....alla guerra
Che cosa ha pensato e scritto il Foglio sulla guerra in Iraq? Come ha seguito e sviluppato il dibattito che l’ha preceduta? Con quali cronache e quali commenti ha dato conto delle battaglie combattute dagli alleati contro l’esercito di Saddam Hussein? E quali opinioni ha poi mantenuto nel dopoguerra, dalla presa di Baghdad fino al sangue e alle angosce di queste ultime ore? Oggi rileggiamo l’anteguerra. Quel periodo cioè compreso tra l’8 agosto 2002, giorno in cui comincia la pubblicazione – in cinque puntate – del saggio scritto per Policy Revew da Robert Kagan, il neoconservatore già professore di Scienze politiche a Berkeley, e il 21 marzo 2003, giorno del “first strike”, il primo colpo appunto, sparato da un aereo dell’esercito americano contro i palazzi del regime. Nel mezzo – oltre al confronto di idee che si è sviluppato in Europa e negli Stati Uniti sulle tesi di Kagan – c’è la lunga partita giocata nel palazzo delle Nazioni Unite da George W. Bush e Tony Blair. C’è il duro braccio di ferro che ha portato alla spaccatura dell’Europa – da un lato Inghilterra, Spagna e Italia; dall’altro Francia, Germania, Russia – e c’è pure lo scontro politico che ha accompagnato, in Italia, la decisione del governo di inviare in Iraq i propri soldati.
Il “morso” all’Europa. Viene definito così, l’8 agosto, il saggio di Kagan. Il giornale sostiene che è “una buona guida per capire il grande caos internazionale” e spiega, in un editoriale, perché ha deciso di pubblicarlo integralmente. “Kagan svolge un’analisi spietata delle umide illusioni di cui si nutrono le cancellerie europee nei confronti del realismo asciutto che ispira le posizioni neoimperiali americane”. “Il peggior errore, come sempre, è respingere al mittente le tesi senza conoscerle. Dunque invitiamo tutti alla lettura. Ma senza nascondere una convinzione di fondo. Una Europa più coraggiosa e meno anemica, anche in termini militari, è la risposta coerente all’eredità di libertà e democrazia che l’Europa ha dato al mondo”.
Kagan spiega “perché Europa e America non si capiscono più”. “E’ ora di porre fine alla finzione che gli antichi alleati condividano la stessa visione del mondo. Appartengono ormai a pianeti diversi. Sulla questione decisiva, l’esercizio del potere, l’Europa insegue sogni di pace perpetua, mentre l’America vuole mettere ordine tra i lupi di Hobbes”. “Gli americani vengono da Marte, gli europei da Venere”. “Quando erano più deboli anche gli Stati Uniti prediligevano gli accordi multilaterali. Ora che sono la grande potenza devono spesso agire da sceriffo del mondo. E i fuorilegge sparano agli sceriffi. Per questo motivo il Vecchio continentè è più tranquillo e non coglie il pericolo Saddam”. “Qui in Europa si beneficia di una ‘sicurezza gratuita’: si sa che in molte zone e per alcuni problemi può intervenire solo l’America”.
Il 17 agosto, dopo avere dato voce anche a chi dissente fortemente da Kagan (per esempio all’ex ambasciatore Sergio Romano per il quale “sia gli Usa sia l’Ue possono cambiare idea”) il Foglio pone la questione delle democrazie e la guerra. E solleva un interrogativo: come decidere sull’Iraq? “La questione non sta nel provare che Saddam è collegato al terrorismo internazionale, con in più le armi di distruzione di massa che tutti temono. Saddam è egli stesso un terrorista e si comporta da anni come un fuorilegge che mette a repentaglio la sicurezza della comunità mondiale. Ricordate Slobodan Milosevic? Fosse stato per gli europei, per i sofisticati alla Dini o per gli olandesi sotto egida Onu che ancora si vergognano dell’appeasement di Srebrenica, sarebbe ancora lì dalle parti di Rambouillet” (editoriale).
Per meglio scandagliare gli aspetti non secondari del rapporto tra le moderne democrazie e la guerra, il giornale pubblica (23 agosto) il “ritratto di un intellettuale di sinistra dopo l’11 settembre”. Lo traccia Paul Hollander, professore emerito dell’Università del Massachussets, il quale spiega “miti e ragioni delle idee anticapitaliste, anti–anticomuniste e ovviamente antiamericane”. E’ la resistenza della cultura antagonista. Nel saggio – spiega il giornale nel presentarlo ai lettori – “si parla naturalmente delle chattering classes, intellettuali scriventi e parlanti nel sistema dei media e dello show business. Gente molto spesso in buona, anzi ottima fede, senza la quale l’Occidente cosiddetto non sarebbe il cosiddetto Occidente, cioè un luogo di libertà e di indipendenza critica”.
Secondo Paul Hollander, “gli esponenti della cultura antagonista sono disseminati nei più svariati contesti, organizzazioni e gruppi di interesse”. “La convinzione più significativa che li contraddistingue è che la società americana presenti profonde imperfezioni e sia insolitamente ripugnante: iniqua, corrotta, distruttiva, priva di anima, disumana, fasulla e incapace di soddisfare le basilari ed evidenti necessità umane. Il sistema sociale americano non è riuscito a mantenere la promessa storica ori-ginale e si rivela, ai loro occhi, intrinsecamente e irrimediabilmente sessista, razzista e imperialista”.
“La guerra giusta in democrazia è un problema, non un tabù”, scrive il Foglio qualche giorno dopo, il 5 settembre. Perché il sessantacinque per cento degli europei mette il terrorismo internazionale in testa all’elenco di minacce agli interessi vitali della propria nazione” e individua nella guerra a Saddam “la risposta adeguata e necessaria”. Allora perché tante “stridenti differenze tra i governi europei e l’Amministrazione Bush”? Accanto, l’anticipazione di “L’Obsession antiamericane”, nuovo libro di Jean François Revel, accademico di Francia e “nemico fra i più agguerriti del luogo comune ideologico”.
Revel, nel suo saggio, sostiene che “il mistero non è la disinformazione ma la volontà di essere disinformati” e che “la manipolazione continua dal tempo della sentenza dei Rosemberg”. “L’assenza di logica porta a rimproverare agli Stati Uniti una cosa e il suo contrario: unilateralismo e isolazionismo”. “Persino De Gaulle ricorse a un ragionamento illogico per sfilarsi dal comando Nato. La passione fa dire sciocchezze anche a un grand’uomo”.
L’Europa piange sulle vittime dell’11 settembre 2002, ma a un anno da quell’attacco canagliesco non alcuna intesa sulla linea da seguire all’Onu. Berlusconi, in una lettera al Foglio, mostra fermezza. “O le cose cambiano o si dovrà agire, anche militarmente, prima che sia troppo tardi”. E’ deciso anche Blair, che parla per trentasette minuti davanti ai delegati delle Trade Unions: “Da internazionalista e da uomo di sinistra vi dico: o l’Onu disarma Saddam o ci pensiamo noi”. Ma le schermaglie che anticipano il dibattito al Palazzo di vetro fanno capire che “c’è un abisso tra l’evidenza dei fatti e la capacità occidentale di spiegarli”. La tesi del giornale si ritrova in un lungo editoriale, pagina tre. “E’ ovvio che Saddam Hussein deve arrendersi o perire, ma non sembra così ovvio. E’ ovvio che la copertura dell’Onu a una guerra preventiva contro le armi di distruzione di massa può essere una buona scelta, tuttavia non determina di per sé la moralità o l’immoralità dell’azione militare, ma non sembra così ovvio”. Non solo. “E’ ovvio che sugli Stati Uniti pesa una responsabilità globale derivata dalla forza militare, dalla loro solitudine imperiale dopo la fine della confrontation tra democrazia e totalitarismo, ma non sembra così ovvio. E’ ovvio che l’idea di una pace nella giustizia, abbracciata dal Papa nel messaggio dell’anno scorso sulla lotta al terrorismo, non può essere un’idea disarmata, ma non sembra così ovvio. E’ ovvio che nessuno Stato-nazione è esente da responsabilità per il dolore del mondo, ma quelle degli Stati Uniti non possono essere messe sullo stesso piano di quelle degli Stati-canaglia, eppure anche questo non sembra così ovvio. Quando molta gente vede le cose diversamente da te, puoi stare tranquillo e continuare il gioco della persuasione reciproca, il dialogo razionale. Ma quando molta gente non vede le cose o non vuole vederle?”.
Il giorno dopo il giornale pubblica un saggio (“Nel nome della legge”) scritto per il New Statesman, da Robert Cooper, uno degli architetti della diplomazia di Blair e convinto sostenitore di concetti come “imperialismo difensivo basato sul rispetto dei diritti umani” e “attacchi preventivi”.
Per Cooper “la forza crea la pace e la minaccia della forza la protegge” e dunque “non c’è nuovo ordine mondiale senza guerra preventiva”. Ne deriva che molte discussioni sulla “legalità” degli interventi militari, “sono oggi solo pedanterie accademiche”. E che la questione centrale è “impedire che due minacce, terrorismo e armi di distruzione di massa si sommino”. “Il Consiglio di sicurezza dell’Onu potrà o non potrà essere in grado di giocare un ruolo fondamentale. In ogni caso non possiamo continuare come se nulla stesse accadendo e pensare che le attuali concezioni dell’ordine legale debbano rimanere immutate”.
Il 21 settembre il giornale dedica oltre mezza pagina al documento in cui Bush illustra la strategia mondiale per la sicurezza degli Usa e sostiene che, con quel documento, “l’America riprende il comando”. “E’ l’addio definitivo a ogni oscillazione clintoniana tra riconoscimento del multilateralismo e uso della forza ma solo in funzione reattiva”. “Per affrontare il terrorismo gli Stati Uniti sono pronti a colpire anche da soli, anche per primi, individuando e neutralizzando la minaccia laddove si trova”. “L’America è in guerra, ripete Bush. L’Europa invece crede che la dichiarerà Kofi Annan”.
L’approssimarsi del dibattito al Palazzo di vetro accentua la polemica tra Chirac e Blair (definito dal presidente francese “sicofante di Bush”) e, più in generale, tra America e Francia. Il 4 ottobre, il giornale pubblica per intero il discorso pronunciato dal premier britannico (“un socialista che ci piace”) al congresso del Partito laburista.
Secondo Blair, ora che la Guerra fredda è finita, “gli Stati Uniti sono l’unica superpotenza”. “L’America è sicura e fiera di sé ma allo stesso tempo è oggetto di rancore. L’Europa è una potenza economica ma non ha coerenza politica. Quanto al rancore nei confronti degli Stati Uniti, ricordate una cosa. I valori degli Stati Uniti sono anche i valori di noi britannici. E sono del resto buoni valori: democrazia, libertà, tolleranza, giustizia. E’ facile essere antamericani, ma ricordate quando e perché questa alleanza è stata forgiata: qui in Europa, durante la Seconda guerra mondiale, quando la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e ogni cittadino europeo degno di rispetto unirono le loro forze per liberare l’Europa dalla piaga nazista”.
Il 24 ottobre, ecco un’ “Apologia dell’America”. Viene fatta da Marc Fumaroli, francese, conservatore liberale vicino alla rivista di Raymond Aron, “Commentaire”. Il Foglio lo definisce “un dio in terra dell’intelligenza parigina”.
Con un originale richiamo alla tragedia shakespeariana, Fumaroli paragona l’America di Bush a Fortebraccio, mentre chi continua ad abitare in Europa è Amleto, “principe assai turbato”. In lui “l’innocenza assume il volto del tradimento e la colpa prende l’accento dell’innocenza. L’essenziale ambiguità di parole, esseri e cose lo tormenta. Chiede prove. Quando si decide ad affrontare l’avversario nascosto è troppo tardi. Viene colpito a morte nello stesso momento in cui il nemico è smascherato. Dalla scena disseminata di cadaveri s’alza allora Fortebraccio. Il giovane eroe, senza emozioni, che alla testa dell’esercito si prende carico dell’avvenire del regno”.
Il giorno dopo, il Foglio – commentando il blitz dei terroristi ceceni nel teatro di Mosca – sostiene che “c’è molto da pensare per gli intellettuali immersi nell’amletismo europeo”. “Il mondo trema, mentre gli europei dubitano. Qualcosa si è inceppato nelle convenzionali regole di equilibrio della sua catena di comando. Ieri New York, poi Bali, poi Mosca e poi altro ancora. Quelle regole infrante bisogna ripristinarle. E chi se non il paese che spende 400 miliardi di dollari l’anno per la difesa, chi se non il paese che è rimasto solo alla guida della comunità internazionale dei liberi, chi se non l’America che ha prodotto una ‘continua e incompiuta’ rivoluzione democratica nel Novecento deve oggi assumere la guida delle operazioni geopolitiche necessarie? Fucilate l’Amleto che è in voi e preparatevi all’arrivo di quell’America di Fortebraccio raccontata con sapienza da un accademico di Francia”.
Amleto va all’Onu. Ma Amleto, in quei
giorni, si trova forse al palazzo delle Nazioni Unite, dove “la commedia franco-russa è durata troppo”, si legge nell’editoriale del 28 ottobre. “Gli alti interessi della politica mondiale sono per noi deità in terra ma i baratti perditempo a cui stiamo assistendo sono il sipario straccione dietro al quale ottengono ricovero le peggiori viltà e un miserabile indecisionismo. L’Amministrazione americana, forte di un voto impegnativo del Congresso, dovrà presto decidersi a tagliar corto o a perdere credibilità. Infatti, delle due l’una: o le circostanze invocate contro Saddam Hussein e il terrorismo internazionale sono insuperabili, e questo è motivo necessario e sufficiente per disarmare l’Iraq imponendo ispezioni blindate sotto la minaccia della guerra, oppure sono materia trattabile al mercato dei veti interessati, e allora tutta la linea impersonata da George W. Bush e Tony Blair dopo l’11 settembre va riconsiderata come un semplice eccesso di retorica. Noi siamo convinti che valga la prima ipotesi e da questo deduciamo senza sforzo che procrastinare la formazione di una coalizione, capace di agire, arrendendosi al futile calendario franco–russo vuol dire tornare a mettere la testa sotto la sabbia come negli anni beati della presidenza Clinton e arrendersi alle basse pratiche di un ente immorale chiamato Onu”. Sulla sicurezza, però, i postclintoniani d’America non intendono scherzare. Il 13 novembre, il Foglio pubblica il saggo scritto per il Washington Monthly, da una di loro, Heather Hurlburt, la quale racconta come “i liberal americani hanno trascurato snobisticamente la questione della sicurezza, finendo in bocca ai falchi del Pentagono”, spiegando così “perché i Democratici sono stati travolti dall’11 settembre”.
Secondo la Hurlburt “la sicurezza nazionale metterà in ombra nella coscienza pubblica tutte le altre questioni: eguaglianza tra le razze, sanità e molte altre sulle quali i democratici fondano la loro forza. Un partito che si dimostra così poco serio rispetto alla sicurezza nazionale si trova costantemente in una posizione vulnerabile, indipendentemente da quanto sia penetrante la sua visione della politica interna”.
A dicembre la svolta sull’Iraq può dirsi vicina. In Europa arriva Paul Wolfowitz, lo stratega della guerra di Bush, il suo obiettivo è, scrive il Foglio, “preparare il blocco per l’invasione”. E, in America, parlano gli ufficiali del Central Command che agli ordini di Tommy Franks hanno già pianificato Enduring freedom. Il 3 dicembre, il giornale dedica ai piani militari un primo ampio servizio. “Quel che abbiamo imparato in Afghanistan lo vedrete presto”, questo il titolo. E nell’articolo si legge che “in attesa di mezzi e tecnologie ancora più raffinate”, i militari americani “cambiano la testa” guardando all’Iraq. Il giorno dopo, due pagine.
Nella prima il testo integrale della
Strategia degli Stati Uniti per combattere le armi di distruzione di massa (“nessuna opzione esclusa”). Nella seconda, lunga intervista all’ex ambasciatore Sergio Romano, editorialista del Corriere della Sera, critico degli Stati Uniti “ma non antiamericano”.
Secondo Romano, “quella del nemico globale è un’invenzione ideologica per giustificare il drastico cambiamento di rotta della politica americana”. Poi l’ex ambasciatore spiega “le sue preoccupazioni per il fondamentalismo democratico di Bush” e loda l’aurea mediocritas di Clinton: “Non scegliere è stata la sua migliore politica”. E spiega: “La politica internazionale non vive di dottrine, di prescrizioni, di catechismi. Ogni dottrina pretende di imbrigliare il mondo e di renderlo diverso da quello che è. Ma il mondo è sempre lo stesso, anche dopo l’undici settembre, e si trascina dietro il suo tragico bagaglio di conflitti irrisolti”.
Qualche giorno dopo, Mark Falcoff, “nomen omen”, scrive per il Foglio e per la rivista Commentary un ritratto di Christopher Hitchens, “un voltagabbana di gran classe” e decifrato qui “con scrupoloso scetticismo”. Hitchens, riassume il giornale, è uno di quei liberal “che in Italia mancano e in America abbondano” e che hanno avuto il coraggio “di infrangere tutti i tabù: hanno detto che George W. Bush ha ragione a scardinare i Talebani o Saddam e se ne fottono di chiedere legittimazione alle varie sinistre antiamericane o multi-non-si-sa-che-cosa, se ne infischiano di quel che è ideologicamente scorretto, non si baloccano con le definizioni (riformista, conservatore et similia). Semplicemente dicono con chiarezza come la pensano e si battono con valore (cioè, li fanno a pezzi) contro i sepolcri imbiancati del vecchio mondo che si dice e si crede di sinistra all’ombra di Kim Jong Il o del satrapo di Tikrit o dell’antagonista Osama bin Laden. Da noi si filosofeggia, lì si parteggia”.
Il 13 gennaio Blair tiene una conferenza stampa e spiega che di fronte alle violazioni di Baghdad “non serve una nuova risoluzione dell’Onu”. Il Foglio pubblica il resoconto. Il leader laburista dice che “inevitabile non è la guerra ma il disarmo dell’Iraq”. “Preferiamo tornare alle Nazioni Unite aggiunge – ma se qualcuno pone il veto non possiamo permetterci di stare con le mani legate: ogni giorno ricevo informazioni sul vertiginoso ritmo di crescita delle armi di distruzione di massa”. Con Blair si dice d’accordo Silvio Berlusconi, in visita prima a Londra e poi a Washington. E basta questo per alzare immediatamente, in Italia, il tono del dibattito politico. Come affrontare la guerra? Il 29 gennaio il giornale risponde che sì, “siamo manichei”. “Siamo cioè persuasi che al mondo (e all’Iraq) bisogna dare una sistemata seria dopo l’11 settembre, visto che il terrorismo non perdona e rischia di perdere le nostre vite e le nostre libertà, senza dare niente in cambio al mondo povero e oppresso, salvo maggiore miseria e maggiore oppressione. Siamo manichei perché siamo convinti, con l’europeo e francese Marc Fumaroli, che ‘l’America di Fortebraccio’ ha imparato a pensare il mondo con maggiore sapienza e più coscienza di quella vecchia bagascia che sarebbe l’Europa franco-tedesca delle paure e degli interessi. Ma sappiamo bene anche noi manichei che la guerra è una tragedia, che la gente muore, anche quella inerme e disperata. E, credeteci, la cosa ci fa orrore”. “La guerra è una tragedia per tutti, ma la guerra preventiva contro un pericolo evidente, contro Stati e regimi falliti, privi di altra legittimazione che non sia la più aggressiva violenza esterna e interna, è una decisione politica. Perseguita anche con un dibattito libero, con voto dei Parlamenti, con assunzioni di responsabilità che sono il contrario della visione sicaria di un bin Laden o di un Saddam. Facciamo un voto di castità del cuore, per usarlo meno che si possa, e di adesione alla ragione umana”.
Sarà anche merito del voto di castità, sta di fatto che il 6 di febbraio, quando il segretario di Stato Colin Powell porta all’Onu le “cosiddette prove” sulle armi di distruzione di massa in mano a Saddam, il Foglio non si scalda più di tanto. Anzi. Il 13 febbraio, in seconda pagina, si legge un ampio “viaggio nella buonafede: le parole, gli slogan e le immagini del popolo che sabato invaderà Roma per dire no ad attacchi contro l’Iraq”.
E la mattina di sabato 15, giorno della manifestazione, ecco un girotondo di opinioni, e una pagina dedicata all’imperium di Alessandro Magno: “La crisi irachena e la guerra alle porte fanno risorgere un mito: amato dai cultori della razionalità, odiato dai
moralisti, c’è persino chi lo ritiene l’inventore della guerra–lampo”. Tre giorni dopo, invece, un’intera pagina spiega – come una “piccola guida alle cose che succederanno” – perché la democrazia in Medio Oriente può o deve diventare “l’arma di protezione di massa dell’Occidente”. “Prevenire un altro 11 settembre vuol dire che da ora in poi gli Stati Uniti si occuperanno del mondo arabo come nel secondo dopoguerra si dedicarono all’Europa e al Giappone”. Prima dell’attacco alle Due Torri “gli Stati Uniti hanno avuto un solo approccio con il Medio Oriente: comprare i già corrotti regimi dittatoriali dell’area; affrontare il terrorismo come se fosse un crimine, non una guerra. L’11 settembre ha cambiato le cose. L’America va verso la rottura dei rapporti con i regimi fondamentalisti, dichiara guerra al terrorismo e la sua presenza militare diventa attiva, addirittura preventiva”.
Il gioco si fa duro. In America il dibattito non conosce stallo. Il Foglio del 25 febbraio dà conto, in due pagine, di un forum sull’Iraq pubblicato da Dissent, rivista trimestrale tra le più lette dagli intellettuali americani. Ed è un forum dove alcuni “liberal, ferocemente contro Bush, discutono seriamente di guerra”. Attorno al tavolo, con il direttore Michael Walzer, si ritrovano a discutere studiosi di altissimo livello: da Marshall Berman a Mitchel Cohen, da Todd Gitlin a Stanley Hoffmann, a James B. Rule, Ann Snitow, Ellen Willis. Fino a Kanan Makiya, che è nato a Baghdad e insegna alla Brandeis University.
Walzer è favorevole alla guerra, ma a patto che ci sia l’Onu. Berman vede scenari di paura e diffida dei “falchi da pollaio: tipi duri a parole e sulla carta. Conoscono il loro Machiavelli o almeno sanno che i discorsi alla Machiavelli sono efficaci”.
Cohen: “Sono stanco di sentire parole come ‘anticipazione’ e ‘prevenzione’ perché se ne può fare un abuso politico. Non devono diventare una ‘dottrina’. Ma sono appropriate, in certi casi, e le priorità di Saddam dimostrano che siamo di fronte a uno di questi. Saddam è ultrafascista e io sono antifascista prima ancora di essere antiimperialista, e sono antifascista prima ancora di essere anti Bush”. Hoffmann si dice pacifista ma non esclude l’ultima opzione. Rule preferisce “promuovere forze politiche alternative all’attuale regime, fino a quando i successori di Saddam saranno pronti a rientrare nella comunità internazionale”. Ann Snitow e Ellen Willis motivano il loro no con tesi radicali. Makiya non accetta il principio della guerra preventiva ma avanza “ragioni morali” per abbattere Saddam:
“L’attuale regime del partito Baath in Iraq è uno Stato criminale”, dice.
A dubbi e interrogativi (non solo quelli dei liberal) risponde direttamente Bush con il discorso pronunciato il 26 febbraio all’American Enterprise Institute: “ Ecco il piano degli Stati Uniti per l’Iraq che verrà dopo Saddam”. Parla della ricostruzione, dell’effetto domino su tutto il Medio Oriente, di una possibile soluzione del caso palestinese. Il Foglio lo pubblica per intero.
“Abbiamo imparato una lezione: i pericoli del nostro tempo debbono essere affrontati di petto e con decisione se non vogliamo vederli tornare di nuovo sui nostri cieli e le nostre città. E ci siamo posti un obiettivo: non permetteremo il trionfo dell’odio e della violenza nei rapporti umani”. Bush sostiene poi che l’America farà “da baluardo contro chiunque cerchi di diffondere il caos, di saldare i conti o di minacciare l’integrità territoriale dell’Iraq”. “Resteremo tutto il tempo necessario e non un giorno di più: l’America ha già preso e rispettato in passato questo tipo d’impegno, nella pace seguita alla Seconda guerra mondiale. Dopo avere sconfitto i nemici non abbiamo lasciato eserciti di occupazione, ma Costituzioni e Parlamenti. Abbiamo creato un’atmosfera di sicurezza, grazie alla quale capi locali riformisti hanno potuto dare vita a stabili istituzioni di libertà”.
Il primo di marzo, mentre l’Onu dibatte su Baghdad che promette di distruggere i missili proibiti e Bush che definisce quella proposta “un imbroglio incartato in una bugia”, il Foglio si chiede perché “il mondo si esprime balbettando”. E tenta una risposta. “La verità politica è che si sta trattando una sola cosa importante: l’assetto del potere mondiale a dieci anni dalla fine dell’equilibrio fondato sulla deterrenza atomica tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. La guerra è in corso, la trattativa la maschera finchè può. In questa orgia di veri e falsi significati i veti valgono moralmente come i cannoni imbarcati per le basi turche, come i contratti petroliferi della Lukoil, come il piazzamento nel dopoguerra ricercato da europei e arabi e israeliani. Nessuno è per la pace, nessuno è per la guerra. La guerra è un fatto, non un’opinione. C’è perché un nemico ha colpito, è stato riconosciuto per tale da un paese che ha la forza per reagire e reagirà. Il mondo si esprime balbettando, e non trova la parola perché non vuole riconoscere la cosa” (editoriale).
L’11 marzo, ecco un’altra pagina di analisi.
Con un titolo che è soprattutto un interrogativo:
“Riusciranno i nostri eroi a esportare la democrazia in Medio Oriente?”. L’analisi si apre con il richiamo delle parole pronunciate da Bush all’American Enterprise Institute: “Un Iraq liberato mostrerà come la libertà abbia la forza di trasformare il Medio Oriente, portando speranza e progresso nella vita di milioni di persone”. E si chiude con un dubbio: “Il rischio è che gli Stati Uniti, quanto più se isolati, decidano di abbandonare il progetto alle prime difficoltà. La Guerra Fredda è stata combattuta per 50 anni senza cedimenti, ma ora c’è da chiedersi fino a quando i contribuenti americani avranno voglia di pagare la ricostruzione e il sostentamento di un’intera regione. Se l’Europa e i paladini della pace si occupassero di questo, di spronarli e aiutarli a non lasciare le cose a metà, contribuirebbero molto più efficacemente a un futuro pacifico del mondo”.
Il 12 marzo, altro editoriale: “Attacco subito: i rinvii sono diventati la coda di un serpente che avvelena il mondo”. “Gli ispettori hanno certificato che il disarmo totale, immediato, incondizionato non è avvenuto. Lo riconosce anche il presidente francese Jacques Chirac mentre annuncia il suo veto”.
“Come ha detto ieri Wolf Biermann, il poeta tedesco favorevole all’intervento, ‘ci sono errori che stanno al livello della storia ed errori che stanno sotto il livello della storia’. Il comportamento di Francia, Germania e Russia appartiene senz’altro alla seconda categoria politica e ha come unico precedente la resa al militarismo ’38, promettevano ‘pace per la nostra era’. L’unico modo di rimediare a questo errore è ormai fare la guerra e vincerla”.
Il 15 marzo, vigilia del vertice delle Azzorre - dove Bush, Blair e Aznar faranno “i conti della diplomazia fallita” - il Foglio passa in rassegna, in prima pagina, “gli impazienti”. Quei giornali cioè – tra cui l’Economist, settimanale molto liberal – per i quali il tempo scade: “Bisogna attaccare e battere Saddam, adesso”. Il 18 marzo, in terza pagina, ampio spazio agli “analisti americani favorevoli alla guerra ma contrari a Bush”. E un editoriale.
“Quando la guerra ridiventa un fatto ed è sottratta alla volatilità della diplomazia, come sta succedendo in queste ore, le cose cambiano e bisogna prendersi la responsabilità di dire se si è con gli alleati, con Saddam o in una posizione di neutralità. Questo giornale è stato piuttosto chiaro fin dall’inizio della storia, è stato chiaro fin dal 10 novembre del 2001, a due mesi dalle stragi di Manhattan e di Washington, quando ha ottenuto che la bandiera americana sventolasse in una piazza romana invece di essere bruciata mentre Ground Zero ancora fumigava. E’ stato chiaro il 15 aprile del 2002, quando ha concorso a organizzare una magnifica giornata in difesa di Israele, paese aggredito dal terrorismo suicida e accusato di militarismi e crimini contro l’umanità per avere esercitato il diritto all’autodifesa.
E’ stato chiaro l’estate scorsa pubblicando il saggio di Robert Kagan sulla disunione occidentale. E’ stato chiaro la settimana scorsa, anticipando di un paio di giorni un bel lead dell’Economist e chiedendo che finisse subito la farsa alle Nazioni Unite. Vorremmo che fossero chiari anche gli altri”.
Il 19 marzo, il giornale pubblica un saggio di Reuel Gerecht, editorialista del Weekly Standard, per il quale “il pericolo per Bush non sarà soltanto Saddam ma anche le diffidenze all’interno della sua Amministrazione sul futuro del Medio Oriente: la democrazia in Iraq o si fa o si muore”.
Secondo Gerecht, l’audacia del sottosegretario alla Difesa, Paul Wolfowitz (“se impegneremo le nostre forze non lo faremo per nulla di meno di un Iraq libero e democratico”) non ha avuto molti imitatori. “Promuovere la democrazia in Iraq è il solo modo in cui Washington può evitare ciò che i realisti politici temono maggiormente: l’instabilità o la libanizzazione dell’Iraq”. Ne deriva che “se Bush se ne va da Baghdad prima di avere finito il lavoro, la violenza in Iraq non finirà con la morte di Saddam Hussein”. E “possiamo essere certi che l’Iraq e il resto del Medio Oriente ci farà pagare di nuovo, con sangue e lacrime, la nostra paura di rovesciare il vecchio ordine”.
Il 20 marzo, giorno del first strike (ore 5.30) il Foglio pubblica il resoconto del discorso tenuto da presidente del Consiglio alle Camere. Un discorso “combattivo e contestato”: “Siamo non belligeranti, ma schierati con gli Stati Uniti”, ha detto Silvio Berlusconi. Per il giornale quella non belligeranza è invece “molto belligerante”. “Se avessimo fiancheggiato Rutelli – si legge nell’editoriale, pagina 3 – avremmo fiancheggiato le ipocrisie e gli inganni franco-tedeschi, con un di più di sentimentalismo a buon mercato. Visto che governa Berlusconi, siamo ancora un paese che, nei momenti difficili sa scegliere senza fanatismi la parte giusta”.
(1. continua)
Giuseppe Sottile




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