25 aprile. Una festa da abolire
Inviato da Julius di Lucedio - 24/04/2008 08

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A scanso d'equivoci, premetto che il sottoscritto non appartiene alla schiera dei nostalgici della RSI, non è un "mussoliniano" e non intende in alcun modo esaltare una dittatura. Pure, credo che il 25 aprile debba essere cancellato dal novero delle feste nazionali, anzitutto perché la "Resistenza" è stata, nel complesso, non degna d'essere ricordata e portata ad esempio.
Esistono degli eventi storici che assurgono a simboli od esempi paradigmatici d’interi fenomeni e periodi. Le circostanze della morte di Mussolini offrono uno spaccato della “Resistenza”. Non è certo il caso qui di cercare di ricostruire quel che è realmente accaduto, demolendo il cumulo di contraddizioni e menzogne eretto dai “partigiani” che vi presero parte e tentando di fornire una versione coerente e veritiera: basti ricordare alcuni episodi sintomatici.
I partigiani, in supremazia numerica, con il nemico completamente disfatto (dagli anglo-americani), incalzato da terra e bombardato dal cielo, su di un terreno decisamente favorevole alla difensiva quale quello delle Prealpi, lasciano passare
un piccolo reparto di Tedeschi (una colonna di automezzi, alla quale sarebbe stato facile sbarrare la strada nel territorio prealpino) in seguito a trattativa con gli stessi, facendo cadere nelle loro mani Mussolini soltanto grazie ad un accordo.
Preso prigioniero il cosiddetto “Duce” grazie al tradimento dei Tedeschi di scorta, il reparto di partigiani inviato appositamente (alla sua testa si trovava probabilmente Luigi Longo in persona) per garantire la sua pubblica esecuzione
si dimostra tanto incapace ed indisciplinato da ridursi a sparare a Mussolini (un uomo di 62 anni, da tempo malato, solo e disarmato) durante una collutazione sorta in seguito allo stupro di Petacci da parte d’alcuni dei “resistenti”.
Infatti, i partigiani stuprano, seviziano ed infine uccidono Claretta Petacci, che non aveva mai avuto alcun ruolo politico, anche minimo, ma era soltanto stata l’amante di Mussolini. Parimenti, durante la pubblica esecuzione avvenuta poco
dopo l’uccisione del “Duce” fucilano il fratello di lei, Marcello Petacci, il rettore dell’università di Bologna, il direttore dell’agenzia di stampa “Stefani”, un aviere che aveva chiesto un passaggio alla colonna in fuga e Nicola Bombacci.
Questi era da sempre un amico personale di Mussolini ed un socialista tanto ingenuo quanto idealista. Al principio degli anni ’20 era stato forse il politico socialista più popolare, ed era vissuto in semi-clandestinità ed in condizioni di miseria durante gli anni del regime fascista, sebbene avesse avuto la possibilità d’iscriversi al PNF, come fecero moltissimi altri anche illustri rappresentanti del vecchio PSI. Nel 1945, quando ormai la guerra appariva inequivocabilmente perduta,
Bombacci ricomparve inopinatamente alla vita politica, convinto a ciò da Mussolini che sperava di potersi servire della sua opera nei programmi di “socializzazione” della RSI, e tenne un buon numero d’affollatissimi comizi: è degno di nota che
questo vecchio socialista mai rinnegò le sue opinioni politiche, né aderì al partito fascista. Finì fucilato sia per la sua amicizia verso Mussolini, sia perché la sua fortunata attività d’oratore a favore della “socializzazione” promossa dalla RSI
era oltremodo imbarazzante per il PCI.
L’elenco dei morti di Dongo non finisce certo con i “fascisti”, veri o presunti, fucilati od uccisi in altro modo, poiché notoriamente comprende anche alcuni partigiani comunisti, con ogni probabilità assassinati dai loro stessi compagni dopo
la guerra, perché ritenuti testimoni pericoli: il “capitano Neri”, la “compagna Gianna”, ed il “compagno Lino”. Alcuni storici ritengono che l’elenco delle persone uccise perché “sapevano troppo” sia in realtà molto più lungo.
Non sorprende che la popolazione locale sia ancora oggi restia a parlare dei fatti avvenuti quasi 70 anni fa, tanto più se si considera che per decenni vi furono uomini, mai identificati, che nella notte infilavano bigliettini sotto le porte dei
testimoni locali, invitandoli a mantenere il silenzio.
Il cosiddetto “oro di Dongo”, ovvero la cassa della RSI, che avrebbe dovuto essere restituita allo Stato italiano, essendo bene pubblico, fu notoriamente trafugata. ORO (o TESORO) di Dongo, è un termine con il quale si vuol far intendere i fascisti, ministri e Mussolini in fuga dopo aver razziato chissà quali valori. Trattasi invece e più esattamente:
- dei fondi ministeriali in trasferimento con il governo della RSI, ed altri beni di proprietà pubblica della Repubblica Sociale
- inoltre, beni ed effetti personali delle famiglie in fuga.
Lo stesso Mussolini aveva con se gli assegni da poco ricevuti per la vendita del palazzo e del complesso editoriale del “Popolo d’Italia”, di cui era stato, durante la Prima Guerra Mondiale, il fondatore e del quale aveva conservato la legittima
proprietà, e poco liquido (si parla di alcune banconote per 160 sterline). I beni del Duce erano anche costituiti dalla recentissima riscossione di alcuni suoi diritti di autore come scrittore e giornalista, defalcati da quanto aveva fatto avere alla moglie e ai figli destinati ad andare in Svizzera.
A ciò si deve aggiungere che i fucilati, i quali erano fuggiti cercando di portare con sé quanto più potevano dei propri beni personali, furono di essi depredati dai partigiani, ciò che oltretutto costituisce una violazione delle stesse leggi di guerra.
Ad esempio, i partigiani s’impadronirono dell’orologio e della stilografica di Mussolini, della pelliccia di Petacci ecc.
A queste persone, che erano state trucidate e depredate, fu infine riservato un duplice oltraggio. Al giustamente celebre o famigerato episodio di piazzale Loreto, con i corpi appesi a testa in giù davanti ad una folla che ne fa scempio
s’aggiungono le diverse versioni diffuse dai “resistenti” erano tese a denigrare il più possibile Mussolini, presentandolo quale un uomo assieme tronfio e codardo, burbanzoso ed inebetito dal terrore, quando in realtà questi perì dopo essersi scontrato coi partigiani stessi.
Anche solo ricordare succintamente tutte le menzogne e distorsioni che sono state operate dai “resistenti” e dai loro pennivendoli richiederebbe interi volumi, perciò mi esimo dal farlo.
L’episodio dell’uccisione di Mussolini offre, credo, davvero un ritratto veritiero di ciò che è stata, in larga misura anche se non del tutto, la cosiddetta “resistenza partigiana”, condotta da combattenti di norma tanto militarmente incapaci verso il nemico, quanto feroci nei confronti dei vinti, della popolazione e dei loro compagni stessi: un evento storico ricordato non nella sua realtà, ma attraverso la grossolana mistificazione che i partigiani stessi hanno costruito.
L’Italia è forse l’unico paese al mondo a festeggiare, anzi a celebrare una propria disastrosa sconfitta in guerra, dopo la quale quella che era una grande potenza si è ridotta ad una condizione semi-coloniale, politicamente, economicamente, culturalmente.
Abbiamo una storia antichissima, che non è inferiore a nessun’altra al mondo, e l’abbiamo villipesa ed in gran parte cancellata (dalle scuole, nelle commemorazioni ufficiali, persino nella toponomastica) per ripartire dal 25 aprile e dal 2 giugno, che sono date che dividono gli Italiani, anziché unirli.
Il 25 aprile è anniversario che commemora una crudele guerra civile, condotta talora con metodi che alcuni hanno
definito briganteschi e terroristici, spacciata per nobile ed epica lotta: CANCELLIAMO QUESTA “FESTA”!
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