante la sua visione della politica interna”.

    A dicembre la svolta sull’Iraq può dirsi vicina. In Europa arriva Paul Wolfowitz, lo stratega della guerra di Bush, il suo obiettivo è, scrive il Foglio, “preparare il blocco per l’invasione”. E, in America, parlano gli ufficiali del Central Command che agli ordini di Tommy Franks hanno già pianificato Enduring freedom. Il 3 dicembre, il giornale dedica ai piani militari un primo ampio servizio. “Quel che abbiamo imparato in Afghanistan lo vedrete presto”, questo il titolo. E nell’articolo si legge che “in attesa di mezzi e tecnologie ancora più raffinate”, i militari americani “cambiano la testa” guardando all’Iraq. Il giorno dopo, due pagine.
    Nella prima il testo integrale della
    Strategia degli Stati Uniti per combattere le armi di distruzione di massa (“nessuna opzione esclusa”). Nella seconda, lunga intervista all’ex ambasciatore Sergio Romano, editorialista del Corriere della Sera, critico degli Stati Uniti “ma non antiamericano”.
    Secondo Romano, “quella del nemico globale è un’invenzione ideologica per giustificare il drastico cambiamento di rotta della politica americana”. Poi l’ex ambasciatore spiega “le sue preoccupazioni per il fondamentalismo democratico di Bush” e loda l’aurea mediocritas di Clinton: “Non scegliere è stata la sua migliore politica”. E spiega: “La politica internazionale non vive di dottrine, di prescrizioni, di catechismi. Ogni dottrina pretende di imbrigliare il mondo e di renderlo diverso da quello che è. Ma il mondo è sempre lo stesso, anche dopo l’undici settembre, e si trascina dietro il suo tragico bagaglio di conflitti irrisolti”.

    Qualche giorno dopo, Mark Falcoff, “nomen omen”, scrive per il Foglio e per la rivista Commentary un ritratto di Christopher Hitchens, “un voltagabbana di gran classe” e decifrato qui “con scrupoloso scetticismo”. Hitchens, riassume il giornale, è uno di quei liberal “che in Italia mancano e in America abbondano” e che hanno avuto il coraggio “di infrangere tutti i tabù: hanno detto che George W. Bush ha ragione a scardinare i Talebani o Saddam e se ne fottono di chiedere legittimazione alle varie sinistre antiamericane o multi-non-si-sa-che-cosa, se ne infischiano di quel che è ideologicamente scorretto, non si baloccano con le definizioni (riformista, conservatore et similia). Semplicemente dicono con chiarezza come la pensano e si battono con valore (cioè, li fanno a pezzi) contro i sepolcri imbiancati del vecchio mondo che si dice e si crede di sinistra all’ombra di Kim Jong Il o del satrapo di Tikrit o dell’antagonista Osama bin Laden. Da noi si filosofeggia, lì si parteggia”.
    Il 13 gennaio Blair tiene una conferenza stampa e spiega che di fronte alle violazioni di Baghdad “non serve una nuova risoluzione dell’Onu”. Il Foglio pubblica il resoconto. Il leader laburista dice che “inevitabile non è la guerra ma il disarmo dell’Iraq”. “Preferiamo tornare alle Nazioni Unite aggiunge – ma se qualcuno pone il veto non possiamo permetterci di stare con le mani legate: ogni giorno ricevo informazioni sul vertiginoso ritmo di crescita delle armi di distruzione di massa”. Con Blair si dice d’accordo Silvio Berlusconi, in visita prima a Londra e poi a Washington. E basta questo per alzare immediatamente, in Italia, il tono del dibattito politico. Come affrontare la guerra? Il 29 gennaio il giornale risponde che sì, “siamo manichei”. “Siamo cioè persuasi che al mondo (e all’Iraq) bisogna dare una sistemata seria dopo l’11 settembre, visto che il terrorismo non perdona e rischia di perdere le nostre vite e le nostre libertà, senza dare niente in cambio al mondo povero e oppresso, salvo maggiore miseria e maggiore oppressione. Siamo manichei perché siamo convinti, con l’europeo e francese Marc Fumaroli, che ‘l’America di Fortebraccio’ ha imparato a pensare il mondo con maggiore sapienza e più coscienza di quella vecchia bagascia che sarebbe l’Europa franco-tedesca delle paure e degli interessi. Ma sappiamo bene anche noi manichei che la guerra è una tragedia, che la gente muore, anche quella inerme e disperata. E, credeteci, la cosa ci fa orrore”. “La guerra è una tragedia per tutti, ma la guerra preventiva contro un pericolo evidente, contro Stati e regimi falliti, privi di altra legittimazione che non sia la più aggressiva violenza esterna e interna, è una decisione politica. Perseguita anche con un dibattito libero, con voto dei Parlamenti, con assunzioni di responsabilità che sono il contrario della visione sicaria di un bin Laden o di un Saddam. Facciamo un voto di castità del cuore, per usarlo meno che si possa, e di adesione alla ragione umana”.
    Sarà anche merito del voto di castità, sta di fatto che il 6 di febbraio, quando il segretario di Stato Colin Powell porta all’Onu le “cosiddette prove” sulle armi di distruzione di massa in mano a Saddam, il Foglio non si scalda più di tanto. Anzi. Il 13 febbraio, in seconda pagina, si legge un ampio “viaggio nella buonafede: le parole, gli slogan e le immagini del popolo che sabato invaderà Roma per dire no ad attacchi contro l’Iraq”.
    E la mattina di sabato 15, giorno della manifestazione, ecco un girotondo di opinioni, e una pagina dedicata all’imperium di Alessandro Magno: “La crisi irachena e la guerra alle porte fanno risorgere un mito: amato dai cultori della razionalità, odiato dai
    moralisti, c’è persino chi lo ritiene l’inventore della guerra–lampo”. Tre giorni dopo, invece, un’intera pagina spiega – come una “piccola guida alle cose che succederanno” – perché la democrazia in Medio Oriente può o deve diventare “l’arma di protezione di massa dell’Occidente”. “Prevenire un altro 11 settembre vuol dire che da ora in poi gli Stati Uniti si occuperanno del mondo arabo come nel secondo dopoguerra si dedicarono all’Europa e al Giappone”. Prima dell’attacco alle Due Torri “gli Stati Uniti hanno avuto un solo approccio con il Medio Oriente: comprare i già corrotti regimi dittatoriali dell’area; affrontare il terrorismo come se fosse un crimine, non una guerra. L’11 settembre ha cambiato le cose. L’America va verso la rottura dei rapporti con i regimi fondamentalisti, dichiara guerra al terrorismo e la sua presenza militare diventa attiva, addirittura preventiva”.

    Il gioco si fa duro. In America il dibattito non conosce stallo. Il Foglio del 25 febbraio dà conto, in due pagine, di un forum sull’Iraq pubblicato da Dissent, rivista trimestrale tra le più lette dagli intellettuali americani. Ed è un forum dove alcuni “liberal, ferocemente contro Bush, discutono seriamente di guerra”. Attorno al tavolo, con il direttore Michael Walzer, si ritrovano a discutere studiosi di altissimo livello: da Marshall Berman a Mitchel Cohen, da Todd Gitlin a Stanley Hoffmann, a James B. Rule, Ann Snitow, Ellen Willis. Fino a Kanan Makiya, che è nato a Baghdad e insegna alla Brandeis University.
    Walzer è favorevole alla guerra, ma a patto che ci sia l’Onu. Berman vede scenari di paura e diffida dei “falchi da pollaio: tipi duri a parole e sulla carta. Conoscono il loro Machiavelli o almeno sanno che i discorsi alla Machiavelli sono efficaci”.
    Cohen: “Sono stanco di sentire parole come ‘anticipazione’ e ‘prevenzione’ perché se ne può fare un abuso politico. Non devono diventare una ‘dottrina’. Ma sono appropriate, in certi casi, e le priorità di Saddam dimostrano che siamo di fronte a uno di questi. Saddam è ultrafascista e io sono antifascista prima ancora di essere antiimperialista, e sono antifascista prima ancora di essere anti Bush”. Hoffmann si dice pacifista ma non esclude l’ultima opzione. Rule preferisce “promuovere forze politiche alternative all’attuale regime, fino a quando i successori di Saddam saranno pronti a rientrare nella comunità internazionale”. Ann Snitow e Ellen Willis motivano il loro no con tesi radicali. Makiya non accetta il principio della guerra preventiva ma avanza “ragioni morali” per abbattere Saddam:
    “L’attuale regime del partito Baath in Iraq è uno Stato criminale”, dice.

    A dubbi e interrogativi (non solo quelli dei liberal) risponde direttamente Bush con il discorso pronunciato il 26 febbraio all’American Enterprise Institute: “ Ecco il piano degli Stati Uniti per l’Iraq che verrà dopo Saddam”. Parla della ricostruzione, dell’effetto domino su tutto il Medio Oriente, di una possibile soluzione del caso palestinese. Il Foglio lo pubblica per intero.
    “Abbiamo imparato una lezione: i pericoli del nostro tempo debbono essere affrontati di petto e con decisione se non vogliamo vederli tornare di nuovo sui nostri cieli e le nostre città. E ci siamo posti un obiettivo: non permetteremo il trionfo dell’odio e della violenza nei rapporti umani”. Bush sostiene poi che l’America farà “da baluardo contro chiunque cerchi di diffondere il caos, di saldare i conti o di minacciare l’integrità territoriale dell’Iraq”. “Resteremo tutto il tempo necessario e non un giorno di più: l’America ha già preso e rispettato in passato questo tipo d’impegno, nella pace seguita alla Seconda guerra mondiale. Dopo avere sconfitto i nemici non abbiamo lasciato eserciti di occupazione, ma Costituzioni e Parlamenti. Abbiamo creato un’atmosfera di sicurezza, grazie alla quale capi locali riformisti hanno potuto dare vita a stabili istituzioni di libertà”.

    Il primo di marzo, mentre l’Onu dibatte su Baghdad che promette di distruggere i missili proibiti e Bush che definisce quella proposta “un imbroglio incartato in una bugia”, il Foglio si chiede perché “il mondo si esprime balbettando”. E tenta una risposta. “La verità politica è che si sta trattando una sola cosa importante: l’assetto del potere mondiale a dieci anni dalla fine dell’equilibrio fondato sulla deterrenza atomica tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. La guerra è in corso, la trattativa la maschera finchè può. In questa orgia di veri e falsi significati i veti valgono moralmente come i cannoni imbarcati per le basi turche, come i contratti petroliferi della Lukoil, come il piazzamento nel dopoguerra ricercato da europei e arabi e israeliani. Nessuno è per la pace, nessuno è per la guerra. La guerra è un fatto, non un’opinione. C’è perché un nemico ha colpito, è stato riconosciuto per tale da un paese che ha la forza per reagire e reagirà. Il mondo si esprime balbettando, e non trova la parola perché non vuole riconoscere la cosa” (editoriale).
    L’11 marzo, ecco un’altra pagina di analisi.
    Con un titolo che è soprattutto un interrogativo:
    “Riusciranno i nostri eroi a esportare la democrazia in Medio Oriente?”. L’analisi si apre con il richiamo delle parole pronunciate da Bush all’American Enterprise Institute: “Un Iraq liberato mostrerà come la libertà abbia la forza di trasformare il Medio Oriente, portando speranza e progresso nella vita di milioni di persone”. E si chiude con un dubbio: “Il rischio è che gli Stati Uniti, quanto più se isolati, decidano di abbandonare il progetto alle prime difficoltà. La Guerra Fredda è stata combattuta per 50 anni senza cedimenti, ma ora c’è da chiedersi fino a quando i contribuenti americani avranno voglia di pagare la ricostruzione e il sostentamento di un’intera regione. Se l’Europa e i paladini della pace si occupassero di questo, di spronarli e aiutarli a non lasciare le cose a metà, contribuirebbero molto più efficacemente a un futuro pacifico del mondo”.
    Il 12 marzo, altro editoriale: “Attacco subito: i rinvii sono diventati la coda di un serpente che avvelena il mondo”. “Gli ispettori hanno certificato che il disarmo totale, immediato, incondizionato non è avvenuto. Lo riconosce anche il presidente francese Jacques Chirac mentre annuncia il suo veto”.
    “Come ha detto ieri Wolf Biermann, il poeta tedesco favorevole all’intervento, ‘ci sono errori che stanno al livello della storia ed errori che stanno sotto il livello della storia’. Il comportamento di Francia, Germania e Russia appartiene senz’altro alla seconda categoria politica e ha come unico precedente la resa al militarismo ’38, promettevano ‘pace per la nostra era’. L’unico modo di rimediare a questo errore è ormai fare la guerra e vincerla”.
    Il 15 marzo, vigilia del vertice delle Azzorre - dove Bush, Blair e Aznar faranno “i conti della diplomazia fallita” - il Foglio passa in rassegna, in prima pagina, “gli impazienti”. Quei giornali cioè – tra cui l’Economist, settimanale molto liberal – per i quali il tempo scade: “Bisogna attaccare e battere Saddam, adesso”. Il 18 marzo, in terza pagina, ampio spazio agli “analisti americani favorevoli alla guerra ma contrari a Bush”. E un editoriale.
    “Quando la guerra ridiventa un fatto ed è sottratta alla volatilità della diplomazia, come sta succedendo in queste ore, le cose cambiano e bisogna prendersi la responsabilità di dire se si è con gli alleati, con Saddam o in una posizione di neutralità. Questo giornale è stato piuttosto chiaro fin dall’inizio della storia, è stato chiaro fin dal 10 novembre del 2001, a due mesi dalle stragi di Manhattan e di Washington, quando ha ottenuto che la bandiera americana sventolasse in una piazza romana invece di essere bruciata mentre Ground Zero ancora fumigava. E’ stato chiaro il 15 aprile del 2002, quando ha concorso a organizzare una magnifica giornata in difesa di Israele, paese aggredito dal terrorismo suicida e accusato di militarismi e crimini contro l’umanità per avere esercitato il diritto all’autodifesa.
    E’ stato chiaro l’estate scorsa pubblicando il saggio di Robert Kagan sulla disunione occidentale. E’ stato chiaro la settimana scorsa, anticipando di un paio di giorni un bel lead dell’Economist e chiedendo che finisse subito la farsa alle Nazioni Unite. Vorremmo che fossero chiari anche gli altri”.
    Il 19 marzo, il giornale pubblica un saggio di Reuel Gerecht, editorialista del Weekly Standard, per il quale “il pericolo per Bush non sarà soltanto Saddam ma anche le diffidenze all’interno della sua Amministrazione sul futuro del Medio Oriente: la democrazia in Iraq o si fa o si muore”.
    Secondo Gerecht, l’audacia del sottosegretario alla Difesa, Paul Wolfowitz (“se impegneremo le nostre forze non lo faremo per nulla di meno di un Iraq libero e democratico”) non ha avuto molti imitatori. “Promuovere la democrazia in Iraq è il solo modo in cui Washington può evitare ciò che i realisti politici temono maggiormente: l’instabilità o la libanizzazione dell’Iraq”. Ne deriva che “se Bush se ne va da Baghdad prima di avere finito il lavoro, la violenza in Iraq non finirà con la morte di Saddam Hussein”. E “possiamo essere certi che l’Iraq e il resto del Medio Oriente ci farà pagare di nuovo, con sangue e lacrime, la nostra paura di rovesciare il vecchio ordine”.

    Il 20 marzo, giorno del first strike (ore 5.30) il Foglio pubblica il resoconto del discorso tenuto da presidente del Consiglio alle Camere. Un discorso “combattivo e contestato”: “Siamo non belligeranti, ma schierati con gli Stati Uniti”, ha detto Silvio Berlusconi. Per il giornale quella non belligeranza è invece “molto belligerante”. “Se avessimo fiancheggiato Rutelli – si legge nell’editoriale, pagina 3 – avremmo fiancheggiato le ipocrisie e gli inganni franco-tedeschi, con un di più di sentimentalismo a buon mercato. Visto che governa Berlusconi, siamo ancora un paese che, nei momenti difficili sa scegliere senza fanatismi la parte giusta”.

    (1. continua)
    Giuseppe Sottile

  2. #2
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    I ventuno giorni della caduta militare del regime di Saddam, dal 20 marzo al mercoledì 9 aprile in cui fu abbattuta la sua statuta nella piazza Firdos di Baghdad, salutata dal vicepresidente americano Dick Cheney con una dichiarazione che grondava soddisfazione, “la saggezza del piano d’attacco si manifesta in una delle più straordinarie campagne militari mai condotte”. Fu proprio così? E come ne riferì, il Foglio? Oltre agli editoriali in cui evolve il giudizio sugli avvenimenti, e ai numerosi documenti in cui si continua a riferire del dibattito internazionale, il Foglio dedica un articolo in apertura tutti i giorni per fare il punto sulle operazioni militari, e si avvale di una pattuglia di inviati, alcuni, “il fronte” e “l’avamposto”, al seguito delle forze angloamericane, altri, “la trincea”e “la retrovia”, da Gerusalemme e Teheran. Ancora il giorno prima che le armi prendano la parola, il Foglio prende le distanze dalla dottrina che da settimane ha riempito pagine di media italiani e stranieri. Si vorrebbe che le operazioni militari puntino soprattutto sul successo dello “shock and awe”, il martellamento dall’aria di centinaia di obiettivi strategici in Iraq prima di rischiare un solo uomo. “E’ una dottrina che non verrà adottata”, scrive il Foglio, “è troppo rischiosa per i danni cui espone i civili”. A commento dell’operazione “Decapitation strike”, con cui all’alba del 20 gli americani colpiscono un sito a Baghdad sospettato di ospitare Saddam, il Foglio spiega che Tony Blair ha dato precise disposizioni per le quali le forze britanniche “colpiranno solo obiettivi identificati dal proprio National Targeting Board”. Prudenza, insomma.
    L’editoriale dà “qualche buona regola per il buon uso dei sentimenti in tempo di guerra”. “Attenzione alla sollecitudine, è un sentimento di premura per la sorte degli altri, ma può rivelarsi un mezzo di propaganda politica e ideologica, come avviene quando si usano bambini, profughi e morti civili come armi contundenti contro un nemico inventato o deformato dall’ira narcisista del più in buona fede tra i pacifisti”. “Ma dall’altra parte occorre praticare con gravità il sentimento della compassione. Le forze alleate sono soverchianti, ed è fonte di imbarazzo per le persone sagge combattere in condizioni di assoluta superiorità tecnologica e materiale. La pietà in guerra riguarda tutti, e non è affatto incompatibile con la seria e sincera volontà che la vittoria sia di premio alla parte che si considera giusta”. Nessun trionfalismo, neanche nella pagina che ricostruisce “le precedenti 13 dichiarazioni di guerra americane nella storia”. Di alcune di esse, come l’incidente del Tonchino e Pearl Harbor, si ricordano le successive ricostruzioni storiche, diverse dalle tesi ufficiali di allora. Come a dire che dietro le ragioni addotte dalle cancellerie la storia ci mette il suo, a testare i fatti e i pretesti dichiarati delle guerre.
    A ventiquattr’ore dall’inizio delle operazioni, oltre all’aggiramento di Bassora vengono descritti “i quattro fronti”, le due direttrici di penetrazione terrestre dal Kuwait verso Nord-est e Nord-ovest, gli elisbarchi di truppe speciali che occupano le basi aeree verso la Giordania, mentre già si individua quello che emergerà come un problema a sorpresa, il ritardo e poi il no definitivo del consenso turco all’apertura del fronte da Nord. Prudenza vuole, mentre Bassora non è presa, che il Foglio ricordi il cimitero poco fuori la città che ospita i resti di 51 mila caduti britannici, nella campagna tra il 1914 e il ’17. “A Baghdad sarà il popolo sovrano a decidere”, annuncia l’ayatollah sciita al Hakim al quale il Foglio presta molta attenzione, e che non a caso cadrà poi vittima di Moqtada Sadr. Attento rilievo, in un editoriale, alle parole di Joaquin Navarro-Valls, portavoce della Santa Sede. “Nessun nemico dell’America, di quelli che si fanno scudo delle posizioni vaticane, si esprimerebbe come il portavoce del Papa, che nel riferire il profondo dolore del Pontefice ha messo in primo piano, nelle cause del conflitto, che il governo iracheno non abbia accolto le risoluzioni dell’Onu e lo stesso appello del Papa che chiedeva un disarmo del paese”.
    Al terzo giorno di operazioni, le forze americane sono già a Nassiriyah. Ma il Foglio osserva che le divisioni della guardia irachena sono state arretrate verso Baghdad. C’è qualcosa che non torna. “Il generale Tommy Franks si prepara alla battaglia dell’Eufrate, ma il numero di 2.000 prigionieri iracheni è un segnale buono solo a metà, mentre della 4° divisione che doveva passare dalla Turchia bisognerà farne a meno”.
    L’editoriale critica le manifestazioni pacifiste dell’Ulivo. “Analfabetismo politico”, “legioni di pacifisti sentimentali guidate da leader cinici verso il nulla”, mentre “bisognerebbe rispettare lo sforzo alleato di condurre la guerra riducendo al massimo il danno per le popolazioni civili”. Domenica 23 febbraio il Foglio spiega che al CentCom sono preoccupati. Le punte corazzate dell’avanzata sono già a Diwaniyah, ma “le prime significative perdite alleate vengono dalla resistenza irregolare dei feddayn di Saddam, e dalle forze baathiste che lasciano passare gli alleati per colpire a freddo in imboscate contro cui forze corazzate e aeree sono impotenti”. La “Gladio di Baghdad” potrebbe essere perdurante, scrive il Foglio. La previsione reggerà, a un anno di distanza. Il Foglio dedica una pagina alle opinioni degli scrittori italiani, dando non solo voce ma spazio maggioritario a chi è contro la guerra, come Franco Cordelli – “per gli americani vorrei conseguenze dure, lunghe e tragiche” – e Sandra Petrignani – “ogni giorno una bandiera della pace in più alle finestre, la gente non crede alle guerre”. Ma è la posizione defilata di non belligeranza assunta dal governo, a non convincere il Foglio. “Inutilità dei partiti di governo”, si titola in prima. Un editoriale mette a fuoco il tema: “Non siamo un paese guerriero, ma Berlusconi deve muoversi subito, deve inventarsi una nuova politica estera e di difesa all’altezza dell’alleanza strategica con Bush e Blair, i fatti a guerra finita non lo lasceranno certo in pace”. Nei giorni successivi, per “snidare” l’imbarazzo della maggioranza, il Foglio così inviterà con un fascione in prima i suoi lettori: “Le democrazie non sono tigri di carta, scrivetelo ai partiti di governo”, con allegati gli indirizzi di posta elettronica di FI, Lega, Udc e An. “Non condivido il giudizio ingeneroso sulle forze di governo”, replicherà nei giorni successivi Sandro Bondi. Più distinguoso Marco Follini: “Le democrazie vivono o almeno dovrebbero vivere l’ordine internazionale come primato della convivenza, e quindi delle Nazioni Unite. Questa guerra io non la condivido. Ora posso solo sperare che finisca presto e bene. Dove bene sta per la sconfitta di Saddam e la vittoria della democrazia anche in Iraq”.
    Il 26 marzo, si illustra la tattica dei britannici di colpire la resistenza dei feddayn a Bassora senza entrare nella città.
    Ma la rubrica “Foggy Bottom” si lascia un po’ andare annunciando che “al quartier generale delle forze americane di Bagram in Afghanistan c’è uno strano ottimismo. Non si nega di poter presto catturare Osama bin Laden”. Continua la linea di grande e rispettosa attenzione alla posizione del Papa, con una pagina intera dedicata a un forum con cinque esponenti cattolici, Vittorio Emanuele Parsi dell’Università Cattolica, Giuseppe Frangi direttore del settimanale Vita, Gerolamo Fazzini condirettore del mensile Mondo e Missione, Mario Marazziti della Comunità di sant’Egidio e Antonio Gaspari dell’agenzia cattolica on line Zenit. L’indomani, a cinque giorni dall’inizio del fuoco, la stampa internazionale già comincia a rumoreggiare perché gli americani non sono a Baghdad. Il Foglio spiega che “Franks ha (forse) un piano, prendere Baghdad senza combattere strada per strada, per evitare gli errori russi a Grozny”. Ma mostra qualche soddisfazione di troppo, nell’annunciare “il ritrovamento di 3 mila tute, maschere e antidoti per armi chimiche da parte dei marines all’ospedale di Nassiriyah”. Il 28 marzo, il Foglio riferisce del primo contatto con la Guardia repubblicana a Sud di Baghdad, e dell’attrito che i britannici continuano dall’esterno su Bassora.
    Ma scoppia il caso Rumsfeld. “Fare meno vittime tra i civili, evitare la conquista e l’occupazione militare dei centri abitati, espone gli americani a un maggior numero di caduti. A che serve la supremazia tecnologica della Netwar, se poi non si vibra il colpo?”.
    Il Foglio dà la parola all’ex generale Barry Mc Caffrey, che accusa Rumsfeld di essere tornato “a far combattere i GI con una mano legata dietro la schiena”, riporta che Bob Woordward ha cominciato a scrivere un libro – quel “Plans of Attack” di cui molto si parla oggi – in cui “sono alti gradi del Pentagono a criticare Rumsfeld, e a chiedere 500 mila uomini e non il sottile velo di truppe che estenua le catene di rifornimento e lascia scoperti i fianchi dell’avanzata”. Temi destinati a riaprirsi, col tempo. Anche l’indomani, 29 marzo, mentre le operazioni iniziano dopo alcuni giorni di stasi per la tempesta di sabbia che farà sperare gli antiamericani di tutto il mondo, il Foglio decide di aprire sul caso Rumsfeld, riportando l’ira del segretario alla Difesa americano di fronte alla prima dichiarazione di un alto ufficiale sul campo, il generale William Wallace comandante del V corpo, che ha annunciato al mondo: “I nemici che ci troviamo a combattere lo fanno in maniera molto diversa da quelli che ci avevano fatto affrontare nelle simulazioni”.
    Il Foglio difende Rumsfeld, “il sergente Streven Roberts, ucciso mentre abbandonava il proprio blindato per prestare soccorso a civili, è l’eroe di una dottrina molto diversa da come la dipingono i detrattori del falco del Pentagono”. Ma i feddayn “sparano sui civili a Bassora”. Come coniugare la strategia di convincere “cuori e menti” quando i baathisti non hanno scrupoli e iniziano a sequestrare e uccidere soldati americani e britannici mostrandoli nei video, è un problema che a un anno di distanza si rivela purtroppo sottovalutato. “Le guerre sono brutali”, commenta il Foglio in un suo editoriale. Invita “chi le racconta alla responsabilità di essere severi e malinonici”. Ma l’indomani, domenica 30 marzo, quando il mondo intero si interroga sulle conseguenze della strage di una cinquantina di civili al mercato al Nasser di Baghdad, sceglie la via di ricordare che “l’orrore dei corpi straziati nei mercati interroga il cuore, ma nella storia della civiltà occidentale, da san Tommaso a Lévinas, da Ilio a Dresda, le vittime civili si sono contate a mucchi”. “Come va la guerra?”, si interroga l’editoriale del giorno. Risposta:
    “Bene ma con tre punti deboli. La politica, perché i liberati sono ancora percepiti come invasori. La diplomazia, perché russi e francesi sono sempre contrari e le polemiche sulle armi russe a Saddam lo confermano. I mass media che, gestiti all’insegna di un pacifismo umanitario in sé da rispettare e criticare, diventano armi cariche nelle mani del regime iracheno”.
    Niente male, come elenco di questioni che si sperava avrebbero trovato presto soluzione. Tanto che il Foglio decide di dedicare due pagine nei giorni successivi alle tesi contrapposte nel campo americano, tornando a trarle da quella Policy Review su cui mesi prima era apparso il primo saggio di Robert Kagan sui rapporti transatlantici. Stanley Kurtz, fellow della Hoover ed editorialista del Wall Street Journal, firma un lungo saggio “sull’imperialismo democratico”. “Nel dopoguerra”, sostiene, “potrebbe essere sufficiente instaurare in Iraq un’autocrazia amichevole per ritirare il grosso delle forze armate, ma nell’Amministrazione esponenti come Paul Wolfowitz e intellettuali come Richard Perle sostengono che solo una trasformazione democratica dell’Iraq, e poi di tutto il mondo arabo, potrà difenderci dal terrorismo”. Credibile? Per Kurtz “l’imperialismo democratico è disagevole. In Iraq il processo sarà molto più lungo e difficile che in Giappone, l’America dovrà schierare volontà e risorse molto impegnative e se gli iracheni prescelti oggi si riveleranno inefficaci, o se l’America troverà difficoltà superiori al previsto, le possibilità di una reazione nazionalista irachena e araba, e di una spaccatura in America, diventeranno alte”.
    A seguire, ancora più preoccupata l’analisi di Ken Jowitt, professore di Scienze politiche
    all’Università di Berkeley. “Una politica estera americana basata sul presupposto ideologico di un cambio di regime in senso democratico, e della sua realizzazione politico-militare attraverso campagne belliche preventive”, per Jowitt viene descritta dall’Amministrazione Bush “come
    un proiettile magico”, “destinato a esercitare un effetto domino in tutta l’area mediorientale,
    secondo il quale l’Iraq liberato diventa stimolo inevitabile e fecondo della trasformazione in senso democratico di Iran e Siria in prima battuta, della Giordania ed Egitto sulla via dell’ulteriore apertura dei loro regimi, e infine dello stesso intrico israelo-palestinese”. Ma Jowitt non ne è affatto convinto. Sarà “una freccia avvelenata, altro che proiettile magico. L’invasione, l’occupazione e la tentata trasformazione dell’Iraq porteranno per reazione a governi ancora più autoritari e a noi ostili nell’area, alla violenza civile in Medio Oriente, o a entrambe le cose”. Il Foglio ospita con larghezza interrogativi e critiche. Ma nel suo editoriale difende Rumsfeld. “Sembra un vecchio signore d’esperienza, serio e responsabile, sicuro delle sue idee e fiducioso di farcela senza impossibili remore, ma anche senza aggiungere un carnaio al carnaio di Saddam Hussein e del Medio Oriente. Tipacci così nelle guerre servono”. E’ da sottolineare però che il Foglio lo scrive in un editoriale intitolato “Caro Adriano”, in cui replica alle “critiche sbagliate” alla guerra svolte da Sofri. In quei giorni di guerra e di posizioni militanti è proprio Sofri, per il Foglio, “il simbolo di chi nel campo pacifista assume posizioni lucide e non propagandistiche”. Il 4 aprile il Foglio torna a spiegarlo in un nuovo editoriale, “Il Rubicone di Sofri”: “Stare a sinistra, essere contro la guerra, ma continuare a ragionare si può”. “Invece di parlare delle tre o quattro mozioni uliviste, della guerra breve o lunga, i Ds dovrebbero discutere delle tesi scritte ieri da Sofri su Repubblica. Sofri è contro la guerra, l’ha sempre detto. Ma ha sempre avvertito: non la penso come Gino Strada sull’equiparazione tra Bush e Saddam. Sono contro la guerra ma l’obiettivo delle manifestazioni pacifiste deve essere la caduta di Saddam. Ora Sofri dice ancora di più. Dice che le manifestazioni pacifiste non hanno ritardato la guerra, anzi l’hanno accelerata. E inoltre di non volere il crollo dell’impero americano senza che ci sia un ordine alternativo alla ‘ubiqua bellicosità contemporanea’, perché ‘un ordine è andato al diavolo e un altro deve risultarne’. Occidente è una parola minuscola ma io mi sento corresponsabile, dice Sofri”. Commenta il Foglio: “Affrontare e discutere argomentazioni tanto scandalose sarebbe ancora di salvezza per la sinistra, perché non essere d’accordo con la guerra non deve significare volere il rilancio dell’islamismo, ma trovare insieme agli americani una risposta alla domanda fondata che la guerra irachena pone”.
    Sulla maggior parte della sinistra, il Foglio ha un giudizio diverso. “Stare dalla parte di Saddam, in una democrazia si può”, scrive il 1° aprile. “A sinistra molti vedono le vittime civili dei bombardamenti e le donne in nero. Dall’altra parte quella specie di astronauti alleati, forti dei loro tank, aerei e missili. Vedono i loro leader che parlano la lingua della globalizzazione. Vedono quel mostro di Rumsfeld e pensano all’influenza di Sharon e del militarismo israeliano, che già tante vittime palestinesi ha fatto. E il loro cuore ha già deciso: stanno con gli iracheni fedeli a Saddam, che combattono valorosamente l’imperialismo angloamericano. Hanno dalla loro tutti coloro che hanno considerato coraggiosi i terroristi suicidi delle Torri, che hanno addossato all’Occidente la colpa del terrorismo islamista, che chiedono di combattere il terrorismo con la nostra conversione a un altro modello di vita: sono intellettuali radicalchic, grandi vescovi, impegnati combattenti per la causa antiglobalizzatrice e terzomondista. Sappiano però che la democrazia non li esclude”.
    Il 2 aprile si conclude con successo la manovra britannica su Bassora, si sbugiarda Tareq Aziz che inneggiava all’impossibilità della caduta di Baghdad visto che nemmeno la città al confine kuwaitiano era ancora presa. Il Foglio dà la parola agli ufficiali britannici che spiegano come la strategia di “avanzata di 300 metri all’ora” è stata concordata direttamente coi vertici politici a Londra. “Raid and aid”, è lo slogan per instaurare con la popolazione civile rapporti immediatamente positivi, a costo di aver perso giorni su giorni per soffocare la resistenza dei feddayn. “E’ un messaggio per gli americani che sono a 40 chilometri da Baghdad, attenti a commettere errori che potrebbero essere gravissimi”. E’ anche il giorno in cui Kofi Annan chiede ufficialmente scusa per il vergognoso insuccesso dell’Onu che portò agli 8 mila musulmani massacrati dai serbi a Srebrenica. E il Foglio si interroga sul “cassandrismo” europeo. Riprendendo le tesi di Marc Fumaroli, per il Foglio “la controffensiva repubblicana negli Stati Uniti ha conquistato un’autorità politica e intellettuale che noi non abbiamo ancora misurato. E’ la riscoperta delle origini liberali di istituzioni e costumi della democrazia americana, a diventare premessa di influenti proiezioni geopolitiche. Se non verrà colmato il divario nella comprensione del mondo tra le due sponde dell’Atlantico, noi europei col nostro balbettio non ci avvicineremo mai alla comprensione del decisionismo politico militare dell’America di Bush, e continueremo a esorcizzarlo in nome del nostro solipsismo costituzionale, della nostra chiusa eccezione culturale”.
    Giovedì 3 aprile, le vittime della coalizione sono salite a 75. Il Nord è ormai quasi integralmente assicurato dalle forze curde e della 101° aerotrasportata, ma gli americani restano ancora fuori dalle città centromesopotamiche, mentre i feddayn per la prima volta a Najaf sparano dalle moschee. Il tema delle armi di distruzione di massa fa capolino nell’editoriale del Foglio. “Che fare se nella battaglia di Baghdad Saddam le userà?”. Si chiede che in quel caso Francia, Germania e Russia modifichino immediatamente il loro no alla guerra. In effetti, il Foglio non mostra dubbi, sul fatto che Saddam le abbia. “Quanto al fatto che le usi, la prospettiva andrebbe scongiurata perfino con il silenzio, non parlandone neanche”. Ma l’attenzione agli interrogativi che emergono nel dibattito americano resta invece sempre alta. Una pagina intera ospita il botta e risposta appassionato tra Andrew Sullivan, editorialista del Sunday Times proguerra, e Joshua Micah Marshall, giornalista liberal collaboratore del Washington Monthly. Marshall sostiene che “la caduta di Baghdad in pochi giorni non c’è stata”, perché lo schema della “guerra snella” di Rumsfeld “è una bufala”. “Che la popolazione civile non ci tratta da liberatori”, “che gli europei ostili alla guerra non cambieranno cambieranno idea di fronte a questi sviluppi”, e che “tanto meno lo faranno i regimi del Medio Oriente”. “Non provo nessuna allegria criticando gli esponenti dell’Amministrazione che ci hanno messo in questa situazione”, continua Marshall, “ma non voglio che errori simili si ripetano in Corea del Nord o Cisgiordania, ed è importante che il popolo americano sappia che alcuni rappresentanti di questa Amministrazione hanno agito in modo avventato”. Sullivan risponde sulla difensiva. “Anche se servissero due mesi per la caduta di Baghdad, perché non dovrebbe essere un successo?”. “Non sappiamo ancora che cosa pensino davvero gli iracheni di noi”. Quanto all’effetto domino, “nessuno ha annunciato azioni simili in altri paesi mediorientali”. Tempi lunghi, per Sullivan, “tagliare alle radici la crescita del totalitarismo islamista e terrorista in Medio Oriente ci impegnerà per almeno una generazione”.
    Il 5 aprile vede il 7° cavalleggeri occupare da Sud-ovest l’aeroporto di Baghdad, e i marines che risalgono il Tigri da Sud-est fermarsi a 20 chilometri dalla capitale irachena. Ci si interroga sull’“incubo shahada”, le ondate di kamikaze preannunciate da Saddam nel suo brevissimo ultimo discorso televisivo. Il Foglio non si esime dal tributare gli onori che l’intera stampa occidentale dedicherà per giorni al soldato semplice di prima classe Jessica Lynch, prigioniera all’ospedale di Nassiriyah e liberata dalle teste di cuoio in quella che si rivelerà, dopo, una classica operazione di propaganda di guerra. Ma l’editoriale torna alle questioni italiane, punta i suoi strali contro il capo dello Stato. “La delusione Ciampi”, il titolo. “Al presidente Ciampi si deve la massima sincerità, non solo negli elogi ma anche nelle critiche”, è l’esordio. “La sua preoccupazione di intercettare e rappresentare il sentimento nazionale diffuso, cioè la paura della guerra, è comprensibile. Ma sta mettendo capo a una sfilza di esternazioni dal contenuto politico povero e deludente. E’ semplicistico e sentimentale ripetere sempre il trilettere Onu, il bilettere Ue, il quadrilettere pace. Dal Quirinale ci si aspetta non solo una retorica consolatoria, ma anche una sensibilità per la condizione strategica in cui versano le classi dirigenti dell’Occidente, una lettura nuova e drammatica dei problemi, uno sforzo di unificazione della coscienza nazionale che non sia solo il seguito passivo delle prevalenti fobie”. Che cosa si chiede, a Ciampi? “Il nostro maggior alleato storico, l’asse angloamericano, ha intrapreso con grandi costi una guerra preventiva in nome della lotta al terrorismo e della sicurezza globale. E’ un fatto politico di elementare importanza. Bisogna stare dentro questa costellazione di fatti, non si può chiamarsene fuori. Ciampi non è un capo spirituale o una vestale dei buoni sentimenti. E’ un capo politico, un garante istituzionale: dobbiamo essere messi in grado di misurare la sua parola e i suoi atti in relazione a questa funzione”. I tre giorni successivi sono quelli della svolta militare decisiva. Il 7 aprile il Foglio celebra i festeggiamenti per le strade di Bassora ai britannici ormai padroni della situazione. Intanto l’accerchiamento di Baghdad da parte di “soli 15 mila uomini americani è completo”. Sono pochi? “Baghdad non cadrà seguendo tattiche sin qui già sperimentate nelle grandi città”, spiega il Foglio citando gli ufficiali del CentCom, e in effetti in 48 ore dopo è proprio ciò che sarebbe avvenuto. Tanto che l’8 aprile il Foglio fa già un primo bilancio della “nuova guerra”. “Sin qui erano i generali a dettare i tempi e i modi, la sostanza stessa della politica bellica. E financo postbellica. In Iraqi Freedom la politica ha dettato non solo i fini ultimi, ma strategie, tattiche, regole d’ingaggio, modalità d’impiego di mezzo e uomini.” “Nel farlo, il vertice politico americano si è esposto a rischi terribili. Si è visto una settimana fa, quando i media suonavano campane a morto per i ‘tempi lunghi’ e ‘l’avanzata impantanata per le poche truppe’. Ma Rumsfeld ha preteso alla lettera che i militari rinunciassero a quattro tabù. All’annientamento militare del nemico, riservato agli irriducibili. Al terrore sulle popolazioni civili, mandando in soffitta teorici del bombardamento strategico vecchi e nuovi. Al pugno di ferro sui vinti. E a superare il vincolo di evitare a tutti i costi perdite americane sul campo, che ancora in Kosovo ebbe effetti devastanti. L’effetto è sotto i nostri occhi. Il regime è finito. I caduti alleati sono 120. Le vittime civili irachene, anche nelle cifre gonfiate di Saddam sono 1.200: tragico bilancio, ma 4 volte in meno che in Kosovo, 20 volte in meno che Desert Storm”.
    Il Foglio non sottovaluta che “restano aperti i quattro fronti del dopoguerra”. Una lista secca di tutto ciò che i mesi successivi sottoporranno a dura prova. Primo, “l’esercito iracheno è da rifare”. Su questo, il Foglio sostiene la linea dell’inserimento “in grande stile dei generali raccolti nell’Iraq National Congress di Ahmed Chalabi, e nell’Iraq national Accord di Ayad Aalawi”, si rivelerà un’illusione. Secondo, “verificare il sostegno a Chalabi”, e anche su questo la delusione è stata feroce. Terzo, “consolidare il rapporto con i curdi”, e su questo ci siamo, per fortuna. Quarto, “accordarsi con gli sciiti”, ma l’ipotesi del Foglio, far perno sull’ayatollah sciita al Hakim, cadrà presto sotto il piombo assassino di Moqtada al Sadr. Nell’esultanza della statua di Saddam abbattuta il 9 aprile, qualche eccesso scappa di penna. Viene annunciato “il ritrovamento di depositi di materiali chimici sospetti”. Si scrive che “i test preliminari hanno evidenziato la presenza di sarin, gas nervino, tabun e romeite in un centro di addestramento militare tra Karbala e Hilla. Occorrerà attendere gli esami più accurati, ma l’annuncio è venuto da Rumsfeld”, scrive il Foglio. Si rivelerà una notizia infondata. E gli ultimi due editoriali, alla chiusura delle operazioni militari su vasta scala, sono dedicati “all’ora della diplomazia successiva”, e “ai chiacchieroni da salotto che le hanno sbagliate tutte”. Si riveleranno anch’essi ottimisti. Nel primo, il Foglio prevede “che l’Onu busserà alla porta di Baghdad liberata, e le sarà aperto quando sarà il tempo e a condizioni chiare e vincolanti”. E che “la cosiddetta Europa politica rientrerà piano piano nel gioco, ma a condizione che si esprima in perfetto inglese e sotto la guida di Tony Blair”. Perché “chi volesse partecipare alla discussione dovrà spendere qualche parola sollecita e compassionevole su quei magnifici ragazzi morti per riscattare l’Iraq dal suo regime”. Niente di tutto ciò è avvenuto. Quanto ai nostri “talking gun” –
    “i pistola che parlano”, quelli che prevedevano in salotto il massacro iracheno di mezzo milione di civili mentre a oggi sono un migliaio, troppi o pochi fate voi se si considerano i 200 mila morti prodotto in 12 anni da Saddam” – no, decisamente non si sono azzittati neanche un po’, a distanza di un anno.
    Anzi.

    (2. continua)
    Oscar Giannino

    saluti

  3. #3
    email non funzionante
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    Predefinito I fatti e le cose come stavano...

    ....e alcune stravaganze

    Il regime di Saddam Hussein è caduto il 9 aprile 2003. Dopo otto mesi, il 14 dicembre, il dittatore è stato catturato in una buca fetida di Tikrit. In questo lungo periodo Il Foglio ha dedicato centinaia tra articoli, editoriali, ricostruzioni storiche, analisi, documenti sul dopoguerra iracheno e su tutto quanto è girato intorno all’intervento angloamericano in Medio Oriente. Con gli articoli dagli Stati Uniti, i reportage dalle varie zone dell’Iraq, le analisi dalla retrovia iraniana, dal fronte israeliano e dagli altri paesi arabi abbiamo riempito pagine e inserti di giornale. Un anno dopo le abbiamo rilette per capire, alla luce di quanto sta accadendo oggi in Iraq e nel Medio Oriente, se le nostre previsioni e le nostre analisi fossero giuste, sballate oppure caute e ragionevoli. Il giorno successivo alla liberazione, il 10 di aprile, il Foglio si apriva con un racconto della “Baghdad liberata” ma già con il secondo articolo della prima pagina si dava conto di una preoccupazione. Il titolo era:
    “Kagan multilateralista”. Kagan è Robert Kagan, uno dei neoconservatori la cui traiettoria intellettuale questo giornale ha seguito fin dalla pubblicazione integrale, nell’estate del 2002, del suo saggio sui rapporti transatlantici. Ospitando le tesi di uno dei teorici della guerra in Iraq, il Foglio ha avvertito fin dal primo giorno che non era affatto finita: “Kagan scrive che per la Casa Bianca questo è il momento di mostrare un po’ di utile magnanimità con gli europei che non ci credevano. ‘Gli Stati Uniti non dovrebbero tentare di dividere l’Europa; questo lasciamolo fare alla Francia’. Meglio ‘abbracciare l’Europa’, persuadendola, con ancora più forza di prima”.
    Il Foglio ha sempre guardato con favore ad Ahmed Chalabi, il leader iracheno in esilio che più di ogni altro s’è battuto per far fuori il dittatore, al punto che Bill Clinton decise di finanziare la sua organizzazione. Eppure non ha mancato di segnalare, già dal giorno successivo alla liberazione e sempre in prima pagina, “i dubbi di Kagan su Ahmed Chalabi, leader dell’Iraqi National Congress, come guida irachena della transizione. Perché Chalabi, ottima persona, sarebbe accolto come un capo imposto dall’esterno, e se la guerra fosse interpretata come un’azione decisa per mettere Chalabi a Baghdad, il successo di Bush sarebbe un po’ screditato”.
    Per la verità un articolo sbruffone, su quel numero post liberazione, Il Foglio lo ha pubblicato. E’ una invettiva con il solito e irresistibile stile irriverente di Mark Steyn, scritto per lo Spectator di Londra quattro giorni prima dell’ingresso americano a Baghdad. Questo il titolo: “Due sono le cose di cui Baghdad non ha bisogno: le Nazioni Unite e i francesi”. Ma, in generale, non abbiamo mai scritto che con la caduta di Baghdad il caso Iraq fosse chiuso. Tutt’altro. Se fino a qualche giorno prima delle ostilità avevamo scritto di “impegno generazionale”, due giorno dopo la liberazione, l’11 aprile, in un giro di opinioni affidate a sei editorialisti prevaleva la considerazione che gli americani sarebbero dovuti rimanere a lungo in Iraq. Nello stesso giorno, in prima pagina, è stato fatto un raffronto con i sei anni e gli otto mesi che sono stati necessari per la ricostruzione del Giappone del 1945.
    Scorrendo le pagine del Foglio si percepisce comunque un cauto ottimismo sul dopoguerra iracheno ma anche una certa diffidenza sull’impegno militare “leggero” del Pentagono e un’ingiustificata, visto cosa è accaduto successivamente, baldanza anti francese. Il Foglio si aspettava che in seguito alla clamorosa caduta del regime, Jacques Chirac si sarebbe piegato a collaborare alla ricostruzione. Il Foglio se lo aspettava ancora di più da Gerhard Schroeder, anzi un paio di volte abbiamo titolato e dato per fatto un cambio di campo del cancelliere tedesco. Nei giorni successivi alla caduta di Baghdad, pur non pretendendo ovviamente nessuna abiura, il Foglio ha chiesto a destra e a sinistra, ai direttori dei grandi giornali italiani così come al presidente della Commissione Ue, Romano Prodi, di riconoscere che le loro previsioni si erano rivelate sbagliate.
    Un’altra cosa che ci aspettavamo era una spinta forte che la caduta di Baghdad avrebbe dato alla Road Map, documento che il 30 aprile abbiamo pubblicato integralmente prima ancora di ogni altro giornale internazionale. Per effetto della caduta di Saddam abbiamo creduto che i palestinesi fossero costretti a trovare un accordo con gli israeliani. E, in effetti, un tentativo c’è stato, visto che Arafat è stato costretto a nominare, a marzo, Abu Mazen. Per questo il nome di Abu Mazen, insieme alle minacce di Hamas, è il più ricorrente sui titoli di questi mesi del Foglio.
    Il giornale ha concentrato molte energie nel raccontare il dibattito intellettuale e militare americano, con le divisioni strategiche tra i sostenitori della guerra leggera e tecnologica e chi, come Frederick Kagan, invece avvertiva del pericolo che si sarebbe corso. Con articoli tradotti da Economist, Commentary, Weekly Standard, New Republic e una copiosa dose di produzione interna è stato dedicato ampio spazio alle tesi dei neoconservatori, i quali fin dalla liberazione di Baghdad hanno invocato più truppe e poi denunciato la scorsa volontà di Donald Rumsfeld di impegnarsi nella ricostruzione del paese. C’è poi il dibattito tra i falchi liberal americani e inglesi e francesi. Si tratta di quella parte di intellettuali di sinistra favorevoli all’intervento contro il dittatore genocida. I nomi di Christopher Hitchens e Thomas Friedman, e gli articoli di The New Statement, di Dissent e di The New Republic sono diventati un appuntamento fisso su queste colonne. Uno dei protagonisti è stato Paul Berman, più volte intervistato e definito “il Kagan della sinistra”. Un anno e mezzo dopo in Italia è stato tradotto il suo libro.
    Lo stesso dicasi per André Glucksmann, il cui saggio fresco di stampa “Occidente contro Occidente” è stato anticipato con un lungo estratto sul numero commemorativo dell’11 settembre 2003. In quello stesso numero c’era anche un virulento saggio di Lewis H. Lapham, direttore della rivista radicale Harper’s, spietato ed elegante allo stesso tempo contro le tesi dell’Amministrazione Bush. Due pagine del Foglio sono state dedicate al saggio del premio Nobel e guru della sinistra Amartya Sen, recentemente diventato, come le riflessioni di Kagan, un volume per Mondadori. Il pensiero del liberal conservatore Fareed Zakaria, direttore di Newsweek, prima di essere stampato da Rizzoli è stato ampiamente approfondito sul Foglio. Una particolare attenzione è stata dedicata allo scisma islamico, al ruolo del clero sciita e al rapporto con l’Iran e con il wahabismo saudita. Il nome del Grande Ayatollah al Sistani compare con evidenza già il 12 aprile, come l’uomo chiave dell’Iraq. Il 15 aprile iniziano gli articoli sul ribelle sciita al Sadr e le sue milizie armate. In generale, dal giorno della liberazione, è stato dato pochissimo peso al tema delle armi di distruzione di massa, perché in realtà “l’arma di distruzione di massa è la dittatura” o, come ha detto l’inviato dell’Onu Vieira de Mello ucciso dai terroristi, sono “le fosse comuni” del regime saddamita. A proposito dell’Onu, il Foglio è sempre stato scettico sull’efficacia delle Nazioni Unite, e spesso ha usato toni denigratori. A partire dal 16 aprile è stata pubblicata un’inchiesta in 7 puntate di Mauro Suttora che ha anticipato il recente scandalo delle tangenti petrolifere spartite tra il regime e alcuni funzionari Onu sulle spalle del popolo iracheno. Abbiamo dato molto spazio al caso del deputato laburista inglese George Galloway, pacifista provetto ma accusato dalle carte ritrovate a Baghdad di essere a libro paga di Saddam (lui ha negato).
    Il Foglio ha pubblicato i documenti ufficiali dell’Autorità di Paul Bremer che segnalavano la ripresa e il miglioramento delle condizioni di vita degli iracheni, confermate dai sondaggi, dalle manifestazioni anti terrorismo in Iraq (che molti giornali hanno bucato) e da quei giovani, Zeyad e Alì in testa, che alla caduta di Saddam hanno aperto siti Internet per raccontare il sapore della libertà. Tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, infine, il Foglio ha cominciato una prima riflessione sul dopoguerra iracheno, con una serie di editoriali, un paio di articoli e un’intervista al professor Franco Zerlenga rubricati sotto i titoli: “Forse gli americani non sono abbastanza nasty” e “Come essere più cattivi”.
    Un nuovo pensiero rivoluzionario
    “Comunque la si pensi e in qualunque posizione
    ci si riconosca, è evidente che la liberazione
    dell’Iraq non è un episodio neocoloniale
    né un incidente o un qualsiasi sviluppo
    nella lotta al terrorismo. E’ di più: è
    l’affermazione di un nuovo pensiero rivoluzionario,
    che vuole cambiare equilibri consolidati
    nel mondo in nome di un disegno di
    stabilità, di pace e di affermazione del valore
    universale della democrazia. E’ chiaro
    che i conservatori sono progressisti, e i progressisti
    conservatori”. (editoriale, 11 aprile)
    Per evitare
    “Per evitare che l’Iraq diventi un immenso
    ‘territorio occupato’ in cui esploda il terrorismo,
    serve un rafforzamento della coalizione
    moderata, che assuma la responsabilità
    di garantire, eventualmente anche con
    forze armate proprie, sia la stabilizzazione
    in Iraq sia la coesistenza fra Israele e una
    nuova autorità palestinese aiutata a liberarsi
    dal terrorismo”. (11 aprile)
    Le truppe e l’occupazione
    “Dovranno restare a lungo. Avete presente il Giappone e la Germania del secondo Dopoguerra? Nel Kurdistan iracheno ci vollero sei mesi per avviare la democratizzazione, in Iraq sei mesi non basteranno”.
    (11 aprile 2003)
    Apologia
    “Apologia del saccheggio”
    (titolo di editoriale, 12 aprile)
    Viva
    W l’anarchia (vignetta di Vincino, 12 aprile)
    Sistani
    “Il grande ayatollah Alì al Sistani, detentore
    della potestà della marja’, la fedeltà obbligatoria
    degli sciiti alle sue fatwa, da anni
    agli arresti domiciliari. La divergenza che
    contrappone al Sistani e al Khoei allo Sciri
    e agli ayatollah iraniani è di primaria importanza:
    i primi rifiutano il modello di Repubblica
    islamica dominata dall’assoluto
    potere decisionale sulla gestione dello Stato
    e del governo, esercitato teocraticamente
    in Iran prima dall’ayatollah Khomeini e oggi
    dall’ayatollah Khamenei”.(12 aprile)
    La dottrina Bush c’è, e l’altra?
    “Si attende una dottrina alternativa a quella firmata da Bush. Che è semplice. Visto che i terroristi islamici ci hanno portato la guerra in casa, ed è una guerra asimmetrica, noi ripristiniamo la simmetria andandoli a prendere dove sono custoditi, protetti, incoraggiati e dove potrebbero essere armati, in un prevedibile futuro, di mezzi di distruzione di massa. E lo facciamo preventivamente, cioè senza aspettare nuovi colpi da parte loro. E lo facciamo con chi ci sta, cioè senza accendere ceri al vecchio multilateralismo delle burocrazie e del cosiddetto diritto internazionale: se il diritto perde forza, gliela restituiamo noi questa forza, esportando con il diritto anche la democrazia o la modernizzazione di una civilizzazione politico-religiosa che non è poi così amata dai popoli che la subiscono”.
    (editoriale, 14 aprile)
    Prende atto (o no?)
    “La diplomazia francese prende atto che la caduta del tiranno di Baghdad apre una nuova fase in Medio Oriente”. (15 aprile)
    Ripensandoci (o no?)
    “Passettino dopo passettino Schroeder trasloca al centro delle alleanze da restaurare”.
    (titolo, 15 aprile)
    Foggy Bottom
    “Hezbollah tenta d’infiltrarsi in Iraq per
    fomentare il caos” (titolo, 16 aprile)
    Newbury
    “Per l’Iraq meglio il modello Usa di Germania
    e Giappone, o quello più inglese dell’Italia
    del 1943?”. (titolo, 16 aprile)
    La resa
    “La resa di M. Jacques”. (titolo editoriale,
    16 aprile)
    Praticabilità
    “Iraqi Freedom torna però ad affermare
    la piena praticabilità di operazioni militari
    su vasta scala, in tempi e con perdite (militari,
    ma anche civili) assai contenute rispetto
    al passato, e tali da poter essere considerate
    “giuste e adeguate ai fini” da parte di
    governi occidentali e, soprattutto, da parte
    dei loro elettorati”. (16 aprile)
    Issimo
    “Altissimo, levissimo, falchissimo - Grande
    performance del Cav. al Partenone, tra
    Pericle e Wolfowitz” (editoriale 17 aprile)
    Sistani e Sadr
    “Il 72enne ayatollah Alì Sistani di Najaf,
    la più alta autorità religiosa sciita irachena,
    appare come il più disponibile a esercitare
    un prudente ruolo di fiancheggiamento dei
    processi politici civili, nel più pieno rispetto
    della scuola Akhbari, intrisa di quietismo
    politico; la sua fatwa che impegnava i fedeli
    a ‘non ostacolare’ l’azione bellica anglo-americana
    ne è stato un esempio. Da giorni,
    però, al Sistani si trova in una situazione poco
    chiara e forse è ancora prigioniero di un
    gruppo di fanatici sciiti, capeggiato dal 22enne
    Muqtada Sadr (figlio di un grande ayatollah
    ucciso da Saddam), che lo vogliono mandare
    in esilio dopo aver trucidato il moderato
    ayatollah Abdul Majid al Khoei, appena
    tornato da Londra” (18 aprile)
    Il predecessore di Bremer
    “Arriva Jay Garner, se ne pentirà?” (titolo,
    22 aprile)
    Farsi notare
    “Altri, come il ventiduenne Moqtada Sadr
    cercheranno soprattutto di farsi notare”. (22
    aprile)
    25 aprile
    “L’unico atto concreto di antifascismo del nostro tempo, la cacciata dal potere del fascismo baathista di Saddam. Quel tipo di antifascisti stavolta dovrebbe starsene a casa”.
    (editoriale, 23 aprile)
    Sciiti
    “Oggi gli americani intendono esportare in Iraq il modello democratico occidentale. Per raggiungere questo risultato nessuno aveva mai pensato di doversi appoggiare all’elemento sciita, soprattutto per timore di un’eventuale interferenza iraniana. Ma la prova di forza offerta in questi giorni dagli sciiti iracheni, che si sono inseriti nel vuoto di potere lasciato dalla caduta del regime baathista, cambia il quadro della situazione.
    Sarà probabilmente impossibile fare a meno
    degli sciiti nella creazione del nuovo
    Iraq. Soprattutto, una loro nuova sconfitta
    politica, una loro esclusione dal futuro governo
    del paese, potrebbe davvero aprire il
    vaso di Pandora del fondamentalismo religioso
    islamico, anziché sviluppare le tendenze
    più razionalistiche e moderate dello
    sciismo iracheno”. (25 aprile)
    Funghi
    “Dossier sui funghi e le micotossine fanno sospettare che i servizi segreti iracheni stavano lavorando alla produzione di sostanze batteriologiche letali. Sul tavolo del laboratorio è abbandonato un dossier dal titolo emblematico: Prove biologiche sugli alimenti”.
    (26 aprile)
    Così
    “Così Rumsfeld si prepara a cambiare l’esercito
    Usa dopo Iraqi Freedom”. (titolo, 29
    aprile)
    Se
    “Saddam (se è vivo)”. (titolo, 3 maggio)
    Possiamo essere sicuri
    “Se Seymour Hersh scrive che le armi
    proibite non si troveranno, possiamo essere
    sicuri del contrario, questo è ‘l’indicatore
    principale che le armi di distruzione di massa
    in Iraq si troveranno’, sostiene una nota
    di Jack Shafer, uno dei principali blogger di
    Slate”. (9 maggio)
    Major war
    “Si può discutere se quella all’Iraq sia
    stata non ci si sbaglia di molto a sostenere che gli Stati Uniti non hanno ancora deciso come affrontare, con quale tipo di ‘istituzionalizzazione’ internazionale, e con che grado di ‘moderazione strategica’, questo dopoguerra”.
    (14 maggio)
    Rummy e Tommy
    “Donald Rumsfeld il vittorioso per una volta ha trovato pane per i suoi denti. Perché tra i vertici militari americani c’è un’unica figura il cui prestigio in Iraqi Freedom si è accresciuto in maniera altrettanto esponenziale di quello del segretario alla Difesa.
    Ed è proprio colui che in questi giorni sta
    opponendo un energico no alla richiesta di
    Rumsfeld. Stiamo parlando del generale
    Tommy Franks”. (14 maggio)
    Sorpresa
    “Sorpresa, anche il comandante Bush è
    vulnerabile – L’economia, le armi che non si
    trovano e Riad”. (titolo, 15 maggio)
    Guai
    “Guai grossi in Iraq, un leader repubblicano
    lancia l’allarme”. (titolo, 24 maggio)
    Futuro
    “Non c’è più l’Iraq di una volta – Primi
    passi di un paese che ora ha progetti per il
    futuro”. (titolo di un inserto, 28 maggio)
    Progetto iniziale
    “Il progetto iniziale di Donald Rumsfeld
    e di Richard Perle si basava su due assunti:
    centralità dell’Iraqi National Congress (Inc)
    di Ahmed Chalabi e ruolo preminente delle
    gerarchie militari irachene che l’Inc e l’Ina,
    di Ayad Alawi avevano garantito sarebbero
    passate dalla parte degli Stati Uniti durante
    la guerra. Nulla di tutto questo si è però verificato:
    durante le tre settimane di guerra
    sono andate a segno soltanto alcune operazioni
    coperte di compravendita di gerarchi
    militari; il corpo dell’esercito o si è sfaldato,
    o ha malamente resistito, ma una cosa, sicuramente
    non ha fatto: non ha collaborato. Le
    stelle di Chalabi e di Alawi, già ferocemente
    osteggiati dal Dipartimento di Stato e dalla
    Cia, hanno iniziato sempre più a declinare
    e con esse quello che doveva essere il baricentro
    politico su cui gli Stati Uniti dovevano
    costruire tutto il nuovo edificio statale
    iracheno”. (28 maggio)
    Tanto, tanto pragmatismo
    “Risolto con nettezza l’equivoco Chalabi
    con il suo ridimensionamento, Bremer ha
    preso nei giorni scorsi due decisioni nette. La
    prima, scontata, è la messa fuori legge del
    Baath. Ecco allora che Bremer ha deciso una
    mossa radicale. Innovando completamente la
    prassi adottata in Germania nel ’45 ha decretato
    un’epurazione totale e assoluta. Il modello
    Norimberga (duro processo ai vertici
    del regime, fin troppa tolleranza in funzione
    antisovietica in periferia) è stato abbandonato,
    a favore di una totale rigidità nel rinnovamento
    anche periferico. Lo scioglimento totale
    dell’esercito – con eccezione di ‘impiegati,
    parenti di vittime del regime ed elementi
    già in pensione’ – e di tutti i corpi militari iracheni,
    Guardia nazionale in testa, è stata così
    la logica conseguenza di questa linea di ricostruzione
    da zero. Tabula rasa, quindi, totale
    preminenza nella ricostruzione allo sforzo
    per fare funzionare i servizi civili di base, pagamento
    di stipendi e pensioni in testa, disarmo
    obbligatorio delle milizie selvagge che
    si sono create con la caduta del regime e tanto,
    tanto pragmatismo”. (28 maggio)
    Elogio della debaathificazione
    “Il punto vero è quella che Chalabi, e non
    solo lui, chiama la debaathification, purgare
    il paese dal Baath, che è il peggio, il concentrato,
    del panarabismo introdotto dall’egiziano
    Nasser. Debaathificare l’economia,
    ricostruendo il libero mercato, perché tutte
    le imprese e compagnie o sono statali o sono
    miste, che è peggio, perché il cosiddetto capitale
    privato veniva messo in mano a gente
    del Baath e ritornava nelle stesse tasche, come
    per la Pepsi Cola, come per l’Agenzia
    nazionale del turismo, addirittura in mano
    ai servizi segreti. Debaathificare l’educazione,
    il 65 per cento degli iracheni ha meno di
    venticinque anni, è cresciuto in un sistematico
    lavaggio del cervello. Basta andare in
    una libreria, vedere che cosa veniva prodotto,
    ci sono 250 libri best seller che hanno per
    autore Saddam. Su ogni testo scolastico, su
    ogni matita, c’è scritto dono di Saddam. L’educazione
    è completamente da rifondare, o
    sarà il disastro”. (29 maggio)
    Si può fare
    “Si può fare, è una transizione di almeno due anni, durante i quali americani e inglesi naturalmente devono restare, a garantire l’integrità territoriale, a proteggere la democratizzazione, a evitare ingerenze esterne da parte di vicini aggressivi”. (29 maggio)
    Food for Saddam
    “Oil for food in realtà significava: tangenti
    per Saddam” (titolo, 30 maggio)
    Un piano
    “Baghdad sente la minaccia sciita, gli
    americani hanno un piano per governarla”
    (titolo, 3 giugno)
    Epoca
    “Una guerra che farà epoca”. (titolo di un
    inserto, 4 giugno)
    Decisione e aiuti
    “Hamas colpisce ancora, ma Sharon ha
    già deciso di smantellare la sua cupola. Abu
    Mazen lo aiuterà?”. (titolo, 12 giugno)

    Le armi dividono
    “Nel dibattito sugli arsenali che non si
    trovano Bush rischia qualcosa, i suoi rivali
    di più”. (titolo, 24 giugno)
    Finirà
    “Per la Cia Saddam è in Iraq. Preso lui, finirà
    la guerriglia”. (titolo, 25 giugno)
    Passarsela bene
    “L’asse del male non se la passa bene” (titolo
    di un inserto, 26 aprile)
    L’ora
    “E’ l’ora degli ayatollah, supereranno indenni
    l’estate di Teheran?” (titolo, 26 aprile)
    Salò
    “I repubblichini di Tikrit – Gli attentati in
    nome di Saddam e l’abuso del termine “resistenza”
    (editoriale, 26 giugno)
    Regole
    “Regole per amministrare il mondo – Perché
    l’America non può non essere un Impero”
    (titolo di due pagine di inserto, 27 giugno)
    Sarà
    “L’esercito di Baghdad sarà made in Usa”
    (titolo, 9 luglio)
    Ridimensionata
    “Paul Bremer ha pronto il nuovo governo
    provvisorio per l’Iraq – Ridimensionata la
    diaspora di Chalabi”. (titolo, 12 luglio)
    Lusso
    “La democrazia non è un lusso da paesi
    ricchi – Robert Kagan contro Fareed Zakaria
    e la sua tesi sui benefici delle ‘autocrazie
    liberali’, un eufemismo per difendere le
    dittature” (titolo di due pagine di inserto, 12
    luglio)
    Meriti
    “Nigergate, in ombra i tanti meriti di Tenet
    (Cia)” (titolo, 16 luglio)
    Le democrazie mentono?
    “Le armi e le bugie che non si trovano. In
    politica si dicono solo verità politiche” (editoriale,
    16 luglio)
    Contrordine
    “Contrordine al Monde, il Consiglio iracheno
    è un miracolo di Bremer”, (titolo, 17
    luglio)
    Un po’ utili
    “Nel nuovo Iraq c’è un po’ di caos ma anche
    molti utili Internet café” (titolo, 18 luglio)
    Mercenari
    “In al Qaida c’è anche chi combatte per
    soldi” (titolo, 18 luglio)
    Largamente rappresentativo
    “Il segretario generale dell’Onu aveva fatto
    il primo passo raccomandando piena legittimazione
    del governo ad interim installato
    dagli occupanti a Baghdad. ‘Un partner
    largamente rappresentativo con cui le Nazioni
    Unite e la comunità internazionale
    possono impegnarsi’, lo definisce” (22 luglio)
    Al limite
    “I piani di Rumsfeld per una macchina
    militare giunta al limite” (23 luglio)
    Funzionano
    “Ora le taglie sui saddamiti funzionano
    perché il clan baathista siro-iracheno si sta
    sfaldando” (30 luglio)
    Tempo e soldi
    “Uno studioso inglese contro l’ipocrisia.
    Democrazia e sicurezza richiedono tempo e
    soldi”. (titolo a saggio di Niall Ferguson)
    Guerriglia e videotape
    “La guerriglia irachena colpisce con i video prima (e più) che con le armi” (2 agosto)
    Quel che non convince
    “Quel che non convince del dopo Saddam
    • Il barometro del mondo arabo non segna ancora schiarite di pace – Se l’Iraq non si piace democratico, Bush deve cercare una via d’uscita” (titoli di due articoli, 6 agosto)
    La metamorfosi del mostro
    “Al Qaida ferita sopravvive trasformandosi.
    L’Occidente pure – Perché non è facile
    distruggere la rete di Osama bin Laden e
    quali sono gli strumenti da usare. Analisi e
    idee” (titolo, 7 agosto)
    Soft power
    “Raid più soft e soldati-psicologi per avere
    il consenso in Iraq” (9 agosto)
    Il nuovo Iraq
    “Il Sud doveva esplodere, qui invece la
    guerriglia non c’è e la ricostruzione è iniziata”
    (13 agosto)
    “Cinico, ma vero”
    “Alla guerra fa bene un esercito privato”
    (13 agosto)
    Addio all’Onu
    “I rischi per il presidente americano
    e il suo staff sono alti. Ci vogliono molti
    soldi per stabilizzare l’Iraq, come ha
    detto il suo amministratore provvisorio
    Paul Bremer; ci vuole tempo e secondo
    alcuni esperti il raddoppio delle truppe
    attualmente impegnate. La situazione è
    ovviamente critica, alcuni errori di sottovalutazione
    delle difficoltà del dopoguerra
    sono stati compiuti (sebbene la
    valutazione dei fatti sul terreno sia distorta da mille parzialità e acrobazie del circo dei media), e sarebbe assai meglio per tutti se l’Occidente non si fosse diviso e le Nazioni Unite non avessero rifiutato di assumersi le loro responsabilità, insomma se la strategia di George Bush, Colin Powell e Tony Blair non fosse stata tradita e infilzata dal vano
    veto francese, tanto più nullista in
    quanto incapace di aggregare una significativa
    alternativa di leadership o di
    coalizione”. (editoriale, 15 agosto)
    Nato
    “E se la nuova Nato prende il posto dell’Onu
    da Kabul all’Iraq?” (15 agosto)
    Consigli
    “Qualche consiglio per la presidenza italiana
    dell’Ue che vuole collaborare con l’Onu
    e l’America” (21 agosto)
    Il fratello
    “Frederick, il Kagan che contesta la strategia
    di Rumsfeld – Per lui la Net war permette
    di vincere gli scontri militari, ma vincere
    le guerre, cioè piegare il nemico, è altra
    cosa” (21 agosto)
    I primi 100 giorni senza Saddam
    “L’8 agosto scadono i cento giorni dalla fine
    delle principali operazioni di combattimento
    in Iraq”. “Risultati in Iraq: cento giorni
    per la conquista della sicurezza e della libertà”
    è un resoconto dei maggiori successi
    che gli iracheni dell’era post Saddam condividono
    con i rispettivi partner nel rinnovamento
    del loro paese”. (inserto, 22 agosto)
    Postfascista
    “L’Iraq postfascista non è ancora un paese
    sicuro, non è ancora il paese dei sogni
    della Casa Bianca, ma oggi ospita un popolo
    che ha finalmente una speranza di futuro
    migliore” (22 agosto)
    Le pulci
    “Chi fa le pulci (serie) a Rumsfeld consiglia:
    più soldati iracheni contro la ‘guerricciola’
    ” (titolo, 22 agosto)
    Cercate
    “Cercate le armi del rais nell’uscita di sicurezza
    del Kgb, dice un’ex spia brezneviana”
    (titolo, 22 agosto)
    I neocon
    “I neocon che convinsero Bush a liberare
    l’Iraq ora gli dicono, spazientiti, di inviare
    più soldi e più truppe – Liberare Baghdad è
    stato un grande risultato, ma serve più decisione
    per evitare il disastro” (26 agosto)
    Quando le cose vanno male
    “La coalizione che ha liberato l’Iraq non
    ha ancora trovato le armi di distruzione di
    massa e non è riuscita ancora a scovare
    Saddam Hussein. Una visibile e forte leadership
    irachena stenta a costruirsi. Il partito
    terrorista sunnita e wahabita è ancora
    abbastanza forte e infligge perdite quotidiane
    che affliggono l’opinione pubblica
    americana a due anni dall’11 settembre, oltre
    a rallentare sensibilmente lo sforzo di ricostruzione
    delle infrastrutture civili e a far
    salire il prezzo finanziario del dopoguerra
    diffondendo il morbo dell’insicurezza”. (editoriale,
    30 agosto)
    Non
    “Missione non compiuta” (titolo, 4 settembre)
    Pesante
    “L’estate fu pesante per i liberatori” (editoriale,
    9 settembre)
    Idealisti in rivolta
    “Né partito né lobby, i neocon contro il
    Pentagono con idee considerate impolitiche”
    (titolo, 11 settembre)
    Chi
    “Chi non muore si rivede, e non è il caso
    di bin Laden” (16 settembre)
    Fallujah
    “Non saranno i banditi di Fallujah, nemmeno
    rafforzati dalle reclute fresche di al
    Qaida, a spiantare l’Occidente e la strategia
    preventiva anti-caos” (editoriale, 24 settembre)
    Antifascista
    “I neocon criticano Bush perché non spiega
    che è una guerra antifascista” (titolo, 30
    settembre)
    Danni
    “Gli imperi fanno le Costituzioni, gli irredentisti
    e l’Onu danni gravi” (titolo, 1 ottobre)

    “Schroeder dice di sì sull’Iraq” (3 ottobre)
    Sano
    “In Iraq è nato il nuovo esercito. E’ uno,
    trino, piccolo e sano” (9 ottobre)
    Sciiti
    “L’Iran soffia sugli sciiti d’Iraq perché
    escano dal governo” (17 ottobre)
    Bremer ordinò
    “Lo scioglimento dell’esercito di Saddam
    ha aggravato i problemi” (titolo, 28 ottobre)
    Cattivo
    “Saddam, cattivo soldato e provetto terrorista,
    torna alle origini” (titolo, 29 ottobre)
    Forum
    “Chi sta vincendo la pace?” (inserto 31 ottobre)
    Gentile
    “L’America è stata troppo gentile in Iraq, non lo pensa soltanto Chalabi” (4 novembre)
    Già sciolto
    “Gli americani non pensano che si sia
    trattato di un errore ‘perché – spiega Dassù
    – dicono che l’esercito era già sciolto’ ” (4
    novembre)
    Drammatico Iraq
    “Gli attacchi a Baghdad. Falluja centro
    del terrore. La paga dei saddamiti” (titolo, 5
    novembre)
    Non c’entra
    “Ecco il piano clear and hold, il numero
    dei soldati non c’entra” (titolo, 5 novembre)
    Conseguenza
    “Il terrorismo pesante è conseguenza della
    guerra leggera” (titolo, 14 novembre)
    Bicchiere
    “L’Iraq è mezzo pieno o mezzo vuoto?”
    (inserto, 22 novembre)
    Altro che
    “Altro che fuga da Baghdad, francesi e tedeschi
    vogliono andarci” (editoriale, 12 dicembre)
    Catturato Saddam
    “Questo non vuol dire che gli attacchi contro gli iracheni e le forze della coalizione cesserranno. Ce ne saranno altri, purtroppo.
    Saddam non era il nostro unico nemico, restano
    i regimi terroristi siriani e iraniani”
    (15 dicembre) (3. fine)

    Christian Rocca
    saluti

 

 

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