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Discussione: Un altro impalato....

  1. #1
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    Predefinito Un altro impalato....

    ….. dell’antimafia

    Devastazioni della calunnia
    Palermo. Lo hanno tenuto appeso a un palo per tredici anni. E lui, per tutto questo tempo, ha aspettato che tre giudici in toga lo liberassero da qualsiasi monnezza. Oggi – finalmente assolto anche dall’ultima accusa, quella di corruzione – trova persino la forza di accoglierti con un sorriso smaltato. Come ai bei tempi. “Eccomi. Anzi, rieccomi”, dice. E così dicendo racconta le sue memorie. Memorie di un appestato nella Sicilia del terrore giustizialista.
    Aristide Gunnella – ex deputato, ex ministro, ex sottosegretario, ex repubblicano ed ex leader di un partito che in alcuni collegi siciliani toccava anche punte dell’otto per cento – non sa nemmeno quale conto presentare alla giustizia. Tra il ’91 e il ’93 –gli anni dell’antimafia chiodata – la magistratura militante di Catania, Trapani, Palermo e Roma ha aperto contro di lui ben cinque inchieste.
    Nel ’91, tanto per gradire, gli hanno contestato il voto di scambio. Poi lo hanno accusato di aver pilotato appalti e tangenti.
    E nel ’92 lo hanno incriminato per mafia marchiandolo prima con il concorso esterno, e poi con la più spregevole delle lordure: l’associazione mafiosa vera e propria, quella che presuppone un patto scellerato con boss e picciotti, killer e sottopanza.
    “Altro che mascariato”, racconta. “Quando un siciliano – specie se persona per bene, specie se uomo pubblico – viene accusato di mafia ha davanti una sola scelta: il lazzaretto.
    Perché all’improvviso amici e conoscenti scompaiono e non ti avvicina più nessuno. Non solo. Se provi a chiamare qualcuno al telefono, quello si nega. Ma non per vigliaccheria. Sa per certo che il tuo telefono è sotto controllo. Sa che sei spiato e intercettato in ogni conversazione e in ogni occasione. E allora gli scatta la paura o, meglio, il terrore di finire nel tuo stesso tritacarne.
    Perché, si sa, certi giudici fanno presto a tirare le somme: quello ha parlato con quell’altro, ecco la prova che si conoscono. E se si conoscono forse sono pure complici: indaghiamo anche su quell’altro. E così gli appestati diventano due e poi quattro, e poi otto. Fino alle retate. Fino a quelle cifre da capogiro di cui, ad ogni inaugurazione di anno giudiziario, si pavoneggiano i procuratori generali.
    Ma che ne sanno loro di quali sofferenze e di quali ingiustizie sono impastati quei numeri?”. Solo per perdere tempo?
    Per inchiodarlo per benino alla sua croce – “Liberateci di Lima e Gunnella”, scampanavano in quel tempo i miliziani dell’antimafia
    forcaiola capeggiati dal sindaco di Palermo, Leoluca Orlando – i magistrati non hanno badato a spese.
    “Intanto, siamo nel luglio del 1993, mi hanno preso e buttato
    in galera per novantacinque giorni. E la galera è come la morte: chi non la prova non sa di che parla”.
    E dopo, molto dopo, hanno avviato le cosiddette indagini patrimoniali, quelle che avrebbero dovuto fornire la prova provata che Vincenzo Spatola un pentiticchio di Campobello di Licata, l’unico collaboratore di giustizia espulso dal servizio di protezione – aveva detto la verità, nient’altro che la verità.
    Per rivoltare la sua vita come un calzino allora andava tanto di moda – la procura di Palermo ha disposto accertamenti in 487 banche. Diconsi: quattrocentottantasette.
    Perché l’antimafia di Gian Carlo Caselli, il procuratore venuto in Sicilia per riscrivere la storia d’Italia, non conosceva confini e Gunnella poteva avere ingrottato i suoi miliardi, sporchi di mafia, nientemeno che in America latina. “Tutto questo perché mia madre era di origine brasiliana”, racconta. “I pubblici ministeri che mi inquisivano ritennero di dovere estendere le indagini, oltre che al Brasile, anche all’Argentina. Tanto, chi avrebbe mai potuto dirgli di no? Quale ministro, quale ragioniere generale, quale Csm avrebbe mai controllato le loro spese e i loro viaggi?”.
    Ma forse – forse – i magistrati volevano solo perdere tempo.
    “Un giorno, vennero in sette per interrogarmi su quella che, per loro, era l’ultima prova acquisita, ovviamente attraverso una delle mille intercettazioni telefoniche. Avevano scoperto, così dicevano, che io nel ’71 avevo appoggiato la candidatura di Vito Ciancimino a sindaco di Palermo”.
    E quale era la colpa?
    “La colpa era che avevo accettato di appoggiarlo perché tra me e Ciancimino era stato stretto un patto di mafia, sugellato anche dal fatto che mia figlia e suo figlio erano fidanzati.
    Con il sottinteso sospetto che se io avevo detto sì a quel fidanzamento significava che accettavo anche tutto ciò che Ciancimino rappresentava per la mafia e per la politica palermitana. Roba da trasecolare. Per fortuna ebbi gioco facile a smontarla: mia figlia, risposi, è nata nel ’64.
    Nel 1971, anno dell’elezione di Ciancimino a sindaco, aveva appena sette anni e non poteva certo accettare proposte di matrimonio per quanto corroborate da interessi mafiosi”.
    Sarà, ma ci sono voluti sette anni perché i magistrati di Caselli decidessero di archiviare l’inchiesta per mafia.
    “E’ stata una decisione obbligata. Con il nulla che avevano in mano non potevano affrontare un processo. Intanto però mi hanno segnato con la croce gialla, come si faceva con gli appestati, e mi hanno escluso per sette anni dal gioco politico. Quando Massimo Russo, il pubblico ministero che per primo diede spago al sedicente pentito, firmò l’avviso di garanzia, io avevo appena ricevuto da Bettino Craxi l’offerta di candidarmi al Senato nel collegio di Alcamo, il mio collegio. Ero sicuro di farcela. Ed ero sicuro anche di dimostrare in quattro e quattr’otto la mia innocenza. Ricordo che ero ancora deputato del Pri e che, per agevolare il chiarimento, chiesi io stesso l’autorizzazione a procedere. Ma finii per impiccarmi con le mie stesse mani”.
    Per meglio stringergli il nodo al collo, la procura di Palermo decise infatti di affiancare all’inchiesta per mafia, una seconda indagine per corruzione legata inizialmente all’appalto per una diga.
    “Sembrava un atto dovuto, un filone secondario, un’azione di supporto. Invece si rivelò la spada più acuminata e più avvelenata”, si lamenta Gunnella .
    Perché il pm Lorenzo Matassa, che Caselli aveva ostinatamente tenuto fuori dal ristretto circolo dei suoi fedelissimi, volle mostrare i muscoli e osò quello che nemmeno i suoi colleghi dell’antimafia avevano osato fare. Spiccò il mandato di cattura.
    “E da allora quella che era semplicemente una persecuzione diventò un calvario. Ricordo che, appena hanno saputo del mio arresto, alcuni deputati preannunciarono per l’indomani una visita all’Ucciardone. Ma il magistrato non gradì, e nottetempo ordinò il mio trasferimento al carcere di Termini Imerese, a trenta chilometri da Palermo. Ma che ero, il diavolo?”.
    Nel luglio del ’93, quando Matassa decise di aggiungere chiodo al chiodo, Gunnella era, politicamente parlando, quello che era. Gli avversari, ma anche gli amici, dicevano che apparteneva alla confraternita dei santissimi Salvo e Salvatore. Dove per Salvo si intendeva Salvo Lima, padrone della Dc palermitana; e dove per Salvatore si intendeva Salvatore Lauricella, leader siciliano del Psi e affettuosamente chiamato “Zu Totò”.
    Era la confraternita dell’eterno comando.
    Perché Gunnella con il suo Pri era il loro naturale alleato ed aveva da Ugo La Malfa – che spesso lo sopportava ma che in ogni caso lo rispettava – tutta l’autonomia per decidere se restare al governo o minacciare una crisi, se alzare il prezzo o rispettare l’alleanza . In ogni caso creava e inceneriva giunte, faceva e disfaceva consigli di amministrazione, pilotava appalti, carriere e prebende.
    Era, insomma, un uomo di potere.
    E Matassa aveva solo l’imbarazzo della scelta. Infatti, mise tanta carne al fuoco. E cominciò a cucinarla. A fuoco lento, pezzo dopo pezzo.
    “No, la carne non c’era”, dice oggi Gunnella forte della sua assoluzione, in primo grado, con formula piena. “Ma il fumo comunque è stato tanto e ha intossicato non solo me e la mia carriera politica, ma anche la mia famiglia. Non mi va di fare la vittima: in fondo, sono riuscito a vincere la mia battaglia. Come dimenticare però che i miei figli hanno rinunciato agli studi perché si sentivano anche loro appestati?”.
    Per un appestato che risorge, altri – e non pochi – entrano nel lazzaretto, colpiti dal sospetto o dall’accusa di mafia.
    L’ultima croce gialla è stata stampata ieri sulle spalle di Pietro Pizzo, un ex senatore del Psi, che pur di galleggiare con la politica aveva fatto una sua lista a Marsala ed era diventato presidente del consiglio comunale. E’ la Sicilia, bellezza. “Conosco troppo bene le insidie di un giudizio e tutto mi si può chiedere, tranne che giudicare gli altri”, commenta Gunnella. “Ma una cosa voglio dirla. Non può esistere un reato per dimostrare il quale non sia necessaria la prova. Qui da noi, invece, hanno inventato il concorso esterno. Che non è mai stato uno strumento di giustizia. Ma spesso uno strumento di persecuzione e di iniquità”.


    saluti

    ps: se non erro durante gli anni del calvario di Gunnella (e di tanti altri) il pm Caselli ha fatto una splendida carriera.

    ringraziamo Dio

  2. #2
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    La giustizia in Italia è evidentemente da riformare...

  3. #3
    SENATORE di POL
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    i torturatori di questo "impalato" avranno la dignità e l'onestà di dimettersi e di dedicare il resto della propria vita.....a rimediare agli effetti del loro "sacro fuoco purificatore" da moralisti senza morale?

    La giustizia è da riformare? Certo, ma il governo non ha le palle, ha accettato una gran parte delle modifiche chieste dai capi fazione dei partitini dei "magistrati", e questi rispondono con lo sciopero. Che si aspettavano?
    Non si tratta con chi non accetta i valori e i principi della democrazia liberale, a cominciare dalla divisione dei poteri, che funziona in TUTTI i sensi. Sciopero per sciopero che almeno si faccia loro fare i girotondi ridicoli e CONTRO LA GIUSTIZIA con qualche ...."ragione"....

    Saluti liberali

  4. #4
    Alessandra
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    Il problema grosso è che se le procure sbagliano, non pagano nè mai hanno pagato alcunchè....

    Per riformare davvero la giustizia e per fare in modo che lo Stato si auto_obblighi a farlo, ci sarebbe il meccanismo di prevedere il risarcimento del danno nel caso di errore giudiziario per tutti, che al momento è previsto soltanto nel caso in cui il soggetto ha subito una carcerazione ingiusta...oltretutto è un diritto che si prescrive in tempi brevissimi, mi pare in due anni. Ed in nessun modo, naturalmente, conosciuto.

    Lo Stato, come i suoi cittadini, fa sempre qualcosa quando vede che è costretto ad aprire troppe volte il borsellino.

  5. #5
    SENATORE di POL
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    In Italia dopo decenni (in notevole ritardo rispetto all'Europa) si è giunti finalmente alla risarcibilità degli "interessi legittimi" lesi dagli atti della Pubblica Amministrazione (purchè legati ad un bene della vita meritevole di tutela a seguito di un provvedimento non solo illegittimo... ma ingiusto), e gli unici pubblici dipendenti al di sopra di ogni responsabilità per i danni cagionati dalla loro imperizia.....restano i magistrati. A mio avviso vi sono logiche ragioni per concedere ad i magistrati un margine più ampio.....di "immunità" nell'interesse generale della giustizia (prevalendo sempre l'interesse pubblico),ma questo margine deve essere ragionevole ed in equilibrio con il diritto delle parti lese dai comportamenti dei magistrati non conformi alla perizia e deontologia professionale oltre che alla legge. Che lo Stato si sostituisca nel risarcimento al responsabile, è ragionevole, come per ogni pubblico impiegato, solo in caso di "colpa lieve", altrimenti è deresponsabilizzante e quindi contrario agli interessi di giustizia, e quindi al pubblico interesse.

    Saluti liberali

  6. #6
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    In origine postato da Pieffebi
    i torturatori di questo "impalato" avranno la dignità e l'onestà di dimettersi e di dedicare il resto della propria vita.....a rimediare agli effetti del loro "sacro fuoco purificatore" da moralisti senza morale?...
    Certamente. Prenderanno esempio da Rumsfeld e dai mille e mille "onesti e dignitosi" torturatori che governano il mondo.

  7. #7
    SENATORE di POL
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    In origine postato da Pieffebi
    In Italia dopo decenni (in notevole ritardo rispetto all'Europa) si è giunti finalmente alla risarcibilità degli "interessi legittimi" lesi dagli atti della Pubblica Amministrazione (purchè legati ad un bene della vita meritevole di tutela a seguito di un provvedimento non solo illegittimo... ma ingiusto), e gli unici pubblici dipendenti al di sopra di ogni responsabilità per i danni cagionati dalla loro imperizia.....restano i magistrati. A mio avviso vi sono logiche ragioni per concedere ad i magistrati un margine più ampio.....di "immunità" nell'interesse generale della giustizia (prevalendo sempre l'interesse pubblico),ma questo margine deve essere ragionevole ed in equilibrio con il diritto delle parti lese dai comportamenti dei magistrati non conformi alla perizia e deontologia professionale oltre che alla legge. Che lo Stato si sostituisca nel risarcimento al responsabile, è ragionevole, come per ogni pubblico impiegato, solo in caso di "colpa lieve", altrimenti è deresponsabilizzante e quindi contrario agli interessi di giustizia, e quindi al pubblico interesse.

    Saluti liberali

  8. #8
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    ADESSO CHE SOTTOPPORRANNO I PM AL CONTROLLO DELL'ESECUTIVO NON SBAGLIERANNO PIù
    su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
    PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)

  9. #9
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    Predefinito I "puri e i ciuri" rinnegano Ciuro. Le....

    .... sue indagini? Robetta

    Durante la requisitoria, Domenico Gozzo ha definito “vergognosa” la lettera con la quale il senatore di Forza Italia aveva invitato l’altro pubblico ministero, Antonio Ingroia, ad abbandonare il dibattimento. E ha picchiato duro sui giornali colpevoli solo di avere pubblicato la notizia

    Palermo. Prima hanno cambiato idea su Berlusconi. Per sette e passa anni avevano sostenuto che il cavaliere di Arcore era la radice di tutti i mali, il motore immobile di ogni nefandezza, la causa prima – in principio erat verbum – di tutti i complotti vissuti e patiti da questa povera Italia democratica e de sinistra. Ma al momento di tirare le somme, quando ormai mancano pochi mesi alla sentenza che dovrà dire se Marcello Dell’Utri, senatore di Forza Italia, è colpevole o innocente, malacarne o perseguitato, ecco il contrordine.
    Contrordine, compagni. Berlusconi – questa la nuova tesi dei due
    pubblici ministeri, Antonio Ingroia e Domenico Gozzo – qualche macchiolina ce l’ha ma, a ben pensarci, è stato un imprenditore
    pulito e immacolato, un poverocristo al quale quei mafiosacci di Sicilia hanno imposto una tassa, un pizzo in carne e ossa.
    E quel pizzo aveva un nome e cognome: Marcello Dell’Utri, appunto, palermitano, amico degli amici, quasi un “picciotto” agli ordini di boss di vecchio e sanguinario lignaggio come Stefano Bontade, Pippo Calò, Gaetano Cinà.
    Insomma, in quel di Arcore, sarebbe successo pressappoco ciò che accadeva nell’arsa Sicilia del feudo quando “quelli coi muli” – si chiamavano così gli innominabili costringevano i baroni, asfissiati dai debiti, ad accettare – per la loro sicurezza, ci mancherebbe altro – una guardianìa.
    E il guardiano che arrivava lì diventava prima campiere, poi sovrastante e poi padrone delle terre. Ma chi potrà mai meravigliarsi di tanto ripensamento, di un così repentino cambio di strategia processuale?

    Il venditore di antimafia
    Loro, i due pubblici ministeri da sette anni “dedicati”, come dicono, alla raccolta di ogni sospiro e di ogni cartuzza riconducibile all’universo Fininvest, hanno ovviamente tutto il diritto di dire che “le risultanze” delle indagini hanno rivelato alla fine “un diverso quadro probatorio”.
    Bene per loro e – perché no? – anche per Berlusconi, trasformato da destinatario dei miliardi sporchi che Bontade o Calò volevano investire al Nord, a vittima di un ricatto mafioso orchestrato da Dell’Utri e dal suo amico Cinà.
    Ma nessuno si sarebbe mai aspettato che, all’improvviso – e in maniera altrettanto brusca – i due rappresentanti dell’accusa cambiassero parere anche sul maresciallo Giuseppe Ciuro, che il 5 novembre scorso altri magistrati della procura hanno buttato nel fondo di una galera e non lo hanno più tirato fuori.
    Il maresciallo Ciuro – che dalla Dia, direzione investigativa antimafia, stava per passare al Sismi, servizio segreto militare, su raccomandazione di Ingroia, Gian Carlo Caselli e del senatore Massimo Brutti, dei Ds –è rinchiuso nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere con un’accusa pesante come una pietra al collo: violazione di segreto e concorso esterno in associazione mafiosa.
    Le indagini del procuratore Pietro Grasso e del suo “aggiunto”, Giuseppe Pignatone, hanno rivelato, sulla base di alcune intercettazioni telefoniche, che Ciuro, da uomo dell’antimafia, si era trasformato in venditore di antimafia. E in quanto tale vendeva i segreti del suo ufficio – preziosissimi segreti – a Michele Aiello, un boss della sanità che, secondo le dichiarazioni del pentito Nino Giuffrè, detto Manuzza, sarebbe stato per anni il prestanome unico ed esclusivo di Bernardo Provenzano, l’inafferrabile padrino di tutte le mafie.
    Il maresciallo non era il solo “traditore meritevole di fucilazione”, secondo la definizione del procuratore Grasso.
    Con lui erano impegnati, nel doppio gioco, il maresciallo dei carabinieri Giorgio Riolo, uno specialista nella collocazione delle “cimici” per le intercettazioni ambientali, e il maresciallo Antonio Borzacchelli che, a forza di vendere segreti dell’antimafia riuscì a farsi comprare dalla politica: il Presidente della Regione, Totò Cuffaro, pensò bene di candidarlo nelle liste dell’Udc e il maresciallo diventò nientemeno che deputato all’Assemblea regionale. Ora è in carcere, con i suoi complici, accusato pure di estorsione perché di tanto in tanto accendeva il fuoco di una qualche inchiesta – spesso inesistente – a carico della clinica “Villa Santa Teresa” e subito correva dal titolare, da Michele Aiello. Il quale, pur di spegnere l’incendio, sganciava ora un’automobile, ora un appartamento, ora una villa al mare.
    In ogni caso mazzette a palate. “Ho pagato fino a cinque miliardi di vecchie lire”, ha dichiarato Aiello ai magistrati.
    L’uomo forte di tutta la comarca – la comarca delle talpe – era però Ciuro. Perché l’ex maresciallo della Dia, che già proveniva dalla Guardia di Finanza, vantava una particolare competenza nelle indagini finanziarie, specialmente in quelle dirette a trovare il marcio nascosto nella carriera di un politico.
    Agli ordini di Gian Carlo Caselli e dei sostituti Vittorio Teresi e Teresa Principato, aveva fatto una sorta di tirocinio, passando al setaccio la vita e le opere dell’ex ministro democristiano Calogero Mannino.
    Quando fu il turno di Berlusconi e Dell’Utri, la sua collaborazione, da occasionale, diventò continuativa. Tanto che Ingroia e Gozzo – incaricati di vivisezionare il mostro Fininvest e di trovare nelle viscere la prova provata del suo peccato originale, la mafia – chiesero alla Dia di distaccare il maresciallo nella loro stanza. Richiesta accolta. Ciuro non poteva occuparsi d’altro se non di inchieste dirette personalmente dai due pm. Respirava la loro stessa aria, ascoltava le loro confidenze, entrava nei loro computer, veniva messo a parte di ogni loro progetto, raccoglieva con loro le carte e le prove che avrebbero dovuto inchiodare il Cavaliere e il suo fedelissimo manager di Publitalia.
    Altro che semplice collaborazione. Quella di Ciuro con i due magistrati era un’amicizia di ferro: li chiamavano i “puri e ciuri”. Così stretta che quando Ingroia – siamo nell’estate del 2003 – ebbe la necessità di trovare una squadra di operai per rimettere in sesto la masseria del padre, in quel di Calatafimi, Ciuro si mostrò all’altezza della situazione: telefonò al suo amico Aiello, che oltre alla clinica aveva anche due o tre imprese di costruzione, e in pochi giorni la masseria diventò più bella che pria.
    Un piccolo incidente di percorso, per carità. Ingroia poteva non sapere.
    E infatti Grasso non glie l’ha fatta mai pesare più di tanto.
    Ma perché rinnegare Ciuro? Il compito di disconoscere – ex abrupto, direbbe il suo avvocato – il ruolo svolto in questi sette anni dall’ex maresciallo della Dia è stato assegnato da Ingroia a Nico Gozzo, suo collega di stanza e di inchiesta. E Gozzo ha prontamente risposto alla chiamata lunedì mattina, nel corso di quella parte della requisitoria che era stata a lui assegnata.
    Di punto in bianco – ma può mai finire così un’amicizia? – ha sostenuto che Ciuro, povero Ciuro, aveva dato all’inchiesta su Dell’Utri “un supporto non fondamentale”.
    Dunque marginale: robetta.
    E che, a differenza di quanto successe negli anni Settanta con Vittorio Mangano, lo stalliere spedito dalla mafia nelle tenute di Arcore, “non siamo certo noi a scegliere i collaboratori dell’ufficio della procura”.
    Un benservito. Che l’ex maresciallo certamente non meritava. Ricordate quella minuziosa ricostruzione delle holding che man mano, negli anni, hanno composto il mosaico della Fininvest?
    Un lavoro monumentale che Ciuro portò a compimento con la superconsulenza di Francesco Giuffrida, alto funzionario della Banca d’Italia. E che puntualmente finì – estate del 2002 – sull’Espresso con un titolo di copertina che, non solo Ciuro, ma anche Ingroia e Gozzo portavano come una medaglia appuntata sul petto:
    “Così ha fatto i soldi Berlusconi”.
    E allora perché questa improvvisa presa di distanza?
    La spiegazione, forse, sta nella lettera che l’imputato Dell’Utri ha inviato il 25 novembre scorso, subito dopo l’arresto di Ciuro, ad Antonio Ingroia.
    Una lettera dai toni garbati. Che però metteva a nudo una questione grande come una casa: può un pubblico ministero continuare imperterrito nelle sue accuse, visto che quelle accuse si fondano su elementi raccolti da un sottufficiale infedele, finito in carcere per i suoi rapporti con la mafia?
    Ingroia, si sa, non ha mai accettato lo sgarbo di quella lettera, che tra l’altro lo invitava “ad astenersi dal processo” o “a chiedere un’immediata sospensione del dibattimento e il proscioglimento dell’imputato”.
    Ma Gozzo, lunedì in aula, si è lasciato prendere la mano.
    Prima ha definito la lettera “ignobile e vergognosa”. E poi si è scagliato contro giornali e giornalisti – ah, la libertà di stampa – colpevoli solo di avere pubblicato un documento che certamente non poteva non fare notizia.
    Ma i giornali, si sa, vivono anche di opinioni e di polemiche.
    Quale diritto ha invece un magistrato – che dovrebbe incardinare la requisitoria su fatti e prove concrete – di mischiare, nella sacralità di un’aula, il rigore dell’accusa con la difesa di un interesse personale?

    Sciascia e l’inaccettabile errore
    Forse – e sia detto senza civetteria letteraria - aveva ragione Leonardo Sciascia.
    Quando i miliziani del cosiddetto “coordinamento antimafia”, quelli che facevano da sentinella alla crociata forcaiola di Leoluca Orlando, lo trascinarono per i capelli in un’odiosa polemica sul ruolo dei giudici, l’autore de “Il giorno della civetta” non si lasciò intimidire. E, prendendo spunto da un librettino pubblicato da Marc Chassaigne, un ex magistrato, per contestare un’affermazione di Voltaire sull’affaire Calas, contenuta nel “Trattato della tolleranza”, scrisse che i giudici non sarebbero giudici “se non riuscissero a respingere ai margini, in un marginale baluginio della coscienza, la preoccupazione dell’errore”.
    In quanto giudici,
    “hanno bisogno anzi, singolarmente e ancor più in quanto corporazione, di credere impossibile l’errore”. “Poiché la società li ha delegati a punire la violenza con la violenza (la violenza di condannare un uomo alla perdita della libertà, senza dire dove lo si può ancora condannare alla perdita della vita) hanno bisogno di sentirsi sicuri, confortati, se non da un continuo e generale consenso, da una generale indifferenza e comunque da un’assenza di critica sul loro operare. Da ciò l’afflato corporativo, per cui soltanto da loro e tra loro può farsi distinzione tra i migliori e i peggiori, e l’irritabilità ad ogni critica che venga dal di fuori”.
    Potevano mai Ingroia e Gozzo accettare l’errore di avere avuto per sette anni nella loro stanza un maresciallo che di giorno lavorava per l’antimafia e di notte per la mafia?
    E così, con la banalissima scusa di attaccare la lettera di Dell’Utri e i giornali che ne avevano dato notizia, il Foglio in testa, si sono rassicurati a vicenda.
    L’errore non esiste.
    Ciuro? E chi lo conosceva?

    da il Foglio

    saluti

 

 

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