I segni di declino dell'economia italiana e la crisi Alitalia sono praticamente la stessa cosa. La soluzione che si riuscirà a dare per salvare la compagnia ci aiuterà a capire se ci sono speranze per l'Italia. Provo a chiarire. Anzitutto tre analogie di metodo.
1) Ce ne siamo accorti tutti negli ultimi sei mesi, ma in realtà il problema c'era almeno da dieci anni.
2) Non riuscendo a risolvere il problema, se ne passa la responsabilità dall'uno all'altro. Nessuno però riesce a fare passi avanti.
3) Le analisi sulle strategie da seguire, anche sulla base delle esperienze estere, dicono che le strade ci sono, anche se tutte in salita. Ma tutti sembrano essere alla ricerca di compromessi e scorciatoie.
Alle analogie di metodo corrispondono altrettante analogie di merito.
1) Da anni, non sappiamo più essere "meritocratici", confrontandoci con le altrui pratiche migliori e cercando di fare meglio. C'è stato un tempo, ormai lontano, in cui l'Italia - e quindi anche l'Alitalia, che era il nostro primo biglietto da visita - era di moda in tutto il mondo. Ma non si trattava di "manna dal cielo", come non è affatto sfortuna quella attuale (semmai, molti altri Paesi hanno avuto guai maggiori dei nostri). Bisogna tornare a fare politiche per attirare i migliori del mondo, dal capitale umano - potremmo chiedere agli immigrati qualcosa di più che saper nuotare! - agli investimenti delle imprese. Ricordando soprattutto che senza lo stimolo della pressione competitiva non c'è innovazione. Il rapporto Sapir ci ricorda che la crescita economica se la meritano le economie fondate sull'innovazione. Ciò si ottiene rinunciando in primo luogo al "protezionismo". L'unico modo per avere una compagnia aerea di successo è quello di smettere di proteggerla!
2) Occorre soprattutto superare quei modelli perversi privato-pubblico. O ancora, più in generale, quando di pubblico c'è solo la forma perché la sostanza non potrebbe essere più privata, cioè di interesse individuale. Pensate alle difficoltà con cui si riesce a dismettere immobili del Demanio che hanno l'apparenza (catastale) del bene pubblico, ma privatissimo ne è l'uso. Senza che vi sia mai stato quel "pubblico godimento" che è nello spirito e nella lettera della nostra legge fondamentale. Quanti criticano il Codice Urbani - che è entrato in vigore il primo maggio, e meglio definisce le regole delle dismissioni degli immobili di pregio - hanno mai reagito alle denuncie annuali della Corte dei conti sugli abusivi utilizzatori di quegli immobili demaniali? Analogamente nel caso Alitalia riusciremo mai a distinguere l'interesse importante, ma pur sempre privato, che è quello di tutela dei lavoratori in esubero, dall'interesse del Paese che è invece quello di avere una compagnia aerea che funziona bene e che è l'immagine più efficace della nostra miglior qualità?
3) Infine, ma non di minor importanza, come riuscire a evitare che un problema irrisolto ne causi degli altri. In altre parole, che con i problemi di una compagnia aerea si intreccino e si aggravino anche i problemi dei nostri aeroporti. L'infinita polemica Linate-Malpensa è causa o conseguenza del problema Alitalia? Impostato in termini di incapacità di cooperazione tra livelli di Governo, Stato-Regione-Comune, anche questo è un problema emblematico dell'intero Paese. Perdiamo troppo tempo, con la tendenza a estendere a macchia d'olio, nel coinvolgere tutti i livelli di Governo in tutti i nostri problemi, fino a renderli irrisolvibili. Anche per quest'ultimo aspetto, fare passi avanti per Alitalia significa dunque dare speranze all'Italia.
4 maggio 2004
di Giacomo Vaciago
Il Sole 24 Ore




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