L'Alitalia trova in Cimoli il suo Bondi. C'è da sperare che, con un manager che ha fama di risanatore alla sua guida, trovi anche, e al più presto, una strategia di mercato e che da ente di beneficenza politica e sindacale si trasformi finalmente in una vera e propria impresa. Ma siccome i piani delle aziende, se non vogliono restare esercitazioni accademiche, camminano sulle gambe degli uomini, il nuovo ribaltone che porta alla testa dell'Alitalia un tecnico indipendente di collaudata esperienza - chiamato oltre sette anni fa al vertice delle Fs da Carlo Azeglio Ciampi - arriva in zona Cesarini, ma parte con il piede giusto. Non per caso le banche, che conoscono bene il nuovo capo della compagnia di bandiera, hanno accolto con favore la sua nomina e hanno già fatto capire che, di fronte a manager e piani credibili, sono pronte a fare la loro parte. Cioè a partecipare a quella ricapitalizzazione di cui l'Alitalia ha un disperato bisogno ma che non può configurarsi come aiuto di Stato se non vuole incorrere nei veti di Bruxelles.
A scanso di equivoci e di illusioni, bisogna però dire subito che nessuno - e nemmeno Cimoli - ha la bacchetta magica e che la ricapitalizzazione e la pace sociale, che i sindacati hanno sottoscritto per evitare la liquidazione, sono solo l'antipasto di una missione al limite dell'impossibile. Una volta superata l'emergenza di questa fase elettorale, la salvezza dell'Alitalia si giocherà ancora una volta sul terreno industriale, sul suo modello di business e soprattutto su un equilibrio tra costi e ricavi che negli ultimi dieci anni non è stato praticamente mai raggiunto. Per assicurare un futuro alla compagnia di bandiera non c'è nulla da inventare. Bisogna semplicemente realizzare quel che nessuno ha finora avuto il coraggio o la forza di fare.
Che cosa serve realmente all’Alitalia per voltare pagina e imparare a camminare da sola? Lo hanno ricordato ancora ieri, proprio sulle colonne di questo giornale, i consulenti della Roland Berger, chiamati fin dall’anno scorso dal Governo al capezzale della compagnia: tagliare drasticamente i costi fissi e alzare vistosamente la produttività del personale. Il che vuol dire, al di là dei giri di parole, due cose: che i piloti, le hostess e gli steward dell’Alitalia devono rimboccarsi le maniche e volare di più e che l’attuale personale di terra è eccessivo e, in un modo o nell’altro, va ridotto.
È ovvio che un’operazione chirurgica di questo calibro sarebbe preferibile gestirla con il consenso dei sindacati e Cimoli — che da tre esercizi ha riportato le Fs in attivo tagliando in poco più di sette anni 47mila posti di lavoro e creandone altri 20mila per i giovani — lo sa benissimo. Ma sa anche che senza aggredire il nodo dei costi fissi e senza utilizzare nel modo più efficiente tutte le risorse (il personale anzitutto, ma anche gli scali aeroportuali frenati dalle dispute campanilistiche tra Linate e Malpensa) l’Alitalia non ha futuro. E sa che un’azienda di servizi non è come un’impresa industriale e che la battaglia per il risanamento non si vince una volta per tutte ma è una sfida permanente. Come è già avvenuto alle Fs, anche in Alitalia, dopo l’iniziale luna di miele, arriverà l’ora della verità. A loro volta, le organizzazioni dei lavoratori sanno che Cimoli è un osso duro ma un interlocutore leale e lungimirante.
Le difficoltà del rilancio di Alitalia — è bene metterlo nel conto — saranno grandi e il futuro della società potrà, nella migliore delle ipotesi, essere dignitoso ma certamente non sarà fantastico.
La sfida del low cost ha completamente rivoluzionato lo scenario competitivo del trasporto aereo e solo le sinergie derivanti da grandi alleanze internazionali possono dare respiro ai bilanci altrimenti compromessi delle compagnie aeree tradizionali. Anche qui non c’è nulla da inventare ma molto resta da fare. Come la ricapitalizzazione e la pace sociale sono solo l’anticamera della ristrutturazione, anche il risanamento non potrà essere né stabile né completo senza aprire le porte alla privatizzazione e alle alleanze internazionali. Alitalia ha da tempo un discorso aperto con Air France e con Klm che è stato colpevolmente interrotto. È da lì che bisognerà ripartire. Arrivando tardi all’appuntamento con i partner stranieri, è inevitabile che la nostra compagnia aerea debba accontentarsi di uno strapuntino. Ma è sempre meglio che restare a terra.
di Franco Locatelli
Il Sole 24 Ore
7 maggio 2004
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