ci fosse mai uno dei sinistri a cui venga in mente di condannare i nazicomunisti-islamofili!
qualcosa vorra' pur dire...


ci fosse mai uno dei sinistri a cui venga in mente di condannare i nazicomunisti-islamofili!
qualcosa vorra' pur dire...
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A fool and his money can throw one hell of a party.


celebrare i martiri di Porzus non esclude celebrare la liberazione dell'Italia dal regime fascista...
Perché l'unico tipo di rapporto che riusciva a concepire era di tipo feudale. Non aveva la minima idea di cosa fosse il cameratismo al quale anelava l'anima. (E. M. Forster)


avete MENTITO per sessanta anni, negando sempre, glorificando assassini come eroi della libertà.
ora che una lama di luce comincia a mostrare gli eccidi comunisti, che non avete più l'egemonia dell'informazione e vengono a galla tutte le sporche menzogne sulla guerra civile in italia( altro che resistenza), non sapete più come mettere il coperchio alla Verita'.
sta forse cadendo l'Ultima la suprema volgare menzogna, che i comunisti fossero combattenti per la liberta'






tornando al tema:
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130 sacerdoti uccisi dai partigiani comunisti prima e dopo la fine dell’ultima guerra
Tra la fine del 1943 e i primi mesi del 1948, in Italia si assistette alla giustizia sommaria di più di un centinaio di sacerdoti, colpevoli - nella maggior parte dei casi - di aver stigmatizzato dal pulpito “le ruberie e gli eccidi compiuti dai partigiani” o di essersi opposti “alla politicizzazione in senso comunista della Resistenza”.
Autore di un libro pubblicato recentemente da Piemme col titolo di Storia dei preti uccisi dai partigiani (319 pagine, Euro 14,90), Roberto Beretta, scrittore e giornalista di “Avvenire”, in una intervista rilasciata all’agenzia cattolica “Zenit” (24 aprile 2005) racconta la storia di questi sacerdoti, e chiede che venga loro “restituita la dignità defraudata da tante censure e silenzi”. Afferma Beretta: “130 sacerdoti uccisi tra l’8 settembre 1943 (giorno dell’armistizio) e il 18 aprile 1948 (data delle elezioni vinte dalla Democrazia Cristiana): ecco le cifre della ’strage nascosta’ compiuta dalla Resistenza prima e dopo la fine della guerra. Si è parlato infatti, anche se non molto, delle vittime del famoso ‘triangolo rosso’ emiliano tra Reggio, Bologna e Ferrara; ma nessuno finora aveva messo insieme e forse nemmeno immaginava che fossero così numerose le storie di preti uccisi dai partigiani nel Nord Italia. Togliamo pure una cinquantina di sacerdoti assassinati ai confini orientali, tra Venezia Giulia ed ex Jugoslavia, in maggioranza dai partigiani di Tito: costoro meriterebbero un libro a sé, per la commistione di cause ideologiche e nazionalistiche nel loro assassinio. Ma ciò che forse colpisce di più è che sono stati ben 80 i sacerdoti ammazzati nelle ‘civilissime’ e ‘democratiche’ regioni del Nord Italia: 28 nell’Emilia Romagna del suddetto ‘triangolo’, certo, ma ben 14 in Toscana, 12 nel ‘partigiano’ Piemonte, 5 in Liguria, 4 nelle Marche, 3 in Lombardia e altrettanti nel Veneto…”.
Alcuni di questi sacerdoti “furono uccisi per rapina, pare; altri per vendetta personale o perché erano ‘padroni’ (il Pci aveva lasciato credere ai suoi militanti che, per preparare la ‘nazione socialista’ del futuro, bisognasse far fuori i capitalisti…); parecchi perché dal pulpito avevano invitato i giovani ad arruolarsi nell’esercito di Salò - sembrava a molti il male minore - oppure avevano stigmatizzato le ruberie e gli eccidi compiuti dai partigiani”.
Diversi tra i sacerdoti uccisi erano stati cappellani e attivi nella Resistenza contro l’occupazione nazifascista dell’Italia. “Questi sono i casi politicamente più sconcertanti. Qualcuno dei ‘miei preti’, infatti, fu addirittura ucciso perché era cappellano dei partigiani, quelli ‘bianchi’ o cattolici, e si opponeva alla politicizzazione in senso comunista della Resistenza. C’è il caso di un francescano veneto che operava in Piemonte, padre Ottorino Squizzato: attirato con il suo comandante in un agguato e trucidato da partigiani comunisti. Il caso di don Attilio Pavese, dalle parti di Tortona: lo fecero fuori col pretesto di un tentativo di fuga dei prigionieri che stava confessando, prima che venissero fucilati. Ma forse il più commovente è il caso di don Giuseppe Jemmi, vice-parroco a Felina sull’Appennino reggiano: andò egli stesso a cercare i partigiani suoi assassini, che non l’avevano trovato in canonica, pensando che avessero bisogno di lui. Accortosi che l’avrebbero ucciso, scappò ma lo ripresero; altri partigiani suoi amici cercarono di liberarlo facendoselo affidare; ma nulla poté salvarlo: fu ucciso a 26 anni, a una settimana dal 25 aprile, perché aveva osato dire in predica che chi uccide è sempre un assassino, anche se porta la camicia rossa”.







