
Originariamente Scritto da
Malik
La fama di santità del martire Rolando Rivi raccontata in un libro
Intervista ad Emilio Bonicelli, autore de "Il sangue e l'amore"
ROMA, martedì, 21 marzo 2006 (ZENIT.org).- Rolando Rivi era un giovane seminarista che a soli 14 anni venne ucciso dai partigiani in uno degli episodi più inquietanti avvenuti sul finire della Seconda Guerra Mondiale nel cosiddetto "triangolo della morte", in Emilia Romagna.
La sua testimonianza di fede benché breve è stata di così grande intensità che la sua fama di santità si è diffusa in tutto il mondo.
Il 7 gennaio scorso a Modena nella Chiesa di Sant’Agostino, l’Arcivescovo Benito Cocchi ha dato inizio al processo diocesano per la causa di beatificazione di Rolando Rivi (cfr. Edizioni Jaca Book , Milano 2004, pagg.140, euro 13,00).
Emilio Bonicelli, è giornalista e scrittore – con oltre 20 pubblicazioni all’attivo –, corrispondente da Bologna del quotidiano “Il Sole 24 Ore” e docente alla Scuola Superiore di Giornalismo presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna. ZENIT lo ha intervistato.
Che cosa accadde nel periodo 1944-47 nel Reggiano?
Bonicelli: Per comprendere la storia di Rolando Rivi e il suo martirio a soli 14 anni bisogna compiere un atto di giustizia storica. Nei libri di storia che si studiano a scuola, infatti, si racconta a volte non ciò che è accaduto, ma ciò che una certa ideologia diventata dominante a livello intellettuale avrebbe voluto che accadesse per rispettare certi schemi precostituiti.
La lotta di liberazione sul finire della Seconda Guerra Mondiale, non è stata, come qualcuno racconta, un fenomeno prevalentemente od esclusivamente proprio delle formazioni comuniste. A riportare l’Italia in condizioni di democrazia fu un movimento molto più ampio, composto anche da cattolici, da liberali, da socialisti, da ufficiali e soldati “legittimisti”, con il contributo decisivo dei militari americani e britannici.
Detto questo dobbiamo anche dire che una parte dei partigiani comunisti finì per far coincidere la guerra di liberazione con il progetto di lotta di classe, cioè con l’inizio di una rivoluzione tendente ad affermare nel nostro Paese la dittatura del proletariato. Un progetto con cui ci si voleva impadronire dell’Italia con la violenza, tanto che parte integrante di questo progetto fu un programma pianificato di epurazioni (oltre ventimila vittime, i cui cadaveri spesso non furono mai ritrovati). Questa componente di partigiani comunisti che fecero coincidere la fine della guerra con l’inizio della lotta di classe fu particolarmente forte in Emilia Romagna, soprattutto nelle zone tra Modena e Reggio Emilia.
Furono 130 i sacerdoti uccisi in Italia dai comunisti tra la fine della Guerra e gli anni successivi fino al 1947, soprattutto in Emilia Romagna e nella zona di Gorizia e dell’Istria di Tito. Erano sacerdoti che avevano sempre difeso i propri fedeli e che spesso avevano anche rischiato la vita per ospitare o curare i partigiani. In questo modo alla fine della guerra e nel dopoguerra, in particolare nel cosiddetto triangolo della morte tra Reggio Emilia, Ferrara e Bologna, fu versato non solo il sangue dei vinti, come ha scritto Giampaolo Pansa, ma anche il sangue dei vincitori, per impedire che potessero portare il contributo della loro fede, delle loro idee di libertà, delle loro opere di solidarietà alla costruzione della nuova Italia democratica. Non solo sacerdoti.
Nomi come quelli di Fanin, Azor, “Il Solitario” sono i nomi di giovani che erano stati comandanti partigiani, che avevano combattuto il fascismo e il nazismo e che, a guerra finita, furono uccisi, nel triangolo della morte, da chi non voleva che facessero sentire la propria voce di cristiani convinti.
Non dico questo con spirito di rivalsa, ma con desiderio di riconciliazione. Ma la riconciliazione non è cancellazione, non è rimozione di quanto avvenuto, perché chi rimuove in qualche modo continua a uccidere. La riconciliazione chiede un giudizio sulla realtà, chiede che si indichi il bene e il male così che si possa chiedere perdono del male commesso e fare tesoro nella memoria del bene avvenuto.
Perché i partigiani comunisti decisero di uccidere il seminarista Rolando Rivi
Bonicelli: Non possiamo capire perché, in spregio al reale che dava di Rolando Rivi l’evidenza di un bambino, innocente, generoso, appassionato della verità, questo giovane seminarista, di soli 14 anni, sia stato brutalmente torturato e poi assassinato come un nemico, se non capiamo che cos’è l’ideologia. Le due grandi ideologie che hanno funestato con milioni di vittime innocenti il secolo scorso (e Rolando ne è un’icona), le due grandi “ideologie del male”, come le ha definite il Papa, hanno compiuto un’analoga operazione contro il Vero.
Hanno negato ciò che fonda il valore assoluto e intangibile della persona (intangibile perché appartiene non a me, ma a Dio) e lo hanno sostituito con la centralità assoluta della razza o con la centralità assoluta della classe. Rolando aveva una sola colpa: il suo esserci, l’abito talare che portava, la sua forte identità cristiana erano qualcosa di inconciliabile con l’ideologia comunista. Fu preso di mira lui perché nella zona di San Valentino, dove viveva, era, per così dire, un leader tra gli altri ragazzi: li aggregava nel gioco e poi li portava in Chiesa.
I testimoni raccontano che spesso era lui, che studiava in seminario, a insegnare agli altri i fondamenti della fede cristiana. Aveva, pur nella giovane età, un forte carisma e questo dava grande fastidio a chi voleva costruire, con la dittatura del proletariato, una società in cui non ci sarebbe stato più posto per la fede. Allo stesso modo fu brutalmente picchiato nel 1944 l’Arciprete di San Valentino, don Olinto Marocchini, e contro il giovane sacerdote che fu mandato a sostituirlo furono sparati (nel novembre 1945 a guerra ormai finita) colpi di arma da fuoco per far tacere la voce che raccontava al popolo il brutale assassinio di Rolando.
A che punto è la causa di beatificazione ?
Bonicelli: La Chiesa di Sant’Agostino, la più grande di Modena, non riusciva a contenere tutte le persone che volevano essere presenti quando, il 7 gennaio scorso, ha preso il via, in una celebrazione solenne, la causa di beatificazione per il seminarista martire, Rolando Rivi. E’ già al lavoro una commissione storica e, davanti al Tribunale diocesano, in questi giorni è in corso l’audizione dei testimoni che raccontano la vita del Servo di Dio e documentano la sua fama di santità. Entro il prossimo mese di giugno la causa dovrebbe concludere il suo iter diocesano e gli atti passeranno alla Congregazione per le Cause dei Santi di Roma, cui spetterà la parola finale.
La causa di beatificazione è per il martirio, cioè per la testimonianza di amore a Gesù che Rolando ha dato fino a versare il sangue per Lui. Mentre veniva ucciso, in odio alla fede cristiana che aveva proclamato con la sua vita e che proclamò fino all’ultimo, chiese solo di poter pregare. Era il 13 aprile 1945, in località Piane di Monchio, in provincia di Modena.
Il Comitato amici di Rolando Rivi, che ha sede presso l’antica e bellissima Pieve di San Valentino (a Castellarano in provincia di Reggio Emilia) dove Rolando è sepolto, ha promosso la causa di beatificazione e la sostiene perché il tesoro della testimonianza di questo ragazzo innocente non vada perso, ma possa brillare per noi, per la Chiesa, per il mondo e in particolare per i giovani che da Rolando possono imparare che la fede vale più della vita, perché è la verità e la bellezza della vita che ci è donata nel mistero di Cristo.
Che cosa ha fatto Rolando Rivi per godere di una tale fama di santità?
Bonicelli: “Io sono di Gesù”, così spesso ripeteva Rolando Rivi, dando una sintesi mirabile del significato della vita. Noi Gli apparteniamo. All’origine del nostro esistere c’è un gesto di totale gratuità, con cui Dio ci crea in ogni istante. Rolando non ci ha lasciato scritti, ma solo la semplice testimonianza di una vita tutta spesa per l’ideale. E’ un fatto che tutti possono capire, anche i bambini, e di fronte a cui si resta stupiti e ammirati. Credo che stia qui la ragione per cui la sua fama, a 60 anni dalla morte, continua a crescere e attorno alla figura del giovane martire fiorisce un movimento di fede e germogliano grazie dalla sua intercessione.
http://www.zenit.org/article-3215?l=italian