Re: Re: Re: Re: Re: Re: Progetto talmudico
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Originally posted by Vassilij
Gli Stati nazionali sono un prodotto giacobino e massonico. Esiste solo la naturalità delle appartenenze etniche, quella particolare dei popoli europei e quella generale dell'Europa indoeuropea....
Esatto. Penso che Nevsky ( nick che mi sta un pò sui coglioni visto che nell'omonimo film Nevsky combatte contro i Cavalieri dell'Ordine Teutonico) sia un ragazzo dalle idee molto confuse.
ETNONAZIONALISMO, RIPASSO
i discorsi di Umberto Bossi
gli altri discorsi
Discorso di apertura dei Congresso della Lega Lombarda
on. Umberto Bossi
Pieve Emanuele 8.9.10 febbraio 1989
INDICE
Il Congresso come atto di nascita dei Movimento
L'organizzazione sul territorio
Il vecchio statuto
Il significato di "Autonomia"
L'impossibilità di ottenere l'autonomia della Lombardia sul presupposto di esserì una minoranza linguistica
L'autonomismo per Bruno Salvadori
L'etnofederalismo come mezzo di pressione per ottenere l'autonomia
La lotta contro il centralismo di Stato
Il federalismo integrale
La confusione con lista civica
Il superamento dei determinismo marxista e del pragmatismo capitalista
L’alternanza di giustizia e libertà
La crisi dei partiti
Il federalismo integrale come dottrina economica, politica e sociale
Il federalismo integrale come mezzo per realizzare la morale sociale
I fenomeni di disgregazione sociale prodotti dalla società multirazziale
La velocità delle integrazioni sociali
L'impossibilità di integrare gli immigrati di colore
La creazione dei caos sociale per ottenere lo Stato autoritario
Le alleanze con gli altri movimenti autonomisti
La lotta per l'integrità dei Movimento
Il coinvolgimento dei Meridione nel progetto federalista
I rapporti con i Movimenti delle regioni a statuto speciale
I lavori dei Congresso
1.Il Congresso come atto di nascita dei Movimento indice
E' con emozione che apro il primo Congresso Ordinario della Lega Lombarda perché è il Congresso che segna il vero atto di nascita, l'aprirsi e il dispiegarsi alla vita politica pubblica dei nostro Movimento.
A noi sono occorsi dieci anni per arrivare a questo momento. A questo atto di nascita. Dieci anni di travaglio totalizzante, di differenziazioni multiple che avvenivano contemporaneamente e che interessavano i diversi segmenti costituenti l'organizzazione interna dei movimento. Una specie di caos primordiale continuamente alimentato almeno fin tanto che non si intravedeva ciò che la fusione avesse originato. Un'amalgama, un nucleo capace di proporsi quale centro di gravità rispetto ad un territorio o rispetto alle funzioni cui il nucleo stesso si proponeva quale punto di riferimento.
Diciamo subito che se siamo qui è perché attraverso una serie di tali fusioni si formò dapprima un nucleo che si costituì in Consiglio Federale. In un secondo tempo si formarono i nuclei provinciali, che si costituirono in consigli provinciali, saldati al consiglio federale. Così, progressivamente al generarsi dal nulla dell'organizzazione, abbiamo avuto il problema di stabilizzare, raffreddando, ciò che il caos e la fusione avevano creato, introducendo progressivamente criteri selettivi per favorire all'interno dell'organizzazione i militanti più preparati e capaci non solo sul piano ideologico, ma anche su quello tecnico e amministrativo.
E' stato un passaggio, né semplice, né indolore perché non sempre i primi militanti sono anche quelli che possiedono la capacità di gestire ciò a cui hanno dato vita con la loro fede e il loro impegno. Nel complesso possiamo dire di essere stati fortunati perché durante questi processi di nazionalizzazione non è avvenuta nessuna esplosione dall'interno dei Movimento. Qualche militante se ne è dovuto andare, ma sono state poche eccezioni. E' questa la fase in cui le ambizioni personali variamente mascherate, con gli alibi più impensabili se non vengono temperate e asservite al superiore progetto politico rischiano di indurre gravi crisi nel Movimento.
Questo Congresso arriva quindi dopo che abbiamo in gran parte domato il rischio di implosioni, di esplosione dall'interno dei Movimento, a causa di ambizioni personali non temperate che finiscono per produrre posizioni divergenti da quelle imposte dalle superiori necessità dei progetto autonomista.
Per questo oggi possiamo dire che siamo qui ad archiviare la fase della genesi primordiale e dei successivo assestamento che è già avvenuto per lo meno al 70%. Ci sono ancora però ritardi organizzativi in qualche provincia. Ma oggi la forza dei l'organizzazione è tale da scoraggiare e comunque da inattivare ogni preoccupante tensione interna. Il Movimento non deve più mediare a tutti i costi ogni contraddizione perché oggi può amputare quello che non va senza subire conseguenze dannose. Il fatto stesso 'che possiamo affrontare questo primo congresso indica che i parametri di stabilità dei Movimento sono, se non ottimali, molto incoraggianti.
2 L'organizzazione sul territorio indice
L'anno scorso convenimmo in molti che il Movimento non era ancora maturo per affrontare il primo Congresso nazionale, perché era ancora troppo poco sincronizzata l'organizzazione sul territorio con la segreteria politica, che era a sua volta in una fase iniziale. Oggi arriviamo al Congresso con un'organizzazione forte di nove sedi provinciali: una per ogni provincia della Lombardia e di una ventina di sedi intraprovinciali, alcune delle quali in città importanti, come Monza, Gallarate, Voghera ecc.
Una segreteria politica con un’apprezzabile capacità operativa costituita da un gruppo di tecnici nei vari settori. In quest'ultimo anno abbiamo inoltre effettuato la separazione dal Movimento dall'organizzazione dei giornale, che è diventata autonoma per quanto riguarda le operazioni di confezione e spedizione: l'abbiamo infatti dotata di propri mezzi di trasporto che fanno capo ad un capannone industriale localizzato a Vergiate, a poche centinaia di metri dal grande svincolo autostradale dove si incrociano le autostrade per la Lombardia e per il Piemonte.
Le redazioni, per la natura politica dei giornale, restano invece presso le sedi principali dei Movimento. Inoltre ogni sede provinciale è collegata sia alla segreteria politica sia alla redazione dei giornale e chi ha vissuto l'isolamento che per anni ha accompagnato l'azione dei gruppi provinciali e la difficoltà ad impegnare sincronicamente il Movimento, può avvertire gli enormi passi in avanti impliciti nelle ultime conquiste dell'organizzazione.
Con i collegamenti effettuati l'informazione è accessibile in tempi reali in ogni provincia della Lombardia e in futuro potrà essere riverberata dalla sede provinciale ad ogni sede minore. Per capire meglio il salto organizzativo fatto in questi anni va inoltre sottolineato che in ogni sede provinciale lavora un certo numero di personale impiegatizio per cui tali sedi non sono affatto locali vuoti, ma centri operativi che hanno sia compiti specifici inerenti l'attivismo provinciale, sia compiti di elaborazione e di economia secondo criteri fissati dal Consiglio Federale, sia compiti di collegamento con l'organizzazione centrale.Nel complesso l'organizzazione della Lega Lombarda assomiglia ad una quercia con 9 rami principali che stanno differenziando altri rami minori che cominciano a gemmare foglie e frutti, speriamo più frutti che foglie, secondo le regole e i programmi che andremo ad approvare in questo Congresso.
3. Il vecchio statuto indice
Va sottolineato inoltre che siamo arrivati fino a qui anche grazie al vecchio statuto che oggi è gioco forza superare. Uno statuto è in fondo il codice genetico in cui sono codificate le possibilità evolutive dei Movimento che dipendono, non soltanto dalle modalità statutarie previste per la crescita dei Movimento, ma anche dalla bontà degli strumenti difensivi concepiti per rintuzzare e inattivare gli attacchi esterni e, soprattutto, le infiltrazioni di malintenzionati miranti a disgregare il Movimento.
Il vecchio statuto aveva il suo massimo strumento difensivo nel tesseramento. Lo statuto in merito prevedeva due tipi di associati:
a) - i soci sostenitori che garantivano al movimento l'afflusso dei capitali necessari al suo sviluppo;
b) - i soci ordinari, costituiti dai vecchi fondatori accanto ai quali nel tempo abbiamo aperto a tutti gli eletti nelle sedi istituzionali e ai più vecchi costituenti dei gruppi provinciali.
c) - Soci fondatori. Ai soci fondatori è rimasto in più degli altri soci ordinari soltanto il potere di operare deroghe transitorie rispetto a quanto previsto dallo statuto stesso e ciò è molto utile per mantenere una certa elasticità in un'organizzazione in formazione che va incontro a difficoltà particolari e transitorie non codificabili nello statuto generale.
Possiamo quindi concludere questo breve excursus sottolineando che a noi sono occorsi 10 anni per arrivare a nascere: 10 anni pieni di ricordi, di decine o centinaia di migliaia di scelte, di invenzioni e creazioni, di rapporti.
4. Il significato di autonomia indice
Questo congresso è qui anche per ripercorrere le principali tappe dei nostro passato e per archiviare i ricordi generici differenziandoli da quelle scelte che continueranno a proiettarsi attivamente nel futuro dei Movimento in quanto ne costituiscono le radici storiche. Parlo delle scelte che hanno guidato il Movimento attraverso il labirinto che si estende tra il momento della prima intuizione e quello della nascita, cioè il momento in cui si può iniziare a realizzare ciò per cui si è approntato il movimento politico.
Fin dalle prime analisi dei significato di "autonomia" e circa la via da percorrere per ottenere l'autonomia della Lombardia si evidenziò l'impossibilità di percorre un a via finalizzata ad ottenere il riconoscimento di regione a statuto speciale perché esso presuppone a monte il riconoscimento di minoranza linguistica all'interno dello Stato italiano, cosi come era avvenuto per la Valle d'Aosta e il Sud Tirolo, dove la lingua o la Koinè linguistica comprendenti i patois locali, erano stati fondamentali per ottenere l'autonomia.
Lo stesso Bruno Salvadori nel suo libro "Pourquoi je suis autonomiste" edito il 12 agosto 1967 nella collana "Tradition et progress", al capitolo 8 dedicato alla lingua scrive queste parole: "La langue Francaise est un des piliers fondamentaux de toute la question Valdotaine, la (conditio sine qua non) qui nous a permis d'obtenir le statut de region autonome en 1948" cioè l'ammissione senza mezzi termini che la lingua francese è stata uno dei mezzi strumentali fondamentali per ottenere lo statuto di autonomia della Vai d'Aosta nel 1948.
Noi ci trovammo allora ad analizzare a fondo questa materia e a concludere che non era stato per una qualche azione o per il carattere unificante dei patois valdostano e sud tirolese che due popoli avevano ottenuto il riconoscimento di minoranza linguistica e quindi lo statuto di autonomia. Era stata invece la possibilità di dichiarare i patois locali comer variante della lingua francese e di quella tedesca, cioè della lingua ufficiale di uno Stato confinante che aveva messo in moto coperture e pressioni internazionali sul governo di Roma, costretto per così dire dal consesso internazionale a concedere lo statuto di autonomia speciale.
5. L'impossibilità di ottenere l'autonomia della Lombardia
sul presupposto di essere una minoranza linguistica indice
Oggi sembra l'uovo di Colombo ma, allora, fu una scoperta importante perché da essa ne derivava evidentemente l'impossibilità per noi Lombardi, di battere questa strada.
La lingua lombarda, o più propriamente il linguaggi di koinè lombarda, che nel loro insieme possono essere considerati una lingua perché sono riconducibili ad una medesima matrice, non può far riferimento alla lingua ufficiale di uno Stato straniero. Il problema era indipendente da motivazioni prettamente linguistiche o da considerazioni sulla frammentazione dei sistema di comunicazione lombardo che ne limita il potere unificante.
6. L'autonomismo per Bruno Salvadori indice
Nei primi mesi dei mio rapporto con Bruno Salvadori, seguendo la linea da lui stesso tracciata, che era poi quella classica di tutti i movimenti autonomisti almeno fino ad allora, io mi ero accostato ad un gruppo di poeti e scrittori dialettali di Varese, convinto che bisognasse passare attraverso la riconquista della propria identità linguistica, prima di ottenere l'autonomia.
L'impatto fu dei peggiori perché ciò che prevaleva nei loro scritti era un sentimento di rimpianto dei passato. Fatto che mi spinse a scrivere alcune poesie, pensate e vissute in dialetto, a scopo per così dire didattico, dove trattavo temi di attualità proiettati sul presente e sul futuro più che verso il passato. Nel maggio dei 1980 scrissi almeno una quindicina di queste poesie che poi affidai al giro dialettale e parte delle quali mi ritornarono felicemente qualche anno fa. La mia posizione circa il problema linguistico risentì dell'impostazione autonomista data da Bruno Salvadori. E ancora fino al 1982 sottolineavo questa posizione, sia ad un convegno sulle lingue minoritarie tenutosi al circolo filologico milanese, sia ad un incontro con i poeti dialettali dei Canton Ticino, tenutosi nel teatrino dei Sacro Monte di Varese. In particolare sostenevo che l'uso dei dialetto era considerato dall'uomo colto, ingiustamente, un'operazione regressiva. Il regresso nascerebbe dalla finalità attribuita al dialetto che era visto come tentativo di recuperare il mondo dei passato in cui il dialetto era il principale veicolo di socialità. Difendevo i "dialettali" dall'accusa di avere nostalgia dell'era contadina, una nostalgia priva di analisi per cui usare il dialetto fosse come pretendere di andare avanti con la testa voltata indietro. Contestavo che il dialetto potesse avere soltanto una funzione retorico ornamentale, perché il dialetto non necessariamente viene utilizzato solo per cantare il mondo dei passato, bensì può essere lingua d'indagine della complessità dei presente. Sostenevo inoltre che il dialetto era la lingua materna per cui era anche la lingua base dei dialettali, in cui c'era diglossia dei dialetto appreso in casa e dell'italiano appreso a scuola. Ma soprattutto sostenevo che il vero motivo dell'ostilità dei sistema al dialetto dipendeva dal fatto che esso era lingua di un popolo e quindi sottolineava implicitamente la contraddizione esistente tra forma centralista dello Stato italiano e presenza di più popoli al suo interno. Le accuse mosse al dialetto erano quindi non soltanto destituite da ogni fondamento, ma strumentali e mistificatorie perché in realtà nascondevano soltanto la paura dei sistema che la gente si potesse chiedere per quale assurdo motivo non ci fosse il federalismo in un sistema politico come quello italiano che imbrigliava una realtà multinazionale.
Ma l'idea che la lingua etnica potesse servire ad aggregare un movimento autonomista in Lombardia era entrata in crisi, dentro di me, soprattutto in seguito a due osservazioni.
Innanzitutto per il fatto che il dialetto veniva utilizzato dal partito comunista che organizzava addirittura conferenze sul dialetto inteso come mito populista, anti borghese e anti fascista, conseguentemente al fatto che il fascismo, dovendo fare gli italiani aveva dichiarato guerra ai dialetti. All'inizio il fascismo era addirittura passato attraverso una parziale scolarizzazione dei dialetto per creare un più facile gradiente di passaggio dalla società dialettale a quella di lingua italiana, nel tentativo di chiudere la diglossia dialetto italiano. A Varese gli studenti delle elementari utilizzavano ad esempio una piccola antologia intitolata "Chioma Verde" che sul frontespizio aveva scritto "Libro di cultura regionale per la Lombardia" testo unico ed obbligatorio nelle classi terza, quarta e quinta elementare, che era edito dall'istituto Editoriale Cisalpino, Milano - Varese.
In secondo luogo avevo sotto gli occhi il fatto che in quegli anni il dialetto veniva molto utilizzato in chiave folcloristica, ad esempio dall'ex assessore alla cultura dei Comune di Milano, il radicale monarchico socialista Aghina, fondatore tra l'altro della rivista "Etnie", attorno alla quale proprio una settimana fa, si è costituita una associazione tedescofila di evidenti sapori nostalgici. Anche in quest'ultimo caso l'uso dei dialetto non generava paura nel sistema. Tutto questo, unito all'evidenza che il fascio di isoglosse linguistiche lombarde non era agganciabile alla lingua ufficiale di uno Stato confinante, mi fecero concludere che non aveva alcun significato usare la lingua quale strumento cardinale nella lotta per l'autonomia della Lombardia.l'autonomia
7. L'etnofederalismo come mezzo di pressione per ottenere l’autonomia indice
Fu una scelta difficile soprattutto perché implicava la rinuncia a credere che l'etnonazionalismo lombardo bastasse da solo a raggiungere un risultato concreto nella direzione della meta autonomista. Di più. Se la via non era quella dell'etnonazionalismo difensivo, cambiava anche il traguardo finale della nostra lotta politica che non poteva più coincidere con la richiesta dei riconoscimento della Lombardia quale regione a statuto speciale. La nostra via all'autonomia non poteva evidentemente essere la stessa che un tempo avevano percorso la Vallèe ed il Sud Tirolo: la nostra via all’autonomia, al contrario, non poteva essere che quella dell'etnofederalismo, cioè dell'unione di più movimenti etnonazionalisti in un unico strumento politico capace di vincere.
8. La lotta contro il centralismo di Stato indice
Non l'isolamento, ma la lotta contro il centralismo dello Stato! La Lega Lombarda, che nel frattempo era nata coi nome di Lega Autonomista Lombarda, doveva quindi crescere curando le alleanze con gli altri movimenti autonomisti delle regioni a statuto ordinario contigue alla Lombardia.
Le alleanze erano evidentemente di importanza strategica. Certamente l’etnofederalismo che volevamo noi concepiva l'unione dei popoli italiani non come un federalismo qualsiasi, ma come federalismo integrale, che è una dottrina federalista con un'ideologia completa, che non riguarda solo la forma dello Stato e delle sue istituzioni, ma che comprende anche il sociale e lo sviluppo economico.
9. Il federalismo integrale indice
Il federalismo integrale esprimeva quello che sentivamo dentro di noi essere l'unico progetto che valesse la pena di realizzare. In particolare il federalismo integrale lo pensammo come etnofederalismo il che implicava, non soltanto l'unione di più movimenti etnonazionalisti in uno strumento politico unitario, ma anche che i movimenti costituenti fossero rappresentativi di popoli interni ad aree geografiche omogenee dal punto di vista dei bisogni economici e delle affinità sociali ed etniche.
Era evidente che ad un certo momento dei processo autonomista la Lega Lombarda, la Liga Veneta, il Movimento Autonomista Piemontese che allora si chiamava "Arnassita Piemontese" avrebbe dovuto fondersi federalisticamente in un unico movimento.
Il progetto doveva passare evidentemente attraverso una prima fase in cui avvenisse una crescita separata dei movimenti autonomisti padano alpini. Una seconda fase in cui si costituisse e consolidasse la loro alleanza e, da ultimo, una fase in cui si concretizzasse la loro integrazione in un unico movimento politico capace di affrontare vittoriosamente la fase cruciale dei processo.
Avremmo dovuto, in altre parole, dare vita ad un movimento federalisticamente unitario. Una "Lega delle Leghe" che oggi sappiamo essere la Lega Nord.
Non è stato facile però arrivare alla Lega Nord. Per anni abbiamo avuto il problema di volare basso, cioè di non dichiarare esplicitamente il nostro progetto per sfuggire, all'intercettazione e alla comprensione dei sistema politico romano. A questo necessario mimetismo si era adeguata anche la strategia di crescita dei Movimento. La Lega Lombarda, pensata a Milano tra l'81 e l'82, aveva scelto di svilupparsi dapprima in provincia per dare nell'occhio il meno possibile e garantirsi un tempo adeguato per assestarsi su un ampio territorio prima di ritornare a Milano.
10. La confusione con lista civica indice
Va inoltre detto che ai tempi in cui nasceva la Lega Lombarda proliferavano le liste civiche e che tale proliferazione costituì un elemento che contribuì a confondere non poco il sistema politico. Questi non riuscì, almeno all'inizio, a mettere a fuoco la differenza tra liste civiche e movimenti autonomisti. Un'idea, quest'ultima dell'autonomia, che probabilmente il sistema scartava a priori non riuscendo ad immaginare come potesse radicarsi nella regione più industrializzata dei Paese un movimento autonomista, considerato tradizionalmente come espressione di una minoranza linguistica.
In Lombardia, dove il modello di sviluppo aveva operato spaventose immigrazioni di massa, non era evidentemente pensabile che una richiesta di riconoscimento della condizione di minoranza linguistica trovasse un consistente consenso popolare. La gente aveva difficoltà a sentire la propria identità etnica distrutta dal modello di sviluppo basato sull'immigrazione su cui era avvenuto il boom economico.
In realtà la differenza tra movimento autonomista e lista civica c'era ed era molto grande. Le liste civiche non sono che una forma ideologicamente destabilizzata della classica lista partitica, rispetto alla quale possono avere il vantaggio di agire senza condizionamenti centrali. Ma questo è un vantaggio che in un modello istituzionalmente centralista si traduce automaticamente nello svantaggio e nell'impossibilità di far valere le proprie ragioni nei gangli regionali e statali delle istituzioni in materie importanti come, ad esempio, il ricupero dei finanziamenti e dei trasferimenti necessari alla vita dei comune. Se anche i programmi possono precedere gli schieramenti, i contenuti, le formule; la lista civica non ha poi la possibilità di realizzare da sola quanto si propone e fatalmente finisce per dipendere dai partiti di governo tradizionali.
Pur soddisfacendo anche una precisa esigenza autonomistica, il decentramento dei potere decisionale ha ed aveva per noi un valore diverso che per una lista civica, la quale, come abbiamo visto, è apartitica solo formalmente e il cui fine è la gestione empirica della cosa pubblica.
Per un movimento autonomista il decentramento è invece il modo di interpretare un disegno politico a più ampio respiro, che riguarda, tanto per cominciare, non la storia di un campanile, ma quella di un'intera comunità: per l'etnonazionalismo di una nazione, cioè di una comunità di stessa koinè linguistica, come la Lombardia per l’etnofederalismo addirittura di una comunità multiregionale di stessa cultura, intendendo in questo caso cultura come concetto scientifico, cioè come civiltà. Inoltre nè l'etnonazionalismo né tanto meno l’etnofederalismo cadono nel rischio di analisi troppo frammentarie o di interventi più paralizzanti che risolutori perché isolati dal contesto socio-economico circostante.
I partiti e le loro organizzazioni collaterali non capirono che l'autonomia professa il primato dell'etica sulla politica. Crede cioè in una moralità che impedisca che la gestione politica scada in semplice gestione empirica senza giustificazioni ideali.
Noi crediamo che la libertà sia un valore fondamentale e che la giustizia sociale realizzabile in una società sia indissolubilmente legata e limitata dal livello di libertà della società stessa e, in particolare, dalla possibilità di realizzare il legame affettivo dall'identità etnica.
11. Il superamento del determinismo marxista e del pragmatismo capitalista indice
Pur non essendo così ingenui da credere che la libertà per realizzare la giustizia non debba far ricorso che a se stessa non potevamo e non possiamo neppure credere che la libertà derivi esclusivamente dalla giustizia come professato dall'ideologia e dalla prassi marxista.
Il liberismo economico lasciato a se stesso può arrivare a sottovalutare, non soltanto la giustizia ma anche la libertà dell'uomo, esattamente come il marxismo. Non potevamo quindi ritenere risolutivo il semplice superamento della dicotomia tra marxismo e liberismo, perché queste due filosofie non sono evidentemente la tesi e l'antitesi, il bene ed il male, dei processo storico ma costituiscono soltanto due aspetti diversi di un'unica tesi che aveva invaso e paralizzato il processo storico. Si trattava quindi di andare oltre il determinismo marxista e oltre il pragmatismo capitalista affinché l'uomo e la realizzazione dei valori umani tornassero al centro del sociale. Capimmo allora che per uscire dalla crisi che coinvolgeva profondamente la società di 10 anni fa dovevamo lanciare una nuova filosofia che interpretasse la lotta autonomista come il ritorno dell'antitesi della storia. Lotta autonomista che mirasse al superamento dei centralismo dello Stato. Lotta quindi di principi generali che non poteva coincidere con quella dell'etnonazionalismo classico o dell'egoismo impossibile finalizzato a cintare il proprio orticello. Sentivamo che l'antitesi autonomista avrebbe spinto il processo storico ad unificare la dicotomia marxista liberista, aprendo la strada alla sintesi dei federalismo.
L'etnonazionalismo che proponiamo noi non era e non voleva essere una filosofia difensiva, ma uno strumento di attacco al centralismo dello Stato. La crisi che coinvolgeva profondamente la società non affondava le radici soltanto nella crisi economica, né era la crisi di un modo di far opposizione politica a generare e ad alimentare il nichilismo che sembrava, e sembra tuttora, volerci spingere verso l'auto distruzione. "Ma così come il suicida che in realtà non vuoi morire anche questo nichilismo deve essere inteso come un disperato appello affinché venga una nuova filosofia a ridare significato all'operare umanon" scrivevamo nel febbraio dei 1982. Capivamo e sostenevamo cose che oggi sembrano perfino ovvie ma che io erano molto meno 8 o 9 anni fa quando denunciammo che lo Stato centralista era uno' strumento di egemonia sia nel marxismo sia nel liberismo economico e che lo Stato nazionale determinava un doppio tipo di egemonia: quello della maggioranza etnica e quello dei grossi interessi economici.
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Re: Re: Re: Re: Re: Re: Progetto talmudico
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Originally posted by Vassilij
Ecco bravo. Non hai capito un cazzo delle posizioni nazionaliste etniche ma non fa nulla.
Gli Stati nazionali sono un prodotto giacobino e massonico. Esiste solo la naturalità delle appartenenze etniche, quella particolare dei popoli europei e quella generale dell'Europa indoeuropea...comunque fa come vuoi, affidati all'ex pornostar.
In realtà, credo anch'io che un'Europa fatta di staterelli etnici delle dimensioni medie del Belgio non avrebbe un futuro nella geopolitica mondiale. Stati del genere non avrebbero nessun potenziale economico nè militare in grado di contrastare USA ed islam, sarebbe la fine dell'Europa. Trovo che gli attuali stati nazionali (a sovranità nazionale piena però, questo è ovvio) siano il compromesso migliore tra l'eccessivo frazionamento a tenuta stagna e l'Unione Giudaica Europea che ci stanno imponendo.
Vassilij, sarei curioso di conoscere i motivi di questo tuo "salto" dall'area di Destra radicale a quella etnonazionalista, senza nessuna polemica. Ricordo di te come quello che mandò a cagare Beli Mawyr perchè aveva scritto "Romani gente di merda", e adesso sembri diventato peggio di lui. :confused:
Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Progetto talmudico
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Originally posted by Fenris
In realtà, credo anch'io che un'Europa fatta di staterelli etnici delle dimensioni medie del Belgio non avrebbe un futuro nella geopolitica mondiale. Stati del genere non avrebbero nessun potenziale economico nè militare in grado di contrastare USA ed islam, sarebbe la fine dell'Europa. Trovo che gli attuali stati nazionali (a sovranità nazionale piena però, questo è ovvio) siano il compromesso migliore tra l'eccessivo frazionamento a tenuta stagna e l'Unione Giudaica Europea che ci stanno imponendo.
Vassilij, sarei curioso di conoscere i motivi di questo tuo "salto" dall'area di Destra radicale a quella etnonazionalista, senza nessuna polemica. Ricordo di te come quello che mandò a cagare Beli Mawyr perchè aveva scritto "Romani gente di merda", e adesso sembri diventato peggio di lui. :confused:
perchè è un padano intelligente:K
Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Progetto talmudico
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Originally posted by Jenainsubrica
perchè è un padano intelligente:K
Che fosse intelligente non l'ho mai messo in dubbio, ma gradirei che mi rispondesse lui in prima persona.
P.S. Mi stai forse dando dello stupido?
Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Progetto talmudico
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Originally posted by Fenris
Vassilij, sarei curioso di conoscere i motivi di questo tuo "salto" dall'area di Destra radicale a quella etnonazionalista, senza nessuna polemica. Ricordo di te come quello che mandò a cagare Beli Mawyr perchè aveva scritto "Romani gente di merda", e adesso sembri diventato peggio di lui. :confused:
Diciamo che nell'etnonazionalismo ho trovato una corrente di pensiero che rispecchia abbastanza fedelmente le mie idee. Il fatto che esistano fondamentalmente due identità, due appartenenze (sentite,ciò che conta, e reali) quella particolare locale e quella generale europea e che su queste si debba giocare nella ridefinizione degli assetti europei per il bene stesso delle comunità umane. L'identità etnica, la libertà dai poteri forti, la religione come cattolicesimo, un progetto economico realistico come quello dell'economia sociale di mercato sono idee che ho sempre avuto e sempre sostenuto (vedi il mio passato nel forum dx radicale..) e nell'etnonazionalismo le vedo espresse con chiarezza e coerenza. Qui non si parla in continuo di ebrei e palestinesi (anche se totila indugia un pò troppo :D ) in ragione di un sano eurocentrismo.
A queste considerazioni se ne aggiungono altre, che poi potranno essere sviscerate...ad esempio importante è secondo me la necessità di un passaggio da un nazionalismo italiano ad uno europeo e locale. Il primo basato su un'identità comune tra popoli d'europa in una prospettiva razziale e religiosa, il secondo (che è presupposto del primo) sulla base dell'appartenenza diretta alla comunità di nascita, le proprie usanze e consuetudini, il proprio paesaggio e la propria visione del mondo, la propria lingua o se preferisci "parlata". Quest'ultimo giustificato dal vivere assieme tra simili per vivere meglio", il primo invece dall'unione necessaria di popoli fratelli ai fini del mantenimento (o raggiungimento) della propria libertà politica ed economica...
Su "Romani gente di merda" ti avevo già risposto se non sbaglio...e comunque rimanderei a cagare Beli ora come allora. Sono un differenzialista e come tale adoro, venero tutte le culture e le espressioni popolari di un carattere particolare. Solo che tali culture, per il bene di tutti devono restare distinte e separate, sia perchè possano restare sè stesse, sia per la naturale esigenza di ogni comunità di vivere secondo sè stessa..
ciao ;)
Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Progetto talmudico
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Originally posted by Fenris
Che fosse intelligente non l'ho mai messo in dubbio, ma gradirei che mi rispondesse lui in prima persona.
P.S. Mi stai forse dando dello stupido?
no, ma la penso esttamente come Vassilj