Informatica e limba in un seminario spagnolo
Il professore: «Creo al computer una comunità e faccio parlare tutti gli abitanti virtuali»


Confronto Italia-Spagna sull’uso delle lingue minoritarie che non godono di tutela legislativa. Tra queste il sardo. Studiosi e appassionati si sono riuniti a Graus, piccolo paesino ai piedi dei Pirenei, per il seminario Iberico - Itálico del minorias lingüisticas” promosso da “Romania minor”, associazione che raccoglie linguisti delle lingue romanze minoritarie (presidente Xavier Frias Condé dell’Università Complutense di Madrid) e dal circolo Kinthales di Torino. Nel 2002, la storica associazione del capoluogo piemontese aveva promosso un incontro con linguisti spagnoli, portoghesi e italiani che avevano presentato i risultati dei propri studi sulle lingue che non hanno assunto lo stato di lingua ufficiale anche se parlate correntemente e a volte anche scritte. A Grau, l’argomento è ruotato sulle metodologie di standardizzazione, supporto legislativo alle lingue minoritarie, letteratura e attuale situazione sociolinguistica. Per gli studi sul sardo, due relatori: Marco Maulu (dottorando dell’Università di Cagliari e attualmente a Madrid per compiere studi di filologia romanza) che ha parlato della tradizione letteraria del sardo in un rotondo logudorese barbaricino; Piero Ausonio Bianco, (presidente del Kinthales) che ha presentato la relazione di chiusura dal titolo “Simulation methodologies for decisions-making support on linguistic policies”. Fra gli altri, Raffaele Melis Pilloni (del circolo di Barcellona), Gianni Garbati e Pietro Mariani (del circolo di Madrid).
La relazione di Bianco è stata particolarmente apprezzata dai colleghi studiosi. Sassarese, trapiantato a Torino negli anni Settanta, la laurea in fisica ha sicuramente influito sull’applicazione di certe metodologie allo studio dei fenomeni linguistici.
Scopo del suo studio?
«La mia ricerca propone nuove metodologie che possano aiutare il «decisore politico» a prendere iniziative efficaci nel campo della politica linguistica, dove cioè sono presenti due o più lingue con status giuridico differente».
Come nasce l’idea?
«È nata dal fatto che nei convegni ai quali ho partecipato sulla difesa delle lingue minoritarie, spesso si è prestata più attenzione al fatto che fossero tutelate giuridicamente piuttosto che al fatto che una lingua si parli perché non se ne conoscono altre o perché più facile, o perché vi si è affezionati. Per molti, l’importante è la tutela giuridica. Eppure la gente parla la lingua che preferisce, ci sia o meno una legge che ne agevoli l’uso.
La sua ricetta?
«Ho provato ad applicare al campo linguistico una tecnica di simulazione al computer, detta “ad agenti”, che si sta rivelando molto promettente per ricostruire il comportamento delle società reali. Simulazione che avviene definendo le regole “dal basso” che regolano le interazioni tra le persone, facendo interagire tra di loro queste persone e vedendo quello che ne viene fuori.
Sia più semplice, grazie.
«Le nostre “persone elettroniche” si muovono e quando si incontrano decidono quali comportamenti adottare in base alle poche regole di comportamento insegnato. Il programma è stato messo a punto dal Prof. I. Lustick, dell’Università della Pennsylvania, ed è stato utilizzato per simulare situazioni concrete e complesse, come il conflitto israelo - palestinese, il crescere del fondamentalismo delle società arabe, la vulnerabilità delle società autoritarie a differenti tipi di mobilitazione etnica e religiosa, il crescere dell’identità europea con la maggior porosità delle frontiere».
Può una simulazione al computer riprodurre una realtà?
Gli argomenti sono certamente importanti e gravi, e l’idea potrebbe apparire non distante da un gioco; ma i risultati sono in realtà stupefacenti».
Qualche esempio?
«Ho simulato una società in cui si parlano tre lingue: si formava una mappa a macchie di leopardo, le tre lingue sopravvivevano in configurazioni che consentivano a ciascuno di usare solo quelle conosciute. Ho aggiunto una “deriva di comportamento”: più una lingua è parlata, più lo sarà in futuro. Il risultato è che dopo un tempo più o meno lungo, una sola delle tre lingue saprà sopravvivere. Ho quindi introdotto un “effetto di potere”: quello dei mass media sulle persone, anche se non necessariamente riescono ad influenzarne i comportamenti. Risultato: tutte e tre le lingue riuscivano a sopravvivere ma non era quella “tutelata” attraverso i mass media ad essere più parlata».
E' lo studio presentato a Graus?
«Una parte. Un linguista dell’università Karlova di Praga mi ha fatto notare che questo è un fenomeno che si osserva nella vita reale: ad esempio in Friuli. Lì, pur essendo più tutelato il ladino rispetto ai dialetti di area slava, sono i dialetti di area italiana (non tutelati) a godere di ottima salute. La protezione del ladino avvantaggia le lingue contigue».
Cosa pensa della Lsu (Lingua sarda unificata)?
«Non so se una lingua artificiale come la Lsu può essere utile per proteggere il sardo. Ma se riflettiamo sui risultati della mia simulazione, una via perché i sardi parlino la lingua che preferiscono (campidanese, barbaricino logudorese, gallurese o sassarese) può passare dalla proposta (o costrizione?) di usare una lingua definita a tavolino come l’LSU. Dopotutto, non si è mai visto tanto orgoglio della propria variante di sardo da quando si parla di lingua unificata tra nord e sud della Sardegna».

A. P.



d'appo azzapau in s' "unione"..

Lutzianu