Incontro con Aws Al Kafaji dall'inviato A. Nicastro - Video
Lo sceicco ricercato: «Andatevene o morirete»
«Smettetela di manifestare solo per la liberazione degli ostaggi. Fareste bene a sfilare anche per la vita dei vostri soldati»
DAL NOSTRO INVIATO
NASSIRIYA — «Che i soldati italiani vengano pure a prendermi. Sarei felice perché il mio arresto darebbe il via alla rivolta per liberare Nassiriya». «Siamo dispiaciuti della morte di uno dei vostri 4 ostaggi. Ma invece di manifestare solo per la loro liberazione, le vostre città farebbero bene a sfilare anche per la vita dei loro 3mila soldati». «L'Islam non permette di uccidere dei civili innocenti, ma ci impone di difendere la terra musulmana. I vostri militari sono in pericolo». A momenti aggressivo, altri ammiccante. Aws Al Kafaji, lo sceicco ricercato dal nostro contingente militare a Nassiriya, ha incontrato il Corriere della Sera, sulle rive dell'Eufrate, proprio nella sede semidistrutta delle sue milizie dell'Esercito di Al Mahdi.
Aws Al Kafaji è il rappresentante locale di Moqtada Al Sadr, il giovane leader che ha scatenato la rivolta sciita nel Sud dell'Iraq e che da un mese sfida l'assedio degli americani. Lo sceicco di Nassiriya ha fatto la sua parte all'inizio di aprile quando, su ordine di Al Sadr, ha incitato centinaia di miliziani alla «battaglia dei ponti». I soldati italiani reagirono e, secondo quanto ricostruito dal Corriere, uccisero 4 guerriglieri e 9 civili. La governatrice italiana della provincia, Barbara Contini, negoziò una tregua che permise il ritorno ad una certa normalità. Da allora lo sceicco Aws Al Kafaji è un ricercato anomalo. Gli americani lo vorrebbero in galera, ma gli italiani, chiaramente, evitano di cercarlo.
Il generale Gian marco Chiarini, comandante della missione italiana (LaPresse)
Lo sceicco compare, come d'accordo, poco prima del tramonto. Ha il suo solito mantello nero, i capelli rasati, la barba appena più corta di qualche mese fa. E l'immancabile turbante bianco da imam. Non sembra uno che si nasconde. Ha solo 28 anni. Come Al Sadr. E' la generazione di chi sta svegliando l'orgoglio sciita.
Grazie sceicco d'aver accettato l'incontro nonostante il rischio.
«Quale rischio?», domanda serafico Aws Al Kafaji.
Lei è latitante. I soldati italiani hanno l'ordine di arrestarla.
«Io non mi aspetto le manette, ma lo facciano pure: sarebbe l'inizio della loro fine. Gli accordi che abbiamo raggiunto in cambio del nostro ritiro dai ponti prevedono che gli italiani non facciano nulla né a noi né ai nostri uffici. L'esercito di Al Mahdi sta rispettando la tregua, gli italiani invece l'hanno rotta già 24 ore dopo distruggendo questa nostra sede. Adesso stiamo ricostruendo, con pazienza».
Se voi rispettate la tregua, chi bombarda la sede del governo provinciale con i mortai e attacca le pattuglie italiane?
«Si tratta di iniziative spontanee di fratelli arrabbiati per la distruzione della nostra sede. Quando l'Esercito di Al Mahdi deciderà di muoversi sarà facile capirlo. Non saranno piccole punture».
Questa è l'unica provincia irachena dove la battaglia tra la milizia di Al Sadr e la Coalizione è stata limitata a pochi giorni. Il merito della tregua è suo e di chi altro?
«Della vostra Barbara Contini. Ho rispetto per lei perché ha dimostrato di non essere un burattino degli americani. E anche quando gli italiani hanno devastato questi uffici, il suo vice — Rory Stewart, ndr — si è giustificato dicendo che i vostri soldati erano stati obbligati a cedere a fortissime pressioni americane. Se gli Usa non interferissero, qui a Nassiriya noi e gli italiani potremmo trovare il modo di andare d'accordo. Purtroppo, però, l'amico del mio nemico diventa mio nemico».
Considera Iraq e Italia in guerra?
«I nostri popoli hanno molto in comune. Hanno entrambi una storia antica, civile e pacifica. Faccio appello agli italiani: non trasformate i vostri figli in scudi umani per dei cow boy senza cultura e senza cuore. Il governo di Roma faccia come Madrid. Si ritiri. Otterrebbe il plauso della sua gente, degli iracheni e di tutte le genti dell'Islam».
Soldati del contingente italiano a Nassiriya (LaPresse)
Il rimedio potrebbe essere peggiore del male. Molti pensano che se domani le truppe straniere se ne andassero, l'Iraq cadrebbe nello scontro intestino.
«Abbiamo già dimostrato di poterci governare da soli. Almeno qui a Nassiriya. Dopo la battaglia dei ponti la polizia irachena ha saputo gestire la sicurezza della città in totale autonomia. Gli italiani erano fuori dalla città. Ma nonostante questo, nessuno vuole un ritiro in 24 ore. Chiediamo un piano cadenzato per il passaggio di poteri. In sintesi vogliamo il controllo Onu sulle truppe straniere, meglio se composte da nazioni che non hanno partecipato alla guerra. Dopo di che le Nazioni Unite dovrebbero supervisionare elezioni generali da tenersi il più presto possibile. Siamo pronti a rispettare qualunque esito. Non vogliamo necessariamente una repubblica islamica. Rispetteremo la volontà degli iracheni».
Gli americani hanno liberato il Paese da Saddam Hussein. Non meritano neppure un grazie?
«I cow boy — risponde Al Kafaji dopo qualche secondo di esitazione — ci hanno liberato da un loro uomo per cercare di governarci direttamente. Vogliono il nostro petrolio. Non vedo cambiamenti nei due modi di gestire il potere. Le torture nella prigione di Abu Ghraib sono solo uno esempio del loro comportamento. Avevano promesso di aiutare l'Iraq. Ma i semafori non funzionano, le strade sono piene di buche, la gente è disoccupata. Eppure hanno continuato a vendere i nostri barili di petrolio. Qual è il rapporto tra i dollari spesi per gli iracheni e il petrolio che hanno rubato all'Iraq? Presto o tardi i popoli oppressi riescono a liberarsi dagli invasori. E' storia. Basta saper aspettare».
Andrea Nicastro




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