….. dell’antimafia
Devastazioni della calunnia
Palermo. Lo hanno tenuto appeso a un palo per tredici anni. E lui, per tutto questo tempo, ha aspettato che tre giudici in toga lo liberassero da qualsiasi monnezza. Oggi – finalmente assolto anche dall’ultima accusa, quella di corruzione – trova persino la forza di accoglierti con un sorriso smaltato. Come ai bei tempi. “Eccomi. Anzi, rieccomi”, dice. E così dicendo racconta le sue memorie. Memorie di un appestato nella Sicilia del terrore giustizialista.
Aristide Gunnella – ex deputato, ex ministro, ex sottosegretario, ex repubblicano ed ex leader di un partito che in alcuni collegi siciliani toccava anche punte dell’otto per cento – non sa nemmeno quale conto presentare alla giustizia. Tra il ’91 e il ’93 –gli anni dell’antimafia chiodata – la magistratura militante di Catania, Trapani, Palermo e Roma ha aperto contro di lui ben cinque inchieste.
Nel ’91, tanto per gradire, gli hanno contestato il voto di scambio. Poi lo hanno accusato di aver pilotato appalti e tangenti.
E nel ’92 lo hanno incriminato per mafia marchiandolo prima con il concorso esterno, e poi con la più spregevole delle lordure: l’associazione mafiosa vera e propria, quella che presuppone un patto scellerato con boss e picciotti, killer e sottopanza.
“Altro che mascariato”, racconta. “Quando un siciliano – specie se persona per bene, specie se uomo pubblico – viene accusato di mafia ha davanti una sola scelta: il lazzaretto.
Perché all’improvviso amici e conoscenti scompaiono e non ti avvicina più nessuno. Non solo. Se provi a chiamare qualcuno al telefono, quello si nega. Ma non per vigliaccheria. Sa per certo che il tuo telefono è sotto controllo. Sa che sei spiato e intercettato in ogni conversazione e in ogni occasione. E allora gli scatta la paura o, meglio, il terrore di finire nel tuo stesso tritacarne.
Perché, si sa, certi giudici fanno presto a tirare le somme: quello ha parlato con quell’altro, ecco la prova che si conoscono. E se si conoscono forse sono pure complici: indaghiamo anche su quell’altro. E così gli appestati diventano due e poi quattro, e poi otto. Fino alle retate. Fino a quelle cifre da capogiro di cui, ad ogni inaugurazione di anno giudiziario, si pavoneggiano i procuratori generali.
Ma che ne sanno loro di quali sofferenze e di quali ingiustizie sono impastati quei numeri?”. Solo per perdere tempo?
Per inchiodarlo per benino alla sua croce – “Liberateci di Lima e Gunnella”, scampanavano in quel tempo i miliziani dell’antimafia
forcaiola capeggiati dal sindaco di Palermo, Leoluca Orlando – i magistrati non hanno badato a spese.
“Intanto, siamo nel luglio del 1993, mi hanno preso e buttato
in galera per novantacinque giorni. E la galera è come la morte: chi non la prova non sa di che parla”.
E dopo, molto dopo, hanno avviato le cosiddette indagini patrimoniali, quelle che avrebbero dovuto fornire la prova provata che Vincenzo Spatola un pentiticchio di Campobello di Licata, l’unico collaboratore di giustizia espulso dal servizio di protezione – aveva detto la verità, nient’altro che la verità.
Per rivoltare la sua vita come un calzino allora andava tanto di moda – la procura di Palermo ha disposto accertamenti in 487 banche. Diconsi: quattrocentottantasette.
Perché l’antimafia di Gian Carlo Caselli, il procuratore venuto in Sicilia per riscrivere la storia d’Italia, non conosceva confini e Gunnella poteva avere ingrottato i suoi miliardi, sporchi di mafia, nientemeno che in America latina. “Tutto questo perché mia madre era di origine brasiliana”, racconta. “I pubblici ministeri che mi inquisivano ritennero di dovere estendere le indagini, oltre che al Brasile, anche all’Argentina. Tanto, chi avrebbe mai potuto dirgli di no? Quale ministro, quale ragioniere generale, quale Csm avrebbe mai controllato le loro spese e i loro viaggi?”.
Ma forse – forse – i magistrati volevano solo perdere tempo.
“Un giorno, vennero in sette per interrogarmi su quella che, per loro, era l’ultima prova acquisita, ovviamente attraverso una delle mille intercettazioni telefoniche. Avevano scoperto, così dicevano, che io nel ’71 avevo appoggiato la candidatura di Vito Ciancimino a sindaco di Palermo”.
E quale era la colpa?
“La colpa era che avevo accettato di appoggiarlo perché tra me e Ciancimino era stato stretto un patto di mafia, sugellato anche dal fatto che mia figlia e suo figlio erano fidanzati.
Con il sottinteso sospetto che se io avevo detto sì a quel fidanzamento significava che accettavo anche tutto ciò che Ciancimino rappresentava per la mafia e per la politica palermitana. Roba da trasecolare. Per fortuna ebbi gioco facile a smontarla: mia figlia, risposi, è nata nel ’64.
Nel 1971, anno dell’elezione di Ciancimino a sindaco, aveva appena sette anni e non poteva certo accettare proposte di matrimonio per quanto corroborate da interessi mafiosi”.
Sarà, ma ci sono voluti sette anni perché i magistrati di Caselli decidessero di archiviare l’inchiesta per mafia.
“E’ stata una decisione obbligata. Con il nulla che avevano in mano non potevano affrontare un processo. Intanto però mi hanno segnato con la croce gialla, come si faceva con gli appestati, e mi hanno escluso per sette anni dal gioco politico. Quando Massimo Russo, il pubblico ministero che per primo diede spago al sedicente pentito, firmò l’avviso di garanzia, io avevo appena ricevuto da Bettino Craxi l’offerta di candidarmi al Senato nel collegio di Alcamo, il mio collegio. Ero sicuro di farcela. Ed ero sicuro anche di dimostrare in quattro e quattr’otto la mia innocenza. Ricordo che ero ancora deputato del Pri e che, per agevolare il chiarimento, chiesi io stesso l’autorizzazione a procedere. Ma finii per impiccarmi con le mie stesse mani”.
Per meglio stringergli il nodo al collo, la procura di Palermo decise infatti di affiancare all’inchiesta per mafia, una seconda indagine per corruzione legata inizialmente all’appalto per una diga.
“Sembrava un atto dovuto, un filone secondario, un’azione di supporto. Invece si rivelò la spada più acuminata e più avvelenata”, si lamenta Gunnella .
Perché il pm Lorenzo Matassa, che Caselli aveva ostinatamente tenuto fuori dal ristretto circolo dei suoi fedelissimi, volle mostrare i muscoli e osò quello che nemmeno i suoi colleghi dell’antimafia avevano osato fare. Spiccò il mandato di cattura.
“E da allora quella che era semplicemente una persecuzione diventò un calvario. Ricordo che, appena hanno saputo del mio arresto, alcuni deputati preannunciarono per l’indomani una visita all’Ucciardone. Ma il magistrato non gradì, e nottetempo ordinò il mio trasferimento al carcere di Termini Imerese, a trenta chilometri da Palermo. Ma che ero, il diavolo?”.
Nel luglio del ’93, quando Matassa decise di aggiungere chiodo al chiodo, Gunnella era, politicamente parlando, quello che era. Gli avversari, ma anche gli amici, dicevano che apparteneva alla confraternita dei santissimi Salvo e Salvatore. Dove per Salvo si intendeva Salvo Lima, padrone della Dc palermitana; e dove per Salvatore si intendeva Salvatore Lauricella, leader siciliano del Psi e affettuosamente chiamato “Zu Totò”.
Era la confraternita dell’eterno comando.
Perché Gunnella con il suo Pri era il loro naturale alleato ed aveva da Ugo La Malfa – che spesso lo sopportava ma che in ogni caso lo rispettava – tutta l’autonomia per decidere se restare al governo o minacciare una crisi, se alzare il prezzo o rispettare l’alleanza . In ogni caso creava e inceneriva giunte, faceva e disfaceva consigli di amministrazione, pilotava appalti, carriere e prebende.
Era, insomma, un uomo di potere.
E Matassa aveva solo l’imbarazzo della scelta. Infatti, mise tanta carne al fuoco. E cominciò a cucinarla. A fuoco lento, pezzo dopo pezzo.
“No, la carne non c’era”, dice oggi Gunnella forte della sua assoluzione, in primo grado, con formula piena. “Ma il fumo comunque è stato tanto e ha intossicato non solo me e la mia carriera politica, ma anche la mia famiglia. Non mi va di fare la vittima: in fondo, sono riuscito a vincere la mia battaglia. Come dimenticare però che i miei figli hanno rinunciato agli studi perché si sentivano anche loro appestati?”.
Per un appestato che risorge, altri – e non pochi – entrano nel lazzaretto, colpiti dal sospetto o dall’accusa di mafia.
L’ultima croce gialla è stata stampata ieri sulle spalle di Pietro Pizzo, un ex senatore del Psi, che pur di galleggiare con la politica aveva fatto una sua lista a Marsala ed era diventato presidente del consiglio comunale. E’ la Sicilia, bellezza. “Conosco troppo bene le insidie di un giudizio e tutto mi si può chiedere, tranne che giudicare gli altri”, commenta Gunnella. “Ma una cosa voglio dirla. Non può esistere un reato per dimostrare il quale non sia necessaria la prova. Qui da noi, invece, hanno inventato il concorso esterno. Che non è mai stato uno strumento di giustizia. Ma spesso uno strumento di persecuzione e di iniquità”.
saluti
ps: se non erro durante gli anni del calvario di Gunnella (e di tanti altri) il pm Caselli ha fatto una splendida carriera.
ringraziamo Dio




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