ADORNATO: L’UILIVO E’ UNA FABBRICA DI SLOGAN
Testo integrale del discorso di Ferdinando Adornato pronunciata alla Camera dei deputati il 20/5/2004.
Nella scorsa legislatura, il centrodestra, dall'opposizione, non si tirò indietro rispetto a tale dovere. Oggi, invece, in quest'aula, abbiamo assistito ad un fenomeno opposto, assai rilevante per il futuro politico del paese, una vera e propria abdicazione politica della sinistra di Governo.
I banchi dell'opposizione hanno definitivamente sancito la vittoria dell'estremismo politico. Che, poi, la proposta di ritiro delle nostre truppe arrivi anche dal Presidente della Commissione europea rende ancora più pericoloso tale passaggio, perché dequalifica un ruolo che dovrebbe essere di unione e non di divisione della comunità internazionale. Stupisce che Romano Prodi abbia, così facilmente, smarrito il senso della sua responsabilità istituzionale.
Chiedevate una svolta e, invece, la svolta l'avete fatta voi, paradossale, illogica, quasi incredibile. Per mesi avete gridato: ONU, ONU, ONU! ed avete chiesto una nuova risoluzione, come se noi non la volessimo; un'accelerazione del passaggio dei poteri agli iracheni, come se noi non la volessimo. Ed oggi, che tutto ciò viene annunciato ufficialmente da Kofi Annan e da George Bush, oggi che si prospetta un nuovo governo iracheno entro maggio (non entro giugno), oggi, infine, che - grazie all'iniziativa del Presidente Berlusconi - si programmano ulteriori e importanti passaggi politici quali una grande conferenza internazionale di pace, voi che fate? Addio ONU! L'onorevole Fassino dice: non è vero, già si sapeva e, con tre piccole righe - zac! -, chiedete il ritiro delle nostre truppe! È incredibile. La verità è che voi purtroppo, non fate più politica, fate solo propaganda. Onorevole Fassino, non so se si è accorto che lei ha chiesto a Berlusconi tutto ciò che o Berlusconi ha già ottenuto o lo stesso Berlusconi ha oggi indicato come linea del programma di Governo dell'Italia. Vi accontentate di essere una fabbrica di slogan senza strategie. Tutto ciò, per dirla con Ennio Flaiano è grave, ma non è serio! Oggi diventa chiaro, di fronte a tutto il paese, come la vostra invocazione delle Nazioni Unite fosse, fin dall'inizio, solo un paravento dietro al quale nascondersi per contestare Bush o Berlusconi o nascondere un sentimento antiamericano. Voi nell'ONU, in realtà, non ci credete. Ne è prova ulteriore l'accurato occultamento politico che avete sempre fatto - anche oggi Rutelli, Fassino - della risoluzione n. 1511 dell'ONU, in base alla quale l'Italia è oggi in Iraq in missione di pace per mandato dell'ONU, non in guerra, onorevole Rutelli.
Ma voi fate finta di niente: evviva la propaganda! Questa, dite oggi non è più una missione di pace. Vorrei rispondervi con le parole del lagunare, Gianfranco Galizia, compagno di Matteo Vanzan, ferito nello stesso assedio di Nassiriya. Le cito da un giornale: ¬Ci sparano addosso, ma la nostra resta una missione di pace. Loro ci attaccano e noi rispondiamo. Le regole dell'ingaggio, secondo me, non vanno cambiate; dobbiamo resistere, tenere alto l'onore dell'Italia». Gianfranco Galizia ha soli 25 anni ma, con queste parole, mostra un'incredibile maturità, una maturità maggiore della vostra. È la stessa maturità che ispira tutte le nostre Forze armate, impegnate nel mondo in tante missioni di pace. A loro va la riconoscenza di tutti gli italiani. Del resto, una missione di pace non cambia la natura solo perché vi è qualcuno che non vuole la pace. È del tutto evidente, al contrario, che una missione di pace si rivela tanto più necessaria quanto più vi sono sul campo forze che la pace non la vogliono. Altrimenti, che senso avrebbe una serie di pace. Di fronte a tali difficoltà, noi ce la siamo posta la domanda: basta ritirare le truppe per restituire serenità all'Iraq? Se così fosse, dovremmo davvero ritirarci tutti e anche di corsa; ma, purtroppo, non è così. Andarsene via oggi dall'Iraq significa solo abbandonare quel popolo ad un destino amaro. Questo è ciò che proponete, ma sarebbe un atto irresponsabile e cinico. Per ciò ci siamo risposti che non possiamo ritirarci, e questa, per fortuna, è la stessa risposta dell'ONU e di tanti altri governi e istituzioni mondiali. È la stessa risposta del Presidente egiziano Mubarak ed è, infine, la stessa risposta della Chiesa, dietro le cui bandiere pacificatrici ci chiediamo perché la sinistra oggi non sfili più. Com'è volubile la vostra fede, cari colleghi della sinistra. Abbandonare oggi l'Iraq significherebbe anche arrendersi al terrorismo internazionale. Al Qaeda non vuole un Iraq democratico; vuole che le truppe si ritirino e l'ha dimostrato uccidendo il presidente Salim, un uomo saggio, uno sciita moderato. Ebbene, ritirarsi dall'Iraq significa lasciare campo libero a questi terroristi, ai carnefici di Salim e di Matteo Vanzan: l'Italia non lo farà!
Nel combattere il terrorismo le democrazie devono stare attente a rimanere se stesse, a non tradire i propri principi, come è accaduto nel carcere di Abu Ghraib. Altrimenti, non riconosceremmo più noi stessi; diventeremmo barbari anche noi. Ma attenzione: non riconosceremmo più noi stessi, anche se cedessimo a quella assurda par condicio dell'orrore che molti media ci suggeriscono.
Non vi può essere nessuna equidistanza, onorevole Bertinotti. Per una democrazia le torture sono un'abominevole eccezione; per il fanatismo terrorista, invece, l'assassinio è la regola. Non ci sarà nessun tribunale islamico a condannare quel boia incappucciato; gli autori delle torture, invece, stanno già giustamente cominciando a pagare. E noi chiediamo che non ci si fermi dinanzi a nessun livello di responsabilità.
Signor Presidente, concludo. È giunto il tempo che il mondo faccia uno sforzo di generosità e di responsabilità: si lasci alle spalle le divisioni sull'opportunità della guerra e combatta oggi unito per vincere la battaglia della pace.
L'intera Europa dovrebbe ragionare così, Presidente Prodi, finalmente assumendo un ruolo di rilievo nello scenario mondiale. Comunque, così ragionano le forze del partito popolare europeo.
La via d'uscita è ormai chiara: sta nel piano precisato in questi giorni e non c'è altra possibile politica di responsabilità. Quelli che verranno saranno ancora giorni difficili, ma siamo sicuri che il nostro popolo saprà affrontarli con saggezza. Ormai, gli italiani esprimono con maturità i valori e la forza di una grande nazione occidentale che per la sua storia e per la sua cultura aperta al dialogo con tutte le civiltà possiede la sapienza politica per affrontare, forse meglio di chiunque altro, le missioni di pace.
Gli italiani non subiscono più, colleghi dell'opposizione, l'eredità di un'antica ¬Italietta», sempre pronta a fuggire da ogni responsabilità che oggi voi, purtroppo, avete scelto di rievocare. Siamo un grande paese di pace e di libertà. Siamo, dunque, certi che il nostro popolo confermerà al mondo il senso di responsabilità, l'intelligenza e la passione dell'Italia.
20/5/2004




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