Si tratta dell'IFIGONIA IN CULIDE, commedia goliardica in tre atti.
Il testo, che riprende alcune parti della Turandot, è di autore anonimo, e qualcuno l'ha fatto risalire persino a D'Annunzio.
Il titolo ricorda volutamente l'Ifigenia in aulide di Euripide, col quale però la trama non ha niente a che fare. Ma godetevi questo piccolo capolavoro di volgarità assoluta.
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IFIGONIA IN CULIDE
Atto Primo
Scena: La sala del trono.
Le porte sono spalancate per dare accesso al popolo. Entra il Gran Cerimoniere.
GRAN CERIMONIERE:
O popol bruto, su, snuda il banano,
Non vedi che giunge l’amato Sovrano?
È il sir di Corinto dal nobile augello
Qual mai fu visto più duro e più bello.
Il sir di Corinto dall’agile pene
Terrore e ruina del fragile imene;
Il sir di Corinto dal cazzo peloso
Del cul rubicondo ognora goloso.
(Entra il RE seguito dalla corte)
POPOLO:
Noi siam felici, noi siam contenti [spoiler=1]Già nei tempi antichi la bassa plebe era prona ai voleri dei reggitori: anche se lo si pigliava in culo, pur di ingraziarsi i potenti. Daltra parte perfino gli Apostoli incitavano, se pure con parabole, a porgere l altra chiappa. E ancora oggi il popolo nelle pubbliche processioni canta, pur con non perfetta ortodossia, il Mistero glorioso di S. Polluce - che col cazzo fatto a Duce - inculava i popoli.[/spoiler]
Le chiappe del culo porgiam riverenti;
Al nostro gentile ed amato sovrano
Sia dono gradito il buco dell’ano.
RE:
La gioia che mi dono, o popolo, è sì grande,
Che più l’uccello regio non sta nelle mutande.
Per mio regal decreto sarà da stamattina
Distribuita ai poveri gratis la vasellina.
Voglio sian compensati i sudditi fedeli,
In cul pigliate pure, ma state attenti ai peli.
(Segni di manifesta gioia)
GRAN CERIMONIERE:
Ed ora tutti fuori da coglioni
Per lasciar posto a principi e baroni.
(Il popolo si fa largo ed entrano i nobili che si dispongono ai lati del trono. Entra Ifigonia seguita dalle vergini.)
CORO DELLE VERGINI:
Noi siam le Vergini dai candidi manti, [SPOILER=2]Non desti meraviglia il fatto che le vergini non sono digiune dei fatti della vita. Si ricordi il detto cinese: Non tutte le donne sono puttane. Ci sono anche le troie.[/SPOILER]
Siam rotte di dietro ma sane davanti,
I nostri ditini son tutti escoriati
A furia dei cazzi che abbiamo menati,
Nell’arte sovrana di fare i pompini
Battiamo le troie di tutti i casini.
La lingua sapiente e l’agile mano
Dan gioia e sollievo al duro banano.
IFIGONIA:
(Gettandosi ai piedi del trono)
Padre mio, padre mio, sono presa da disìo, [SPOILER=3]Non v’ha chi a questo punto non si sovvenga dei Canti lussuriosi che il Lipparini pubblicava nel 1909 nella rivista Poesia diretta da Enrico Filippo Tommaso Marinetti, là dove si legge: Mai la lussuria più rabida morsemi, mai; Ercole stesso io avrei fiaccato, ruinato, distrutto ... Sentìa nel ventre profondo il viscere occulto vibrare.[/SPOILER]
Ho già il dito che fa male per l’abuso del ditale,
Ho la fica che mi tira come corda della lira,
Sto soffrendo atroci pene pel prurito dell’imene,
Nella fica mi son messa la manopola del cesso,
Mi ficcai nella vagina la più grossa colubrina,
Mi son messa dentro il buso sino il cero di Caruso [SPOILER=4]Si narra di un tal Caruso che, per essere castrato, usava di un immacolato cero sulle sue amanti.[/SPOILER]
Padre mio si forte e bello ho bisogno di un uccello
Di un uccel di nobil schiatta che mi sballi la ciabatta
Di una fava grossa e dura che mi sballi la natura.
Padre mio se non mi sposo finirò nel water closo.
RE
Giuste son le tue brame, o figlia bene amata,
Se non ti fossi padre ti avrei di già chiavata;
Alla regal consorte, tua madre, la regina,
Ne ho fatte diciassette soltanto stamattina [SPOILER=5]O gran bontà de’ cavalieri antiqui commenterebbe qui l’Ariosto (Orlando Furioso I, 42)[/SPOILER]
REGINA
Se mi alzo le vesti e vedi al di sotto
Vedrai mio consorte che arrivi a diciotto.
RE
E debbo alle mie brame io stesso porre un freno,
Se no ogni tre minuti il bandolo mi meno.
Or sento già un prurito nel fondo dei coglioni
Vedendo tanti culi di principi e baroni.
POPOLO
Noi siam felici, noi siam contenti,
Si rizzino i cazzi tuttora pendenti,
Madonna Ifigonia, soave e pudica,
Già sente prurito all’inclita fica;
Che Giove possente, che Venere bella
Le facciano dono di tanta cappella,
Che il culo le rompa, le rompa l’imene,
E infine la tolga da tutte le pene.
Sia pago il disìo alla vergine cara
Meniamoci il cazzo in nobile gara.
(Tutti eseguono)
IFIGONIA
Quanta fava, quanta fava,
Ma perché nessun mi chiava?
Su, ficcatemi l’uccello
Nella fica o nel budello;
Nella fica o nel sedere
Ve lo chiedo per piacere.
Deh, non fatemi soffrire,
Ve lo cedo per tre lire.
RE
Udendo questa ataviche, oneste aspirazioni
D’orgoglio mi ribolle lo sperma nei coglioni:
Con l’animo commosso vedo tra i bianchi veli
Spuntar lunghe e nere le punte dei tuoi peli.
Il sacerdote venga, si appresti un sacrificio,
Enter O’Clisma tosto ne tragga lieto auspicio.
GRAN CERIMONIERE
S’avanzi Enter O’Clisma il sacerdote,
Dal culo più vezzoso delle gote.
(Entra il sacerdote)
GRAN SACERDOTE
Al Sire di Corinto, signore degli Achei,
Auguro cazzi in culo, non men di centosei.
RE
Al Gran Sacerdote, d’ogni rispetto degno,
Si doni come omaggio un bel cazzo di legno.
GRAN SACERDOTE
Il tuo omaggio, o Sire, mi rende il cuore gaio,
Però l’avrei più caro di ben temprato acciaio.
POPOLO
Noi siam felici, noi siam contenti,
Prendiamo l’uccello ben stretto tra i denti,
al Gran Sacerdote quel cazzo d’acciaio
Il culo riduca siccome mortaio.
GRAN SACERDOTE
Son corso immantinente alla regal chiamata
Lasciando così a mezzo la settima chiavata.
Sono però sicuro, se il ciel non me lo nega,
Che mi compenserete con una bella sega,
Che mi verrà tirata con arte sopraffina
Dalla regal mano della gentil Regina.
Esprimi i tuoi voleri, o Sire venerando,
In fretta te ne prego, non vedi come bando?
RE
Alla mia figlia amata, la pallida Ifigonia,
Da qualche tempo prude la lucida begonia [SPOILER=6]Begonia qui sta certo per fica. La novità e l’arditezza dell’immagine non causeranno meraviglia in chi sia uso a considerare quale e quanta varietà di termini e di metafore abbia creato la fertile mente dell’uomo ad esprimere ciò che più vivamente colpisce la sua immaginazione. Che più? Dovrebbesi forse risalire al termine sycon che in greco significa fico e gynaikeyon aidoion (Aristofane), ossia vergogna femminile? È forse necessario rammentare all’erudizione de’ nostri dotti lettori il termine latino cunnus, di cui trovasi traccia nel francese con? Non starò qui a ricordare quanta e quale varietà di vocaboli ci propone il nostro bell’ idioma italiano, dal toscano potta (da cui anche pottana) al termine corrente fica, corrottosi poi in figa presso i recenziori. Non ricorderò infine qui le felici immagini de’ nostri scrittori, quale natura (A. Pigafetta, Relazione del viaggio di Magellano), o Quel vaso donde si fanno i figli (Cellini, Vita), o financo Inferno (Boccaccio, Decamerone, III, 10).[/SPOILER]
GRAN SACERDOTE
Immantinente eseguo i tuoi voleri o re;
Nel regal culo t’auguro cazzi novantatre.
E subito profitto, avendolo sì duro,
Di far come nel rito il debito scongiuro.
(S’inginocchia e litaniando)
Salam lech, salam lech
Nel futuro ho messo il bec
Non c’è bene, non c’è male,
Non c’è membro senza bale,
Non c’è donna senza fica,
Non c’è uom che non berlica;
Non c’è serva che non spari
Delle seghe ai militari,
Non c’è balia che al pompiere
Non la faccia almen vedere,
Com’è larga, com’è fatta
Finché questi non la spacca,
Non c’è al mondo una ragazza
Che al sognar non vada pazza
Per un cazzo fuor misura
Che le sballi la natura,
Ed il sogno non concluda
Che la fica non le suda;
Non c’è in terra giovanotto
Che non dica d’aver rotto
Con l’uccell fuori ordinanza
Per lo meno qualche panza
Mentre invece ha un pistolino
Assai corto e mingherlino
Che d’un subito s’affloscia
Se lo metti sulla coscia;
Non c’è donna senza veli
Non c’è cazzo senza peli,
Mentre invece più mi garba
Se la fica è senza barba,
Invitante e un poco pingua
Da ficcarvici la lingua;
Senza sol non c’è mattino,
Senza amor non c’è pompino,
Non c’è tram senza tramviere
Non c’è cul senza sedere;
Non c’è al mondo giovinetta
Che una volta almen non metta
Dentro al culo per benino
Piano piano il suo ditino;
Non c’è uccel che non si rizzi
E non faccia degli schizzi;
Non c’è donna savia e folle
Che al vederlo così molle
Non si chieda a tutto spiano
Come mai farà il banano
A mutar di dimensioni
Se lo tocchi sui coglioni;
Tutto questo di sicuro
Parte fa dello scongiuro,
Ma perché venga benone
Poso il dito sul coglione
E se poi siete contenti
Vo’ a finir gli esperimenti.
RE
Adunque esulta figlia mia diletta
Per la gioia che ti spetta;
Per soddisfar le tue brame
Avrai tosto un pezzo di salame.
REGINA Intanto per tenerti in esercizio
Sarà bene che t’allarghi l’orifizio;
Ti sceglierò io stessa per le prove
Di sponda un letto di sessantanove,
È quanto di meglio esita qui in Corinto
In frutti di banano a tipo spinto. [SPOILER=7]In effetti: Cunnus fodi potest aut lingua, aut clitoride, aut quacumque re virili veretro simili (Friedrich Karl Ferberg, De figuris Veneris, ed. it. Catania, 1928, pag. 9)[/SPOILER]
IFIGONIA
Santo Dio, Santo Dio,
Questa volta l’avrò anch`io,
Sospirando quel bel lino
Voglio farmi un ditalino,
Ve lo chiedo con permesso,
Vo’ a tirarmelo nel cesso.
(Sta per avviarsi)
RE
(Trattenendola)
Rimani, o sconsigliata, il padre tuo diletto
Innanzi al popol tutto ti gratterà il grilletto,
Mentre il Cerimoniere, memore del mio pegno,
M’inculerà di dietro col suo cazzo di legno.
Se con le bianche mani mi tieni su i coglioni
Vedrai nella mezzora quaranta polluzioni.
POPOLO Noi siam felici, noi siam contenti,
Il re ce l’ha duro in tutti i momenti,
Seguiamo l’esempio del caro sovrano
Facciamoci forza, pigliamolo in mano.
GRAN SACERDOTE
(Entrando)
Nel filtro del futuro apersi uno spiraglio
Mettendomi nel culo un mezzo spicchio d’aglio.
RE
I detti tuoi sapienti son rapidi e fatali
Come fuori dall’ano i nodi emorroidali.
GRAN SACERDOTE
Seguendo i tuoi consigli, o re buono e sapiente,
Misi l’uccello duro sopra un braciere ardente.
Mi lessai il coglion sinistro, bevendone poscia il brodo,
Grande e divino auspicio traendone in tal modo;
Tra i principi del sangue dal bel tornito uccello
Bandito sia un concorso con un indovinello;
Che in fica di Ifigonia, la bella, non si vada,
Se pria non verrà sciolta almeno una sciarada.
IFIGONIA
Dalla gioia son toccata,
Già mi sento un po’ bagnata
Al pensiero di quel cazzo
Che darà a me sollazzo
Sarà forte duro e bello
Prepotente quell’uccello?
Con la punta un po’ rosata
Con la schiene un poco arcuata?
Duro, rigido e flessuoso,
Ben spavaldo o timoroso?
Già lo sento tra le gambe
Ondeggiare in pose strambe,
Penetrar nella vagina
O tentar la pecorina
Passeggiarmi sulla pancia
Le mammelle e sulla guancia
Or m’assal lo sghiribizzo
D’assaggiare il bianco schizzo.
POPOLO
Noi siam felici, noi siam contenti,
Udendo Ifigonia scandir tali accenti,
Il gusto di vivere è certo più bello
Se dentro la fica s’adagia l’uccello.
GRAN SACERDOTE
Toccatevi i coglioni, se potete,
Perché là vidi transitare un prete!
(Tutti eseguono. Solo Ifigonia, troppo felice, non bada all’avvertimento del destino e dal resto non ha alcun paio, ahimè, di coglioni a portata di mano)
(Cala la scena sul primo atto)
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Atto Secondo.
(La stessa sala. Sono presenti i principi pretendenti di Ifigonia col loro seguito.)
ALLAH BEN DUR
Ho riempito un orinale col sudore delle bale!
DON PEDER ASTA
Ho riempito un gran mastello con la broda dell'uccello!
UCCELLONE
Ho riempito tre bidoni con il succo dei coglioni!
KIRO HITO
Ho riempito una caserma solamente con lo sperma!
ALLAH BEN DUR
Ho creato un nuovo lago col prodotto del mio mago! [SPOILER=8]Per mago devesi senza dubbio veruno intendere quel che oggi, con altra non meno ardita metafora, il volgo chiama uccello. E non a caso la saggezza degli antichi attribuiva alcunché di magico, quasi un divino afflato, alla parte più preziosa del corpo umano.[/SPOILER]
RE
A voi che della terra siete i migliori coglioni,
Rivolgo il mio saluto, cari principi e baroni;
Sarete già al corrente di quel che ho decretato
Con il provvedimento che ho steso e poi firmato;
Ad ogni modo ci tengo a farvi noto
Che quello che più conta è solo aver lo scroto,
Potente, blasonato, di nessun male affetto
Noto per le chiavate in piedi oppur sul letto.
Ma ad ogni modo mettetevi a sedere
Ve ne darà lettura il Gran Cerimoniere.
GRAN CERIMONIERE
L'anno sessantanove, il dì del due di agosto
Dalla Maestà Reale con animo disposto,
Bandito fu un concorso con un indovinello
Fra i principi di sangue dal ben tornito uccello;
Premio nobile e raro, ben chiaro lo si dica,
Sarà d'Ifigonia più che il cul la fica,
Della vergine purissima che nulla ha di finto;
Firmato: Banano Primo, Sire di Corinto.
GRAN SACERDOTE
(Impone il silenzio)
S'avanzino senz'altro i pretendenti;
(rivolto al popolo)
Voi fate largo, e al culo state attenti.
ALLAH BEN DUR
Io sono Allah Ben Dur dal poderoso uccello [SPOILER=9]Non è senza fondamento l'illazione di chi, sulla scorta di quanto acutamente scriveva il Wilamowitz-Moellndorf (Untersuchungen uber dem Ur-Ifigonialied; Leipzig, 1888, vol. IV, pp. 438-696) crede di riconoscere in questo arabo puzzolente, inculatore de suoi correligionari non meno che degli infedeli, urlone e millantatore, il protagonista di antiche saghe popolari egizie, che narravano le gesta e la fine ingloriosa dello sceicco Ali Kàzzan-el-Nasser, il quale nel sesto secolo dell' era volgare insignoritosi di alcuna parte dei deserti arabici, di là proclamava a gran voce voler dominare mezzo mondo.[/SPOILER]
E vengo dall'Arabia a dorso di cammello;
Il viaggio fu assai lungo e tutto senza tappe
Sicchè dal gran sudore mi bruciano le chiappe.
Raggiunta alfin la meta di sì tramendo viaggio
Ho piedi, culo e fava che puizzan di formaggio;
Sul dorso del cammello so far mille esercizi,
Infransi più di un culo all'ombra dei palmizi.
I miei coglion lucenti, senza badare al puzzo,
Sembrano per volume le uova di uno struzzo;
Son bruno, ardito e forte, devoto musulmano,
Son dell'Arabia intera certo il miglior banano.
Ai vostri pie' depongo il mio ferrato uccello,
Col l'aiuto d'Allah sciorrò l'indovinello.
IFIGONIA
Avvenne un dì che un nobile prelato
Lo mise tutto in culo a un capriolo,
Un figlio dal connubbio essendo nato,
Si domanda: com'era un tal figliolo?
ALLAH BEN DUR
(Dà segni di incertezza)
GRAN SACERDOTE
Se non rispondi nella settimana
Mi faccio del tuo scroto una sottana.
ALLAH BEN DUR
(Sempre più confuso)
Veramente ... quel prelato ...
Dentro il cul del capriolo ...
Non so dire ... avrà pigliato
Per lo meno un po' di scolo ... [SPOILER=10]Forse l'arabo intendeva suffragare la nota affermazione attribuita ad Hemingway: Uno non è un uomo se non ha preso lo scolo almeno cinque volte.[/SPOILER]
POPOLO
(Furente, facendo gli scongiuri)
Noi siamo infelici, noi siamo scontenti
Ti secchino il cazzo i nostri accidenti,
Gli uccelli si affloscino in segno di duolo
Quel brutto vigliacco ci parla di scolo!
(Il principe è trascinato via a viva forza)
GRAN SACERDOTE
Il primo pretendente è bell'e fritto;
Venga il secondo con il cazzo dritto.
DON PEDER ASTA
Io son Don Peder Asta, gran nobile spagnolo,
Astuto oltre ogni dire, viaggio col protargolo
E sei preservativi, per non subire l'onta
Di prendermi lo scolo all'atto della monta.
IFIGONIA
Principe saggio, devi dire a me
Da quanti giorni non fo' più il bidé?
DON PEDER ASTA
Fidandomi del senso dell'olfatto
Ti debbo dire che non l'hai mai fatto.
IFIGONIA
Villanzone, infame traditore,
Tu offendi il mio pudore!
POPOLO
(Incazzatissimo)
Lo sanno le troie, lo sanno i lenoni, [SPOILER=11]Ben giusta è l'indignazione del coro. Analogamente nello Shakespeare: Il cielo tura il naso e abbassa le palpebre la luna; il vento ruffiano si rifiuta di ascoltare. Significativa è l'unità di ispirazione dei due drammaturghi, dato che con estrema probabilità non si conobbero neppure di vista.[/SPOILER]
I cazzi lo sanno, lo sanno i coglioni:
Nel dì di Giunone, con mossa pudica,
Madonna Ifigonia lavossi la fica;
Coi suoi venti chili di augusto formaggio
Fu fatta una palla di un metro di raggio [SPOILER=12]Risulta da questi dati che la fica della Principessa aveva una cilindrata di 4190 litri, come si deduce dall'antico adagio: Il volume della sfera qual'è? Quattroterzipigrecoerretre! Inoltre il peso specifico dell'augusto formaggio si può valutare in 0,0478 Kg. al litro.[/SPOILER]
Al prence sia data la pena infamante
Di prenderlo in culo dal sacro elefante.
RE
Voglio siano esauditi del popolo i voleri:
Venga Bel Pistolino coi suoi cento staffieri;
Quanata archibugieri intanto, piano piano,
L'aiutino un pochino col palmo della mano,
E nel caso imprevisto che non gli venga duro,
Lo sfreghino senz'altro un poco contro il muro.
(S'avanza Bel Pistolino dando segni evidenti di giubilo)
POPOLO
(In delirio)
Pompa, pompa come un mulo!
Fagli tremare le chiappe del culo,
Daglielo molle, daglielo duro,
Fagli tremare quel buco oscuro;
Daglielo duro, daglielo molle,
Fagli tremare quel buco folle!
GRAN SACERDOTE
A quanto sembra anche il secondo e' fritto,
Ben venga il terzo a cazzo ritto!
UCCELLONE
Sono il nobile Uccellone sono conte e son barone;
La mattina, appena desto, me lo meno lesto lesto,
Poi mi sparo a colazione, qualche rapido raspone;
Quattro seghe a mezzogiorno non fan male per contorno;
Alla sera, per divario, rompo qualche tafanario,
Ed alterno col pompino, la chiavata a pecorino.
Sulla punta del mio pene, mille infransi fiche amene;
Vedi? Bando come un mulo alla vista del tuo culo!
IFIGONIA
Sai tu dirmi il mistero della sfinge
la quale prima caca e poi spinge? [SPOILER=13]Questo enigma ricalca l'indovinello reperito dal Galavotti nel papiro di Berlino 7122, rinvenuto nella tomba del faraone Nabuccu-Durru-Ulsur.[/SPOILER]
UCCELLONE
Mi colma, oh Ifigonia, la tua parola oscura
I corpi cavernosi di gelida paura!
Gia' sento roteare, con ratto alterno moto,
I possenti testicoli entro il peloso scroto;
Ho nel profondo cuore una puntura sorda
Quasi che una dozzina di piattole mi morda.
Oh nobile fanciulla, alle parole altere
Sento che si rilascia persino lo sfintere.
RE
E brami, o tracontante, la mano di mia figlia?
Col culo pieno d'aglio farai la Mille Miglia! [SPOILER=14]Il riferimento alla "Mille Miglia" e, più oltre, a quello dell'Alfa Romeo, pongono un limite "post quem" alla datazione dell'opera.[/SPOILER]
GRAN SACERDOTE
Sia subito eseguito il sovrano volere
Si porti senza indugio, d'aglio un gran paniere.
(Uccellone di Belmanico scoppia in una fragorosa risata)
RE
E ridi, o sconsigliato, al pensier di gran travaglio
Di far la Mille Miglia col culo pieno d'aglio?
UCCELLONE
Mi fate pena, oh poveri coglioni,
che' per riempirmi il culo ne occorron tre vagoni!
Pieno d'aglio il sedere come l'errante ebreo,
io battero' in volata la rossa Alfa Romeo!
(Si allontana baldanzoso)
IFIGONIA
(nostalgica)
Addio nobile Uccellone, mio prode Signore!
La tua robusta fava mi giunge fino al cuore.
Non hai colpa veruna se con l'uccello dritto,
Giammai scandagliasti le Sfingi dell'Egitto,
Se solo mille fiate alla tua chioma vulva
S'intrecciaron tenaci i peli della vulva.
RE
Non piangere Ifigonia, lustro dei peli miei,
sii paziente e devota ai detti degli Dei.
KIRO HITO
Io son Kiro Hito, son mandrillo;
lo metterei nel culo pure a un grillo.
Son figlio del Giappone, Kiro Hito,
ho un paio di coglioni di granito.
Ma facciam presto con le spiegazioni,
che temo di non star piu' nei pantaloni.
IFIGONIA
Stavasi un eremita in Poggibonsi
che non cacava e non faceva stronzi;
Or dimmi: quando un rutto egli tirava,
ai suoi fedeli che impressione dava?
KIRO HITO
A simile domanda quando risposta sola:
Avea quell'eremita il retto nella gola!
La storia gia ci narra del Principe Gargiulo [SPOILER=15]Chi sia quel Gargiulo non è dato a sapere. Il nome parrebbe una litinizzazione del nome germanico Georg, la cui radice, per gradazione vocalica, assume le forme "gorg" e "garg". Dal verso seguente alcuni esegeti hanno potuto trarre le prove che il personaggio in questione fosse un prete.[/SPOILER]
Il quale nella faccia rassomigliava a un culo,.
Ne son piu' che sicuro e dirlo posso lieto:
Dell'eremita il rutto puzzava piu' di un peto!
(Il Gran Cerimoniere apre una pergamena e da' segni di approvazione)
RE
Un uomo siffatto che ha tanto cervello
Ragiona certamente con l'uccello.
Eccoti dunque figlia bene amata,
La fava ritta, tanto sospirata!
Sii degna dell'uccello conquistato,
Mai obliando i lustri del passato.
Ricorda Bertolina, tua germana,
Ch'arrossiva sbucciando una banana,
Ma che un di', presa da furor demente,
Cacciossi nella fica un ferro ardente
Perche' al Baron Carlo dei Baroni
Furon tagliati il cazzo ed i coglioni;
Mentre la Filiberta illustre e saggia
Il culo s'incendio' con l'acqua raggia:
Aveva scelto la morte al nero duolo
Di curarsi lo scol col protargolo;
E la nobil Figonia, tua bisava, [SPOILER=16]Di lei direbbe Shakespeare: Aveva tralignato e s'era fatta baldracca (Otello, V, 2).[/SPOILER]
Sempre invitta nel gioco della fava,
Mori' vetusta d'anni in un bordello,
Col cuore trapassato da un uccello.[SPOILER=17]Tornano qui alla memoria i versi commossi di Dino Campana (Notturno teppista in Canti orfici): Amo le vecchie troie gonfie lievitate di sperma che cadono come rospi a quattro zampe sovra la coltrice rossa.[/SPOILER]
IFIGONIA
Il sorriso della fica la mia gioia alfin ti dica,
Son felice e son beata perche' al fin saro' chiavata.
Ma vi giuro sugli Dei di pensar ancor ai miei;
Al re, come alla regina che mi lecca la mattina:
Alui dono un sospensorio come stemma provvisorio,
Ed a lei l'originale di un bel cazzo artificiale.
POPOLO
Noi siam felici, noi siam contenti,
Si rizzin di gioia i cazzi frementi;
L'uccello del prence di gioia ci inonda
Mettiamoci tosto il culo di sponda.
VERGINI
Noi siamo le vergini dai candidi manti,
S'intreccin le danze, s'innalzino i canti:
Lasciamo le seghe, lasciamo i pompini,
Mettiamo da parte i bei ditalini!
E' giorno di festa: l'azzurra pervinca
Mettiamo all'occhiello del muso di tinca!
GRAN CERIMONIERE
E risuoni nella reggia, perlmeno una scoreggia!
(esegue)
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Atto Terzo
(SCENA: La camera nuziale. A destra una porta che da’ nell’appartamento del re; in fondo a sinistra, si nota un elegante water-closed con catena pendente.)
IFIGONIA
Mio Kiro Hito, prence samurai
il tempo passa e non mi chiavi mai!
KIRO HITO
Desisti dalle inutili e vane spiegazioni,
non vedi che cominci a rompermi i coglioni?
IFIGONIA
Fammi vedere le palle di solido granito, [SPOILER=18]Questa invocazione appassionata, piena di pathos, dal ritmo quasi liturgico e sacrale, risuona commovente sulle labbra della fanciulla già sovrastata da un atroce destino. La tragedia incalza.[/SPOILER]
fammi toccare l’uccello almeno con un dito!
Dimmi cosa brami mio nobile signore:
ti bacio le palline o vuoi fare all’amore?
KIRO HITO
C’e’ una cosa che ancora non ti ho detto,
un terribile segreto che brucia nel mio petto!
IFIGONIA
Deh, parla Kiro Hito, mio divino!
T’ascolto col canal di Bartolino!
KIRO HITO
Un giorno, or son quattr’anni, soffrendo per un callo,
stavo prendendo un bagno nel grande Fiume Giallo
e, come e’ sempre in uso tra i nobili signori,
stavo rompendo il culo a paggi e valvassori. [SPOILER=19]Ritorna il tema morale già proposto all'inizio del primo atto, è eterno destino dei sottoposti prenderlo nel culo dal capo che li comanda.[/SPOILER]
Quand’ecco di li’ passa un bonzo di Visnu’
(allor mio caro amico, ci davam del tu)
il quale mi propose con sordido cinismo,
di fare nel suo culo, un giro di turismo.
Di meglio non bramavo, e come ardente toro,
soffiando a testa bassa mi butto dentro il foro.
Ma quel vigliacco avea, nel nero tafanario
lungo, rapace e impavido, un verme solitario,
che, mentre mi godevo il morbido budello,
pian piano mi sbafava, la fava dell’uccello.
Eccoti ormai svelato alfin tutto l’arcano:
il bruno Kiro Hito e’ privo di banano,
ed ora, mia diletta, quando voglio godere,
non ho altra risorsa che il buso del sedere.
IFIGONIA
Ignobile fellone, infame traditore!
La misera Ifigonia piombi nel disonore!
Fui vittima innocente di un infame tranello:
potea mangiarti, il verme, il cuore, non l’uccello!
Mi sento soffocare dal duolo che mi stringe,
per poco non mi scoppia di rabbia una salpinge
KIRO HITO
Tristissime giornate cul resto del mio uccello
passai sulla torre sovrastante il castello;
ed intanto, tutto avvolto in tristi, neri veri,
strappavo singhiozzando i miei lucenti peli.
Alfine non rimase un pelo sul coglione,
cosi’ senza conforto mi buttai dal balcone.
Ma appena giunto al suolo dilegua il mio tormento,
che si muto in nuovo, grande godimento:
volle il cielo benigno che nel rapido giro
cadessi a culo nudo sul cazzo di un fachiro,
che da circa vent’anni restava contro il muro muto,
scarno, impassibile, ma con l’uccello duro.
Cosi’ da quel momento girai tutte le Corti
e di cazzi ne ho presi di dritti, lunghi e storti.
Bianchi, neri, rossi , gialli, prepotenti e timorosi
profumati e puzzolenti, morbidi rigidi e flessuosi,
oleanzi di formaggio, stranamente tatuati
e persino alcuni un pochino scorticati.
IFIGONIA
Furie d’Averno, o voi che anguicrinite
chiavar vi fate in pose pervertite
da quei ciclopi che hanno un occhio solo
perche’ non vi pigliate mai lo scolo?
E tu, Giunone, che sull’Elicona
ti fai dal Can leccar sulla poltrona,
perche’ non ti mangia un pezzo di grilletto
il cucciol tuo fetente e prediletto?
KIRO HITO
Frena i tuoi detti, o Ifigonia, basta!
Abbi rispetto almeno per l’arte pederasta.
Tu non lo sai la gioia che ascende l’intestino: [SPOILER=20]Diversamente il Divin Poeta: Questo moto di retro par che uccida (Inf., Xi, 55.[/SPOILER]
questo lo dice un vecchio ed esperto culattino!.
RE
(entrando con una scatoletta in mano)
Ho sentito rumore dalla stanza vicina;
forse state cercando un po’ di vasellina?[SPOILER=21]Quanta dolcezza, quanto amore paterno, quanta comprensione in questo vecchio padre sollecito di risparmiare inutili dolori ai giovani sposi! E quale crudele delusione lo aspetta.[/SPOILER]
IFIGONIA
Anche la vaselina, duro scherno!
O padre maledetto, va’ all’inferno!
(gettandosi sui coglioni paterni)
Ecco ti mangio il destro ed ancora insisto:
ed ora sta’ sicuro, neppure Cristo
se pieta’ si prendesse del tuo guaio
ridar te ne potrebbe un altro paio.
Castrato sei, e se vorrai godere,
godrai tu pure usando il tuo sedere!
RE
Ahime’ ahime’, o qual vista orrenda!
Mia figlia fe’ dei miei coglion merenda!
(si accascia piangendo)
GRAN CERIMONIERE
(entrando di corsa)
Accorrete cortigiani, duchi, principi, baroni,
nobiluomini, esercenti dai bei nobili coglioni,
voi, pulzelle e maritate, nobildonne e castellane
che battete di gran lunga le piu’ celebri puttane,
tralasciate le chiavate, tralasciate anche i pompini,
sospendete, sospendete i consueti ditalini!
Ifigonia, la sovrana, impazzita da dolore,
si mangio’ le grosse palle dell’astuto genitore!
(entrano i cortigiani e le cortigiane in costume adamitico)
RE
Addio mio prode cazzo, piega da questa sera,
la rossa, audace testa un giorno tanto fiera!
Finirono le giostre e le dolci tentazioni:
non val robusta fava se priva di coglioni.
Addio vergini belle, che lasciaste l’imene
sopra la forte punta del mio robusto pene!
Addio, culi rosati di donne e di bambini,
addio, lingue sapienti, maestre di pompini!
Da oggi negletto tu starai nelle mutande,
ne’ attingero’ dalle stelle, il potente glande!
meglio sarebbe stato perder pur anche il cazzo,
ma perderlo da prode nel gioco del rampazzo!
Perir tu ben dovevi, ma in singolar tenzone
invece, ahime’, peristi da povero coglione![SPOILER=22]Nothos uersis II addit cod M.; incerto sensu, pro versibus: Potevo sì morire, ma in nobile tenzone, - Invece di morire da povero coglione.[/SPOILER]
GRAN CERIMONIERE
(rivolgendosi ad Ifigonia)
Io ti punisco col tormento duro
d’esser legata colla faccia al muro:
passera’ tutto il popolo, e, con l’ano,
farai da monumento vespasiano.
IFIGONIA
(avanzandosi alla ribalta come in estasi)
Sognavo un cazzo forte, da bambina,
e supplicavo Giove ogni mattina,
affinche’, come accadde un giorno a Eunica,
mi accadesse di rompermi la fica.
Cosi’ non fu’; la Provvidenza grande,
che gioia e dolore in terra spande,
mi volle sposa a te, che sei carino,
ma col difetto di esser culattino.
Da prode moriro’, come Raniere,
che non pote’ inculare lo sparviere;
Addio Kiro Hito, un di’ mio sposo;
e tira l’acqua del water-closo!
Attraversa la scena di corsa e si getta dentro il water-closed; Kiro Hito impassibile tira l’acqua; il popolo si inginocchia e piange.
(cala definitivamente la tela)
FINE




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