A volte il silenzio è d'oro
Mandato da Marco Cavallotti Mercoledì, 05 May 2004, 20:14 uur.
Dalla Babele che ogni volta si scatena a sinistra quando si parla della pace e del modo per conseguirla, sembra ormai emergere il segnale del contrordine. Per ora restiamo. Troppi sono i rischi politici e di immagine internazionale a cui si esporrebbe una sinistra che si pretende "di governo" se Fassino, Rutelli e Castagnetti dovessero ricalcare le orme di uno Zapatero. Ma non illudiamoci: i discorsi pieni di buon senso che sentiamo in queste ore sono probabilmente meditati e calibrati essenzialmente rispetto all'esigenza di collocamento nell'alleanza e di captazione degli elettori, né più né meno di quanto lo siano le sparate alla Pecoraro &C.
Dell'Iraq, della caduta di Saddam, della difficile nascita di un sistema più democratico di convivenza civile non interessa niente a nessuno, come cessa di interessare l'Onu, appena questa pletorica e debole organizzazione internazionale distoglie gli strali (platonici) della sua critica dagli Usa per orientarli su altri.
Ma queste sono cose note.
Quello che ancora si stenta a capire è la strategia di comunicazione del Governo. In un momento in cui gli eserciti di Stati Uniti e di Gran Bretagna sono alle prese con uno scandalo dalle conseguenze difficilmente valutabili, chi – come l'Italia – fa parte dei Paesi volontariamente impegnatisi nella ricostruzione della vita civile in Iraq sul solco della famosa e sempre ignorata risoluzione 1511 dell'Onu deve avere le idee chiare, e deve prepararsi a momenti ben più difficili di quelli fin qui attraversati per via degli ostaggi.
Certo, è difficile trovare azioni militari nelle quali nessuno si sia macchiato di efferatezze e non abbia dato prova del peggio di sé. Certo, si potrà dire che quei metodi e quelle stesse torture erano praticati su scala industriale dal tiranno abbattuto, su intere comunità; che il velo pietoso – per meglio dire, vergognoso – calato sulle vicende cecene non può far dimenticare le efferatezze praticate su intere città dall'armata russa, che le "giustifica" come «fatti interni» e dunque privi di rilevanza internazionale; che Africa, Tibet e mille altre regioni del mondo sono teatro quotidiano di simili e di ancor più gravi efferatezze, senza che nessuno alzi un dito o scriva una riga. Ma lo sdegno collettivo che queste nefandezze hanno sollevato in tutto il mondo, cominciando dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, la pubblicità della discussione, l'apertura di un capitolo di confronto internazionale la cui chiusura resta difficile da prevedere hanno una ragione: tutti, anche i più accesi odiatori degli Amerikani, finiscono implicitamente per ammettere che questo, da parte loro, è particolarmente grave, proprio perché da loro non se lo aspettavano.
Il nostro Paese, così, si trova in una situazione strana e ambivalente: da un lato può alzare il prezzo della sua partecipazione, spingendo per una soluzione che tenti di rianimare l'Onu e di affidargli più consistenti incarichi, facendo valere il proprio ruolo nella ricostruzione, imponendo in qualche misura una strategia che tenga conto delle nostre posizioni indipendentemente della dimensione dell'impegno effettivamente dispiegato. Dall'altro rischia di dover rinunciare a qualunque disegno politico coerente sacrificando ogni ipotesi strategica al problema degli ostaggi. Come se non fosse già fin d'ora abbastanza evidente che questi poveretti non cesseranno di giocar da pedine della regia internazionale filoterrorista fino al giorno delle elezioni europee: e speriamo che poi non vengano eliminati come strumenti che hanno cessato di servire.
La consegna del silenzio non sembra adeguata alla situazione, qualunque sia la politica irakena degli Italiani: è il momento di parlar chiaro. Evitiamo di trovarci con un'opinione pubblica colpita da notizie tragiche in una situazione analoga a quella che ha provocato la caduta di Aznar.
Marco Cavallotti


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